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 2026  marzo 26 Giovedì calendario

Libera, suicidio assistito tramite dispositivo oculare

I viaggi e la «magica» Roma erano le sue passioni. Libera, nome di fantasia, aveva 55 anni, amava la vita ma era prigioniera di un corpo che non le apparteneva più. Non voleva piu soffrire. Paralizzata dal collo in giù a causa della sclerosi multipla, dopo anni di battaglie giudiziarie è riuscita ad ottenere l’autorizzazione per il suicidio assistito.
Ieri ha potuto togliersi la vita, nella sua casa, somministrandosi da sola il farmaco letale: l’autosomministrazione è infatti uno dei principi cardine per il suicidio assistito fissati dalla Corte costituzionale nella sentenza del 2019, mai seguita però da una nuova legge. Libera ha agito, ma non con le mani, bloccate dalla tetraparesi spastica derivata dalla sclerosi multipla, che le impediva di premere il tasto per l’attivazione del macchinario. Ha azionato con il puntatore oculare la pompa per dare il via all’infusione endovenosa. Dopo pochi minuti ha chiuso gli occhi, per sempre. Intorno a lei, i familiari, il dottore Paolo Malacarne e gli oggetti piu cari, come il peluche del Lupo simbolo della Roma.
Ad annunciare, il suo ultimo viaggio Filomena Gallo e Marco Cappato, rispettivamente segretaria nazionale e tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni: «A Libera va il nostro grazie per aver lottato non solo per sé, ma per tutte le persone nelle sue condizioni, contribuendo ad aprire una strada che potrà essere percorsa anche da altri». C’è gia un paziente che in Campania aspetta il dispositivo per poter procedere al suicidio assistito.
«Non commento il caso della singola persona perché la morte è un mistero che è cosi grande che va rispettato in silenzio – ha dichiarato il segretario generale della Cei, monsignor Giuseppe Baturi – Noi come società e come Chiesa dobbiamo aiutare a vivere le persone con dignità e speranza perché ogni momento della vita vale la pena di essere vissuto». Per il segretario della Cei «questo significa investire risorse per l’accompagnamento delle persone che stanno male e delle loro famiglie. Di fronte ad una sofferenza insopportabile mi limito a prenderne atto o cerco di fare qualcosa?».
La storia di Libera parte da lontano. I primi segnali della malattia apparsi nel 2009, non la spaventano. Convive con la sclerosi multipla: continua a lavorare come organizzatrice di viaggi, a girare il mondo con gli amici e a seguire le imprese della Magica. Poi la tetraparesi finisce per divorarle le forze, impedendole di muovere le gambe e le braccia. La sua vita è tra la carrozzina e il letto, ma sempre circondata dall’affetto e dalle cure dei suoi cari. La sofferenza diventa sempre piu acuta e insopportabile. Due anni fa l’inizio della sua battaglia. Poi, nel 2025, con l’aiuto dell’associazione Coscioni, presenta un ricorso d’urgenza al tribunale di Firenze affinché il suo medico fosse autorizzato a somministrare il farmaco. Il giudice solleva la questione di legittimità costituzionale sull’articolo 579 del codice penale che configura il reato di omicidio del consenziente perché la somministrazione del farmaco da parte del medico rientrerebbe in questa fattispecie di reato. E allora, anche rifacendosi alla sentenza del 2019, segue la decisione della Corte Costituzionale del luglio 2025, che chiede con urgenza la verifica a livello nazionale e internazionale dell’esistenza di dispositivi idonei all’autosomministrazione del farmaco per il suicidio assistito.
Il procedimento ritorna davanti al tribunale di Firenze e iniziano le verifiche tecniche e procedure legali. Nel novembre scorso Libera vede un barlume di speranza: i giudici danno mandato al Consiglio nazionale delle Ricerche per realizzare e fornire il macchinario. A marzo 2026 il dispositivo viene collaudato e consegnato a Libera. Qualche giorno fa, l’avvocato Gallo chiede conferma della data del 25 marzo, inizialmente indicata dalla donna. «Devo dare un senso a questa sofferenza visto gli ostacoli che abbiamo affrontato – spiega Libera sorridendo – Sono felice, ho voglia di morire e ho solo paura di non riuscirci. Ho paura. Temo di risvegliarmi scoprendo che il farmaco non ha fatto affetto. Spero, con tutta me stessa, che nessuno debba più aspettare due anni per poter esercitare un diritto che gli appartiene già».