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 2026  marzo 26 Giovedì calendario

I corpi giovani contro il muro degli ayatollah

Quando ho letto la stima delle persone assassinate in Iran nei due giorni di proteste, tra l’8 e il 9 gennaio 2026, non ci ho creduto. Trentamila: a riportarlo era il Time Magazine, anche se qualcuno sosteneva che il conteggio fosse troppo prudente.
Il Teatro alla Scala di Milano ha una capienza massima di 1.800 posti, l’Alcatraz all’incirca il doppio: siamo un ordine di grandezza al di sotto. Per avvicinarci a 30 mila bisogna passare ai palazzetti dello sport che tipicamente, tuttavia, non superano i 20 mila posti. L’effetto di 30 mila corpi messi insieme si capisce meglio immaginando gli spalti di uno stadio, la metà di San Siro. Com’è possibile, nella pratica, ammazzare così tante persone in quarantotto ore, senza l’uso di bombe né missili? Ammazzarle con armi leggere, una per volta?
Negli ospedali sono arrivati feriti con colpi alla schiena e buchi sulle piante dei piedi, a riprova che erano stati colpiti alle spalle mentre fuggivano. I militari prendevano di mira soprattutto le aree genitali e gli occhi. E hanno usato armi leggere, sì, ma non tutte leggerissime: anche sistemi anticarro, tipo bazooka e Rpg, che hanno letteralmente tranciato in due i manifestanti.
Stivali per il sangue
Il medico di una città del Nord ha dichiarato a Le Monde che la notte dell’8 gennaio in reparto c’era talmente tanto sangue per terra che lui e i suoi colleghi indossavano gli stivali. In quelle ore, molti ospedali iraniani sono passati in modalità di «maxiemergenza», quella che viene adottata in caso di catastrofi maggiori, come un terremoto o uno tsunami. La maxi­emergenza cambia tutto, il triage viene fatto in meno di un minuto per paziente e le priorità sono rimescolate. Le persone che gridano, per esempio, vengono lasciate ad aspettare perché hanno più possibilità di sopravvivenza rispetto a quelle ammutolite dall’agonia.
Trentamila. Lo dico ma non riesco a concepirlo fino in fondo. Significa sparare sui protestanti in strada, certo, ma non solo. Significa sparare sulle loro famiglie, sparare dentro gli ospedali e le questure, sparare indiscriminatamente.
Purtroppo una legge triste regola il sacrificio: mentre l’assassinio di una persona singola genera un simbolo potentissimo e può far scoccare una scintilla incendiaria – da Jan Palach a George Floyd, fino a Mahsa Amini —, la morte contemporanea di migliaia di persone paralizza l’immaginario. Si tratta di un paradosso psicologico indecente, ma tant’è: la nostra mente sa pensare solo il dettaglio, mai i cumuli. Dire 30 mila morti è quasi come non aver detto nulla.
Nelle ore delle proteste di gennaio molti iraniani hanno ricevuto un messaggio sul telefono che li scoraggiava dal prendere parte a disordini orchestrati «dal nemico». Chiunque, diceva il messaggio, sarebbe stato oggetto di un «monitoraggio intelligente». Pare che il regime abbia sviluppato un sistema avanzato di sorveglianza digitale, su imitazione di quello cinese. Telecamere di sicurezza, tracking dei telefoni, intercettazioni e spyware, algoritmi di riconoscimento facciale, che permettono ai Guardiani della rivoluzione islamica di effettuare arresti anche in differita, analizzando i dati sulle presenze alle manifestazioni. È il motivo per cui in strada si scende mascherati e incappucciati.
Eppure, nonostante il sistema di sorveglianza e il monitoraggio intelligente, i Guardiani si sono ritrovati a sparare alla testa, alla schiena, ai piedi e agli occhi delle persone per strada, a inseguirle nelle case e negli ospedali. Nell’epoca della tecnologia digitale, della realtà aumentata, dei cloud e delle connessioni satellitari, un’epoca che ci promette guerre combattute da automi, è ancora la massa dei corpi umani a fare la storia. Prima che una guerra muscolare gli arrivasse addosso dall’esterno, solo i corpi spaventavano il regime. Lo costringevano a ricorrere alla risorsa più rozza di tutte, l’eliminazione fisica.
L’accanimento
È questa paura a spiegare, oltre alla scala numerica, la crudeltà delle ferite inferte, l’accanimento particolare sugli occhi e gli organi riproduttivi. Il regime che tutto guarda non vuole essere guardato, il regime che si perpetua non può permettere che anche il dissenso si perpetui, perciò sfigura e uccide. Una extrema ratio che è in sé già una sconfitta.
Come questo libro racconta, sono stati i corpi giovanissimi – e femminili – della Gen Z a iniziare la rivoluzione. E, sebbene le sommosse del gennaio 2026 abbiano coinvolto altre fasce della popolazione, quella dell’Iran continua a essere una rivoluzione giovane. Perché giovane è il Paese: l’età media è sotto i trentacinque anni, quando in Italia è quasi di cinquanta. I corpi giovani, con il loro vigore, con i loro outfit, si contrappongono anche esteticamente a un potere teocratico sempre più incartapecorito. Tra le poche immagini filtrate dal Paese prima che internet venisse oscurato, ci sono i frammenti video dei manifestanti in strada, e c’è un video più lungo, della Guida suprema Ali Khamenei, vecchissimo, barbuto, che si rivolge a un pubblico altrettanto anziano nella sala di un palazzo del regime.
Non parliamo di padri contro i figli, ma di nonni contro i nipoti. Generazioni lontanissime, nelle credenze, nelle attitudini, nelle aspirazioni. Il vecchio mondo che strangola il nuovo che inesorabilmente gli sfugge.
Ora Ali Khamenei è morto. È stato ucciso nelle prime ore dei raid americani e israeliani, insieme a un’ampia cerchia dei suoi collaboratori più stretti. In un film sarebbe l’epilogo della storia ma nella realtà è solo un passaggio. Verso dove? Nessuno lo sa.
Mentre scrivo, la guerra contro l’Iran prosegue da circa una settimana. I dubbi sulla sua legittimità e la preoccupazione si mescolano inevitabilmente alla speranza che gli iraniani possano approfittare di questo squarcio per portare a segno la loro rivoluzione.
Mahsa Amini e le altre
È ciò che lo stesso Donald Trump ha auspicato nel commentare i primi bombardamenti. D’altra parte, le motivazioni per cui ha deciso di attaccare riguardano solo tangenzialmente il futuro degli iraniani. Hanno molto più a che fare con la deterrenza nucleare, con equilibri geopolitici astratti e con una «minaccia imminente» che nessuno ha capito davvero.
Il percorso verso un Iran libero, a oggi, non sembra scontato né lineare. Anche perché il regime non è un semplice manipolo di anziani fanatici come ci piace immaginare. Dopo quarant’anni è molto più innervato di così, nelle istituzioni e nelle menti. Dalle rovine di questa ennesima guerra potrebbe scaturire di tutto: la libertà, certo, ma anche una teocrazia più incattivita o una guerra civile.
Qualunque sia l’esito, mi sembra importante tenere a mente che tutto questo riguarda prima di tutto loro, gli iraniani e le iraniane, il loro presente, il loro futuro. E che l’inizio è avvenuto molto prima dell’ini­zio, dall’interno, senza armi sofisticate. Le guerre aperte, quelle su larga scala, hanno l’effetto di spostare l’attenzione al di sopra delle persone che le subiscono. Adesso più che mai, invece, bisogna ricordarsi di Mahsa Amini e delle ragazze raccontate in questo libro, di Donna-Vita-Libertà e dei giovani impiccati alle gru, dei 30mila morti dell’8 gennaio, insieme a quelli che si stanno aggiungendo in queste ore, come le bambine della scuola di Minab. È su tutti loro, sul loro sacrificio, sulla massa dei loro fragilissimi corpi, che va orientata e riorientata la nostra bussola, da qui in avanti e fino alla fine.