Corriere della Sera, 26 marzo 2026
Iran, il regime segue il «modello Houthi»
L’Iran insiste con la strategia del rilancio. Condizioni a raffica sul tavolo dei negoziati e l’ultima minaccia che sa di déjà-vu: aprire un altro fronte sul Mar Rosso come nuova pedina della guerra. Mentre Donald Trump sventola i suoi piani in quindici punti, i Guardiani della Rivoluzione li rimandano al mittente tra scherni e avvertimenti: «State negoziando con voi stessi». L’ultima minaccia è che potrebbero estendere il conflitto a Bab el-Mandeb – lo stretto tra Yemen, Gibuti ed Eritrea – dove contano sulla complicità degli amici Houthi, le milizie sciite yemenite non ancora intervenute. Il messaggio arriva via Tasnim, l’agenzia di stampa dei pasdaran – dunque lo possono sempre correggere –, ma resta fedele alla linea dura: «Se gli americani intendono intervenire su Hormuz, dovrebbero fare attenzione a non aggiungere un altro Stretto alle loro sfide. Siamo preparati a inasprire la situazione».
Mandano avanti il capo del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf – uno di loro –, e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi che dice «riceviamo i messaggi Usa ma non ci sono negoziati». Piazzano altri uomini al posto di quelli decapitati dai nemici, ma dal campo diplomatico a quello militare, i Guardiani hanno il controllo, hanno le redini del Paese. Di sicuro non si fidano delle mani tese americane – «è il secondo tradimento diplomatico» – e oggi vogliono dettare le condizioni.
Anche stavolta Washington sembra non leggere l’Iran riemerso dalle tre settimane di guerra: un regime più radicale e meno monolitico, convinto di marciare verso la vittoria. Quei «no» lapidari alle proposte firmate da Trump, quel rilancio massimalista in cinque punti – stop agli attacchi, garanzie ferree, risarcimenti, tregua ovunque e il sigillo sull’autorità iraniana su Hormuz – non sono solo un braccio di ferro diplomatico, ma lo specchio in cui la Repubblica islamica si riflette: forte, lucida, trionfante. È il compimento di un copione scritto a tavolino in 47 anni di dittatura, la narrazione collaudata del trionfo, vero o falso che sia – non contano più di tanto le migliaia di bombe cadute sul Paese, i 1.500 morti.
Certo è che questa volta gli ayatollah non si sono fatti cogliere impreparati. Se la prima fase della guerra era mirata alla sopravvivenza, la seconda punta a una resistenza ad oltranza che nelle loro intenzioni equivale comunque alla «vittoria». Da qui le sfide a ripetizione, gli strike contro tutto e tutti, l’uso più attento dei loro missili. Come nota l’esperto Hamidreza Azizi, la Repubblica islamica non reagisce più solo d’istinto, non si accontenta di incassare e restituire il colpo. Sta riscrivendo le regole del gioco, dilatando il campo di battaglia e dando vita a una strategia in metamorfosi, che trasforma il divario militare in un’arma letale. Ed è lampante: il potere in Iran si è fatto orizzontale, una rete ramificata in cellule più indipendenti che non trema per l’uccisione di un leader, Ali Khamenei o Ali Larijani che sia. Il messaggio è sempre «siamo pronti». Lo ha ricordato ieri Ghalibaf: «I nemici dell’Iran, con il supporto di uno dei Paesi della regione, si starebbero preparando a un’operazione per occupare una delle nostre isole. Nel caso, tutte le infrastrutture di quel Paese sono bersaglio».
L’Iran sta adottando il «modello» Houthi, al quale ha contribuito con i pasdaran nella veste di consiglieri. Quel conflitto nel Mar Rosso è stato un poligono di prova perfetto: armi testate sul campo, lezione su come strangolare il traffico navale con due soli trucchi, attacchi diretti o semplice minaccia. I missili, i droni, i barchini esplosivi, le mine marine sono lo stesso arsenale, potenziato, che i Guardiani sfoderano oggi nel Golfo. Anche il passaggio selettivo utilizzato dagli Houthi è stato applicato. Quel che si è visto nel Mar Rosso ha acceso negli ayatollah l’ambizione di trasformare Hormuz nel nuovo Canale di Suez. Sognano che diventi un pedaggio marittimo da intascare, una voce preziosa per le casse del governo, come è stato Suez per l’Egitto. Certo, Hormuz non è Stretto solo loro – il corridoio lambisce Emirati e Oman – ma Teheran ci prova lo stesso.
Le manovre della Repubblica islamica per ora hanno dato frutti. Il conflitto però va misurato anche in prospettiva, perché se logora l’avversario, innesca dubbi in campo nemico e alza i costi, ma non mette al riparo la Repubblica islamica. Gli apparati subiscono bombardamenti devastanti che indeboliscono le difese, consumano le scorte, spazzano via missili e bunker. Da tenere a mente resta la differenza abissale tra i palchi e la diplomazia dietro le quinte.
In questi giorni, la repressione contro il dissenso non si è mai fermata. Retate massicce, esecuzioni, raid sono la prova che gli ayatollah temono sorprese da parte di chi nel Paese li detesta.