Corriere della Sera, 26 marzo 2026
L’Iran respinge il piano di pace. La Casa Bianca insiste
Hanno fretta. Donald Trump di raggiungere un cessate il fuoco, almeno secondo fonti israeliane: «Potrebbe dichiararlo nei prossimi giorni, forse già sabato». Benjamin Netanyahu di attaccare con ancora più intensità l’Iran, avrebbe dato l’ordine di sparare al massimo per 48-72 ore in un vertice militare – ricostruito dal New York Times – nei bunker sotto alla Kirya, il quartier generale delle forze armate alla periferia di Tel Aviv. Gli iraniani prendono tempo e accelerano, respingono la proposta in quindici punti del presidente americano ma la stanno rileggendo. E dalla Casa Bianca fanno sapere che i colloqui continuano. Anche i pasdaran colpiscono duro su Israele – da nord a sud – prima che forse sia finita: un missile è caduto non lontano dalla centrale elettrica di Hadera, gli allarmi sono stati incessanti.
E se non finisce – minaccia la Casa Bianca – «sarà l’inferno»: «Il presidente non sta bluffando e gli ayatollah dovrebbero stare attenti a non sbagliare i calcoli un’altra volta. In ogni caso per ora i colloqui vanno avanti». Le truppe di terra americane continuano ad avvicinarsi al Golfo, resta la minaccia di un’incursione. Tra le uscite contraddittorie di Trump e le spacconate dei portavoce militari iraniani, alla nebbia della guerra si aggiunge in questo conflitto la foschia della diplomazia. Tutti giocano a carte coperte, a volte senza neppure guardare quali hanno in mano. L’ambasciatore degli Emirati Arabi a Washington scopre quelle dei regni del Golfo, bersagliati dai Pasdaran in questi ventisei giorni: «Non può finire con una semplice tregua, le minacce iraniane vanno rimosse, il regime mette in pericolo la stabilità globale».
Gli ayatollah, o chi per loro, rispondono con cinque contro-proposte alla lista del leader americano: non basta il cessate il fuoco, Teheran chiede di fermare le ostilità prima di negoziare qualunque intesa. Che comunque comporterebbe la fine degli attacchi anche futuri (e pure contro Hezbollah), mantenere il controllo sullo Stretto di Hormuz (con gabelle per i mercantili internazionali), continuare a produrre missili mentre del nucleare si potrà discutere. I militari replicano invece sbeffeggiando Trump: «Dialoga con sé stesso».
Netanyahu blinda il Paese. I voli dall’aeroporto Ben Gurion vengono ridotti al minimo (di fatto quasi una chiusura) fino al 16 aprile, i parchi e le foreste non saranno accessibili al pubblico durante le festività ebraiche che iniziano la settimana prossima, le scuole restano chiuse, i residenti del Nord – sotto il tiro di Hezbollah – «non devono evacuare» o almeno questo pretende il primo ministro dai sindaci della Galilea. «Smantellare le milizie di Hezbollah è una priorità», dice il primo ministro e segnala così che il centro dell’offensiva si sta spostando dall’Iran, anche se aggiunge: «La campagna in Libano fa parte di quella più ampia contro Teheran». E comunque: «La guerra non è finita, nonostante quello che raccontano i media».
Il governo israeliano – rivelano il Canale 14, megafono del premier – avrebbe approvato un piano per l’invasione del Libano fino a otto chilometri di profondità: su questa nuova linea verrebbero dispiegati diciotto avamposti di controllo. I veterani dell’occupazione nel sud del Paese arabo – durata dal 1982 al 2000 – avvertono che quell’operazione fu il Vietnam israeliano. Ma ministri oltranzisti e fanatici come Bezalel Smotrich in questi due anni e mezzo di conflitti su vari fronti non hanno smesso di spingere perché Israele conquisti nuovi territori, soprattutto Gaza – da dove non vogliono andarsene – e la Cisgiordania, che con le loro mosse stanno annettendo di fatto.