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 2026  marzo 26 Giovedì calendario

Il governo al bivio

La vittoria del No colpisce in pieno Giorgia Meloni. Non la travolge ma ne arresta bruscamente il cammino. Il merito del quesito referendario c’entra poco. O meglio c’entra moltissimo ma solo per il suo carattere simbolico: per la capacità di attribuirgli un tale significato mostrata dalla propaganda del fronte del No. La quale è riuscita, per l’appunto, a far credere che in ballo ci fosse il potere dei magistrati di applicare la legge anche a chi governa.
C he quindi si votasse per decidere se mantenere o no tale potere. Una versione del merito del referendum che il fronte del Sì – caduto in una trappola comunicativa a sfondo suicidario – ha provveduto ad avvalorare in tutti i modi, dedicandosi ossessivamente a illustrare casi su casi di pm responsabili di dolosa malagiustizia. Di modo che anziché votare – come si doveva – sul diritto dei cittadini a un giudice terzo e sul diritto degli stessi magistrati a non essere succubi della partitocrazia dell’Anm e delle sue pratiche lottizzatrici, abbiamo finito, invece, per votare sulle sentenze sgradite al governo a proposito dell’immigrazione o sui capi d’accusa da imputare ai dimostranti che mettono a soqquadro le città. Una doppia politicizzazione insomma: a opera della sinistra contro la presunta arroganza del governo, a opera della destra contro quella dei magistrati.
Ovvio che in Italia tra le due non potesse che vincere la prima, e che in questo modo il referendum divenisse un giudizio sul governo, cioè su Giorgia Meloni, con i fortissimi noti sottintesi polemici che la sua immagine suscita: l’antifascismo, la difesa della Costituzione e chi più ne ha più ne metta.
Ma, una volta incassato il colpo, adesso il presidente del Consiglio si trova a dover compiere una scelta difficile: che fare nell’anno scarso che ci divide dalle prossime elezioni legislative? Ha davanti a sé due possibilità.
La prima, per dirla nel modo più spiccio, è quella del tirare a campare, galleggiare come si dice. E cioè: mantenere un contegno prudentissimo in politica estera evitando qualunque gita a Mar-a-Lago ma frequentando molto (anche se del tutto inutilmente) Bruxelles; riporre nel dimenticatoio i progetti di premierato e di autonomia differenziata, pensare a una nuova legge elettorale ma con il concorso sostanziale dell’opposizione. In generale, normale amministrazione, elargire abilmente le risorse disponibili in vista delle elezioni, far approvare solo leggi che non siano particolarmente divisive, ogni volta che sia possibile cercare un dialogo con l’opposizione; infine mostrarsi accomodante verso gli ukase e le provocazioni che eventualmente le dovessero venire dalla magistratura. Per il resto contare sui prevedibilissimi errori degli avversari, sulle divisioni del centro-sinistra, sulle rivalità, ripicche e gelosie dei suoi capi. E sul fatto che, essendo l’Italia un Paese sostanzialmente conservatore, le elezioni si possono vincere anche in questo modo.
Ma esiste un’altra possibilità: quella dell’audacia, del rilancio, della sfida. Per le cose da fare mi sembra più o meno accettabile il decalogo redatto ieri da Carlo Calenda. Ma se tali cose sono importanti, e senz’altro lo sono, se Giorgia Meloni decidesse però d’imboccare questa seconda strada – se decidesse di rappresentare davvero le «cose nuove» che la sua vittoria di quattro anni fa sembrò annunciare – allora ancora più importante sarebbe l’atteggiamento, lo stile di governo, che in tal caso la premier dovrebbe assumere. Diverso da quello del passato.
Un potere nuovo necessita di donne e uomini nuovi anch’essi. Disfarsi di chi si è rivelato impresentabile, come il presidente del Consiglio ha fatto martedì dando il benservito a Delmastro, Bartolozzi e Santanchè, non basta. Perché poi c’è la zavorra: nel governo e dintorni troppe figure scialbe e inconcludenti, buone al massimo per la normale amministrazione. Mi chiedo: ma un governo espressione di una rottura storica – come per tanti versi quello attuale – non avrebbe dovuto mostrare fin dall’inizio, invece, una composizione all’altezza di questa origine e natura, cercando tra i nomi migliori che il Paese poteva offrire? Per dare il senso di un rilancio e di una sfida basterebbe muoversi oggi in questa direzione, procedendo a due tre sostituzioni: ancora meglio se non nel proprio campo, dunque se in qualche modo sorprendenti e non avendo paura di affidare loro una parte importante.
Ancora: un potere nuovo e che si vuole tale deve essere anche capace di parlare in modo nuovo, di usare parole nuove. Finora Giorgia Meloni ci è riuscita poco. Ma se si ragiona in termini di «nazione», come lei mostra di voler ragionare, allora bisogna essere anche capaci di parlare alla «nazione». Ma non già con due minuti sui «social», bensì con dei discorsi di ampio respiro, dai contenuti importanti, e con un linguaggio che unisca invece di dividere, che dia voce all’interesse generale, additi traguardi in cui chiunque possa riconoscersi. E bisogna farlo non solo enunciando, ma spiegando: non basta per convincersene la catastrofe comunicativa delle settimane passate?
Sullo sfondo di un quadro internazionale, economico e politico che volge al drammatico, l’Italia non è proprio un vaso di coccio tra vasi di ferro ma non ha molte carte da giocare. Sì, le giochiamo, le stiamo giocando. Ma restiamo un Paese per mille versi ultra-dipendente dall’estero, che da più di due decenni non cresce, con salari tra i più bassi d’Europa, immerso in un gelido inverno demografico, oberato da un terribile debito pubblico, afflitto da una cronica incapacità di tutte le pubbliche amministrazioni. Ma soprattutto, se non m’inganno, siamo un Paese che non sa dove sta andando, che cosa rappresenta, che non riesce a immaginare per sé alcun futuro.
Tutti problemi ai quali solo la politica può cercare di dare una risposta. La politica e chi in suo nome guida un Paese decidendo di non «galleggiare», appunto.