Avvenire, 25 marzo 2026
Bruxelles: «Serve una riforma radicale per la Wto»
Trent’anni dopo la sua nascita, l’Organizzazione mondiale del commercio sembra ormai un paziente che conosce da tempo la propria diagnosi ma senza alcuna terapia condivisa. La conferenza ministeriale triennale che si apre domani a Yaoundè, in Camerun, riunirà i rappresentanti di 166 Paesi in quello che molti diplomatici definiscono una «giuntura esistenziale» della Wto. Di certo la pensa così l’Unione Europea, che alla vigilia, in un documento formale, ha avvertito come l’organizzazione si trovi a un «crocevia critico». Il contesto non potrebbe essere più sfavorevole. La guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha sconvolto i mercati energetici e proietta la sua ombra sulle previsioni del commercio mondiale: secondo gli economisti della Wto, il volume degli scambi crescerà nel 2026 appena dell’1,9%, contro il 4,6% dell’anno scorso. Uno scenario che dovrebbe spingere i governi verso la cooperazione multilaterale. Eppure accade esattamente il contrario. Prima ancora dei dazi di Trump, l’organizzazione aveva già perso il suo strumento più prezioso. Dal 2019 l’Organo d’Appello è di fatto inattivo, bloccato dal veto americano sulle nomine dei giudici. Decine di casi restano sospesi in un limbo giuridico, trasformando quello che era il vero pilastro dell’organizzazione in una costruzione priva di reale efficacia. Senza un arbitro credibile, la logica multilaterale ha ceduto il passo ai rapporti di forza: gli Stati Uniti hanno inaugurato una stagione di dazi uni-laterali, l’Europa ha risposto con contromisure, e il commercio internazionale ha imboccato la strada di un neo-mercantilismo sempre più esplicito. A questo si aggiunge un’inadeguatezza strutturale più profonda. La Wto è rimasta ancorata a un paradigma concepito negli anni Novanta, privo di strumenti per governare l’economia digitale, la sicurezza delle forniture, il controllo delle materie prime strategiche, la transizione energetica. Questioni decisive gestite altrove, attraverso accordi bilaterali o pure logiche di potenza.
Alla vigilia della ministeriale, l’amministrazione Trump ha alzato ulteriormente la posta. In un documento diffuso lunedì, il rappresentante commerciale Usa ha chiesto ai membri della Wto di ripensare il principio dell’Mfn, sostenendo che ha prodotto pratiche discriminatorie e squilibri commerciali. Nel mirino c’è la Cina, anche se Pechino non viene nominata esplicitamente. Citando un discorso di gennaio del rappresentante Jamieson Greer, il documento accusa alcuni Paesi di esportare strutturalmente più di quanto importano, cercando «una scorciatoia per crescere a spese degli altri». La conclusione è netta: i membri della Wto devono poter differenziare tra partner commerciali e reagire contro chi accumula surplus persistenti o alimenta sovraccapacità produttiva.
L’Mfn è l’obbligo per ogni paese membro di applicare a tutti gli altri le stesse condizioni tariffarie concesse al partner più avvantaggiato: governa oggi il 72% del commercio mondiale, e metterlo in discussione non è una questione tecnica ma un attacco alla filosofia stessa del multilateralismo. Washington aveva già respinto la bozza di riforma elaborata sotto la guida norvegese. Poiché la Wto decide per consenso unanime, il veto americano è già, di per sé, decisivo. L’Ue non è da meno nell’invocare discontinuità. «Questo incontro rappresenta un momento decisivo», ha dichiarato il commissario al Commercio Maros Sefcovic, chiedendo «una riforma radicale» per gestire sovraccapacità produttiva e squilibri di mercato. Bruxelles vuole un diverso equilibrio tra diritti e responsabilità dei membri, ma su come arrivarci le divisioni restano profonde. Pechino frena su qualsiasi ridefinizione dell’Mfn, rivendicando «un sistema basato su regole, non sul potere». I Paesi in via di sviluppo, da parte loro, temono di essere esclusi da un club che riscrive le regole del gioco.
In questo vuoto avanza un’alternativa. L’Ue e i paesi del Cptpp, l’accordo transpacifico che raggruppa dodici economie tra cui Australia, Giappone, Canada e Gran Bretagna, stanno esplorando una cooperazione rafforzata fuori dal perimetro Wto. Insieme rappresentano oltre il 35% del commercio globale. «Come piano B dobbiamo aprirci agli accordi plurilaterali», ha detto il ministro svedese al Commercio Benjamin Dousa. I temi: commercio digitale, materie prime critiche, regole d’origine, investimenti. La direttrice generale della Wto Ngozi Okonjo-Iweala prova intanto a tenere dritta la barra, invocando per la Wto il ruolo di «isola di stabilità». Una metafora suggestiva, in un oceano che si fa ogni giorno più agitato.