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 2026  marzo 25 Mercoledì calendario

Un sottomarino sovietico rilascia radiazioni in Norvegia

A oltre trent’anni dal suo affondamento, il sottomarino nucleare sovietico K-278 Komsomolets torna a far tremare gli scienziati e gli ambientalisti. Adagiato a 1.680 metri di profondità nel Mare di Norvegia dal 1989, il relitto sta mostrando segni inequivocabili di cedimento strutturale. Un nuovo studio condotto dall’Autorità norvegese per la sicurezza radiologica e nucleare e dal Fram Centre, pubblicato sulla prestigiosa rivista Pnas, lancia un’allerta chiara: il reattore si sta degradando e le fuoriuscite radioattive sono ormai una realtà intermittente ma estrema.
I numeri della contaminazione e i picchi record a ridosso dello scafo
Le indagini condotte con veicoli sottomarini a controllo remoto, i cosiddetti ROV, hanno svelato dati che descrivono una situazione critica nelle immediate vicinanze del relitto. I livelli di stronzio e cesio rilevati sono risultati rispettivamente 400.000 e 800.000 volte superiori ai valori tipici del Mare di Norvegia. Questi isotopi non fuoriescono in modo costante, ma attraverso “pennacchi” radioattivi che si sprigionano da punti specifici dello scafo, come i condotti di ventilazione e l’area del compartimento del reattore.

Inoltre, il monitoraggio dei livelli di uranio e plutonio conferma un processo di corrosione in atto nel combustibile nucleare all’interno del reattore. Nonostante questi numeri impressionanti, gli scienziati sottolineano un paradosso oceanografico: a pochi metri di distanza dal sottomarino, la contaminazione cala drasticamente. Le forti correnti e l’immensa massa d’acqua agiscono come un sistema di diluizione naturale, impedendo, per ora, un accumulo massiccio di radionuclidi nell’ecosistema circostante.
La tenuta dei sigilli e la fauna degli abissi
Un sospiro di sollievo arriva dal compartimento dei siluri. Nel 1994, un’importante operazione di ingegneria subacquea riuscì a sigillare l’area dove sono stivati i siluri nucleari, gravemente danneggiata nell’impatto con il fondale. Le ultime ispezioni confermano che i lavori di sigillatura sono rimasti intatti e non vi è traccia di perdite di plutonio a uso militare.
Sul relitto stesso la vita continua in modo quasi surreale: campioni di spugne, coralli e anemoni che colonizzano lo scafo mostrano livelli di cesio leggermente superiori alla norma, ma non presentano deformità o danni macroscopici evidenti. Tuttavia, la presenza di questi organismi conferma che il materiale radioattivo sta entrando nella catena alimentare locale, seppur in dosi attualmente minime.
Una minaccia a lungo termine
La preoccupazione dei ricercatori del Fram Centre riguarda il futuro. Sebbene la diluizione marina stia mitigando gli effetti immediati, i processi di corrosione sono inarrestabili. «Le perdite dal reattore si sono verificate per oltre 30 anni», scrivono i ricercatori su Pnas, ribadendo la necessità di un monitoraggio annuale costante. Il timore è che un cedimento strutturale più ampio dello scafo, già crepato in più punti, possa causare un rilascio di materiale nucleare più massiccio e difficile da gestire per le correnti del Mare di Norvegia.
Cosa ci fa lì?
La storia del sottomarino K-278 Komsomolets è uno dei capitoli più drammatici della Guerra Fredda, un mix di orgoglio tecnologico sovietico e fatale sfortuna che ha trasformato un gioiello dell’ingegneria in una minaccia ambientale silenziosa.
Per capire perché si trova a quasi 1.700 metri di profondità nel Mare di Norvegia, dobbiamo tornare al clima di tensione degli anni ’80 e alle ambizioni della Marina Sovietica.
Il “gioiello” di titanio della Marina Sovietica
Il Komsomolets non era un sottomarino qualunque. Era l’unico esemplare della Classe Mike in codice NATO, altrimenti Progetto 685 “Plavnik” che significa letteralmente “pinna”, progettato per essere l’unità d’attacco più avanzata al mondo.
Il K-278 era, a tutti gli effetti, un sottomarino nucleare da attacco, lungo 117,5 metri e largo 10,7. Si trattava di un battello a doppio scafo, con quello interno in titanio. L’utilizzo di questo materiale, difficile da lavorare, consentiva di operare a profondità estreme, di molto superiori a quelle dei contemporanei battelli occidentali: infatti, la profondità operativa era di 1.000 metri, quella massima operativa di 1.250 metri e quella di rottura di 1.500 metri.
Inoltre, sistemata nello scafo, vi era anche una sfera di salvataggio, in modo da consentire l’evacuazione dell’equipaggio in caso di incidente.
La propulsione era assicurata da un singolo reattore nucleare ad acqua pressurizzata del tipo OK-650 b-3 da 190 MW, avanzatissima per l’epoca, che consentiva una velocità massima nell’ordine dei 14 nodi in superficie e dei 26-30 in immersione. Inizialmente, l’intelligence occidentale ritenne che in realtà i reattori imbarcati fossero due, del tipo a metallo liquido. Questo portò la NATO a sovrastimare la reale velocità massima del sottomarino. 
L’incidente del 1989 e la fine del sogno
Il sottomarino si trova nel Mare di Norvegia a causa di un incidente tecnico degenerato in catastrofe. Il 7 aprile 1989, mentre navigava a circa 380 metri di profondità, scoppiò un incendio nel compartimento posteriore, il numero 7.
Nonostante fosse progettato per resistere a pressioni estreme, il calore dell’incendio fu così intenso da compromettere le guarnizioni e i sistemi elettrici. L’equipaggio riuscì a far emergere il battello, ma l’incendio continuò a infuriare per ore. Molti marinai morirono soffocati dai fumi tossici o per le ustioni, mentre il sottomarino, ormai senza controllo e con lo scafo deformato dal calore, iniziò a imbarcare acqua.

L’affondamento e il bilancio umano
Alle 17:08 di quel pomeriggio, il Komsomolets colò a picco. Dei 69 membri dell’equipaggio, solo 27 sopravvissero. Molti morirono di ipotermia nelle gelide acque del Mare di Norvegia in attesa dei soccorsi, che arrivarono con estremo ritardo a causa delle pessime condizioni meteo e delle difficoltà di comunicazione della flotta sovietica.
Il relitto si adagiò sul fondo, in una zona strategica e profonda, portando con sé il suo reattore nucleare da 190 megawatt e due siluri a testata nucleare caricati con circa 3 kg di plutonio ciascuno.
Perché è rimasto lì?
Il Komsomolets non è mai stato recuperato per tre ragioni principali: in primo luogo vi è da prendere in attenta considerazione la profondità estrema. Operare a 1.680 metri era tecnicamente quasi impossibile nel 1989 e rimane un’impresa colossale anche oggi.
In aggiunta a ciò, occorre porre sotto analisi anche il fatto che lo scafo è pesantemente danneggiato e l’impatto con il fondale ha causato, chiaramente, delle crepe strutturali. Il rischio che il sottomarino si spezzi o si fratturi durante un tentativo di sollevamento, causando un rilascio mai rilevato prima di radiazioni, è altissimo e ben più che concreto.
In ultima istanza non possiamo fallire nel ricordare che, da lì a pochi anni, non vi sarebbe stato più alcun paese per reclamarlo, esattamente come accaduto con il famoso caso dell’astronauta Sergej Krikalev, “l’ultimo sovietico”. Pochi anni dopo l’incidente, infatti, l’Unione Sovietica crollò, nel 1991, lasciando la nuova Federazione Russa con pochi fondi e scarse risorse per gestire operazioni di recupero così costose e rischiose.