Il Messaggero, 25 marzo 2026
Roma, il galleggiante San Giorgio s’inclina pericolosamente
«Il galleggiante San Giorgio tornerà come prima. Whatever it takes». Franco Milano, uno dei consiglieri del Circolo Canottieri Tevere Remo, parla con determinazione e speranza di fronte alla chiatta che ieri mattina – attorno alle 7 – si è presentata ai suoi occhi, a quelli del presidente del Circolo Daniele Masala e di alcuni soci, semi-affondata. Il galleggiante color blu elettrico, tra i più antichi della Capitale, appare adesso con la parte posteriore adagiata sul fondale, immersa di circa un metro e mezzo, e inclinata sul fianco destro. Neanche la devastante piena del Tevere del 2008 aveva potuto tanto: allora il San Giorgio era rimasto ben saldo. «Il nostro è un galleggiante a due piani, costruito nel 1928, che definire storico è poco», dice il presidente Masala. «Pensi che all’interno c’è una barca ammiraglia portata dalla regina Vittoria, sono pezzi da museo», aggiunge. «Quel che ci siamo trovati di fronte stamattina ha sorpreso tutti, è un evento imprevedibile», lo definisce il presidente, chiarendo che «siamo sempre stati molto attenti e il galleggiante è completamente in regola».
LE CAUSE
Per tutta la mattina di ieri, è stato difficile stabilire cosa avesse provocato il semi-affondamento del San Giorgio. Fino alle 13.30, quando l’intervento dei sommozzatori del Circolo ha chiarito che a rompersi è stato uno, forse due, dei sei “zatteroni” che sostengono il galleggiante, ovvero i cassoni di cemento che permettono alla struttura di rimanere a galla. Per capire cosa abbia provocato quella rottura, però, è ancora presto. Si rimane nel campo delle ipotesi: «L’abbassamento dell’acqua fa scendere il galleggiante – ragiona il consigliere Milano – e se trova uno spuntone, penso ad esempio a un tronco, si rompe. Ma al momento occorrono ulteriori verifiche». I sommozzatori, comunque, hanno escluso gli scenari da verificare con più urgenza: che il galleggiante potesse distaccarsi o che fosse a rischio di affondamento. Un’eventualità, la prima, che in mattinata aveva portato alla chiusura della diga di Corbara. «Abbiamo escluso quelle due possibilità, quindi il galleggiante non sarà sequestrato», spiega Milano.
GLI INTERVENTI
Resta ora da capire cosa fare per risollevare il San Giorgio semi-affondato. Al netto del confronto con sommozzatori e polizia fluviale (sul posto c’era il comandante Gianluca Borsari) si prevede un mix di interventi specializzati del valore di circa 300/400mila euro, cifre comunque da accertare. «All’interno la situazione è buona, ma in alcuni punti l’acqua raggiunge il metro e mezzo, bisogna intervenire perché il legno tende a degradarsi. Attendiamo le autorizzazioni per cominciare», spiega il consigliere Milano. Le barche di legno più grandi che si trovavano all’interno del San Giorgio, intanto, sono state fatte uscire e ancorate al galleggiante più piccolo, che si trova proprio lì di fronte. Quelle più leggere, invece, sono ancora appese sugli appositi carrelli lungo le pareti. Ora vanno studiati gli interventi per tirarlo su: si ipotizza l’utilizzo di palloni gonfiabili da posizionare sotto al San Giorgio e aggiungere a questa operazione l’intervento di una gru, con l’ausilio anche di macchine idrovore. «Si tratta in ogni caso di interventi molto delicati – conclude Milano – perché il San Giorgio non è una barca qualunque, ma un galleggiante storico realizzato tutto in legno. Servirà un grande sforzo».
Intanto, sulla banchina del Lungotevere in Augusta, è un via vai: passano persone dei circoli vicini, pronte a dare una mano, e alcuni soci della Tevere Remo, che rimangono a guardare sconsolati il galleggiante inclinato in acqua. Mario Muzi è iscritto da decenni e riassume lo stato d’animo di tutti: «Sono socio da 25 anni, questo posto è parte della mia vita – dice – Speriamo solo di recuperarlo il prima possibile».