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 2026  marzo 25 Mercoledì calendario

Arbore parla di Gino Paoli

“Da primo dj d’Italia, mi pregio di essere stato, negli anni 60, il prediletto del gruppo dei cantautori genovesi, di uscirci a cena, di fargli scherzi. Di loro, il capo era Gino Paoli: con lui ho avuto da subito un rapporto di stima, rispetto e familiarità”.
Renzo Arbore, qual è il suo primo ricordo con Paoli?
Lo conobbi a Napoli, nel 1960: Gino aveva appena firmato il “Miglior album di canzoni d’autore”, in cui era compreso Il cielo in una stanza per Mina, anche se lui inizialmente non voleva che la cantasse lei. Appena sentii quel brano in un locale di Ischia poco tempo prima, lo cercai per dirgli che ero un suo ammiratore. Poi fui il primo a ospitarlo in tv nel 1969, e anche oggi per me Senza fine resta una delle dieci canzoni più belle del mondo. Con Paoli, divenni amico degli altri genovesi: Tenco, Lauzi, De André, Reverberi, tutti scoperti da Nanni Ricordi, un grande intellettuale della musica.
Che rapporto aveva Paoli con Tenco, accomunati dallo stesso spleen?
Erano grandi autori e grandi amici, pur nella diversa specificità artistica: Luigi scelse la canzone di protesta, che poi gli costò la vita, mentre Gino sposò una linea più emotiva. Un altro con cui Paoli aveva un rapporto profondo fu Lucio Dalla, che all’esordio pareva un personaggio bizzarro con brani difficili e curiosi: fu Gino a portarlo, e a sostenerlo, alla Rca.
E chi lascia come erede? “Vasco Rossi”, disse Paoli per primo…
Vasco è musicalmente diverso, ma siamo sullo stesso terreno: non più e non solo canzoni, ma piccole opere d’arte pregiatissime, evergreen, classici della storia della musica di tutti i tempi. Non ricordi, ma brani immortali, canzoni del futuro, che rimarranno nel portfolio della cultura alta, senza pregiudizi sulle cosiddette “canzonette”. Una fetta di eredità Gino la lascia poi al jazz, dall’America all’Italia: non a caso, Danilo Rea, grande pianista e jazzista, ha accompagnato Paoli nella sua ultima fase artistica. Ma Gino, e io con lui, amava moltissimo anche il repertorio napoletano. E messicano. E francese…
Talento multiforme e onnivoro, Paoli ha avuto pure il merito di sdoganare l’erotismo, sin raffinato, in un’Italia bacchettona.
Certo. Per quello noi giovani lo abbiamo subito amato… Tutti conoscevamo quei “quattro amici al bar” e in molti, alle prime cotte, si sono rispecchiati nei suoi tormentati brani d’amore, che parlavano di tradimento e di separazioni, come la struggente Non andare via.
Ma com’era lui con le donne? Un artista maledetto?
No, direi molto affascinante, pur non amando apparire. Mi ricordo il piccolo scandalo quando a Sanremo cantò Un uomo vivo presentandosi sul palco con gli occhiali scuri e il broncio. La vecchia generazione, miei genitori inclusi, non capì la provocazione: Gino in fondo era un uomo vitale, gli piaceva ridere, la buona tavola. Abbiamo riso molto insieme.
Genovese e quindi schivo: per questo fu tacciato di essere ombroso?
Può darsi. Ma a lui piaceva la vita, era un grande sub, amava il mare, le immersioni e il cibo. Abbiamo festeggiato insieme i suoi 80 anni con una lunghissima tavolata di amici del cuore, tra cui Beppe Grillo e Caterina Caselli.
Paoli ha avuto una vita rock, dagli eccessi come il fumo al tentato suicidio, fino al dolore mai sopito per la morte del figlio un anno fa…
Sì, ma ha sempre fatto tesoro di ogni evento, anche quello più spiacevole, anche le delusioni d’amore o i flirt fugaci: ha saputo trasformare tutto, incluso il dolore, in arte. È stato caposcuola persino in questo; poi sono venuti Califano e gli altri, la cosiddetta scuola romana. A proposito, fui io a presentare Baglioni a Gino nel 1970 e lui capì subito che Claudio sarebbe diventato un grande cantautore: per me la “maglietta fina” ricorda molto un certo Paoli.
Oggi c’è in giro qualche suo nipotino d’arte?
Non so: non sono un grande tecnico della musica contemporanea, ma vedo difficile eguagliare la quantità e varietà di repertorio di Gino. È quasi impossibile nella frammentazione odierna, mi pare.
Lei, Arbore, sta per partire con Meno siamo e meglio stiamo – Revisited, su Rai5 dall’8.04: tra le prime puntate, quella del 15 è dedicata a Paoli e Ornella Vanoni, morta da poco anche lei. Che relazione avevano? Dolcemente complicata?
Affettuosa, direi: il tempo è stato loro complice nello smussare o dimenticare certi aspetti negativi… E poi entrambi restano due artisti unici e rari, possedendo il talento più prezioso che non tutti – neanche i più bravi cantanti – hanno; ovvero l’espressione, l’espressività, la vibrazione dell’animo umano.