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 2026  marzo 25 Mercoledì calendario

Intervista a Giulia Boverio

Per anni, per chi guardava Disney Channel in Italia, è stata semplicemente Valentina: la ragazzina di Quelli dell’intervallo, uno dei volti più riconoscibili di una generazione cresciuta davanti alla tv nei primi Duemila. Undici anni di set, una popolarità arrivata quasi per caso quando i social ancora non esistevano. Poi quella stagione si è chiusa e per Giulia Boverio, oggi trentenne, è iniziato un tempo molto più silenzioso: la difficoltà di uscire da un personaggio diventato identità, fino alla dipendenza dall’alcol e a un lungo percorso per uscirne. Oggi racconta quel passaggio nel libro Figli del buio (Edizioni Piemme) e nel podcast Fuori dal buio, nato nell’universo di One More Time di Luca Casadei, dove raccoglie storie di dipendenze e fragilità. “Le storie sono fondamentali”, dice. “Ti fanno capire che quei meccanismi che sembrano senza uscita in realtà si possono attraversare”.
Partiamo dal titolo del libro. Cos’è stato il buio per lei?
“È uno stato di congelamento totale. Le emozioni positive spariscono, restano il dubbio, il malessere, il non sentirsi abbastanza. La vergogna è la prima spia: arriva prima ancora del nascondersi”.
La sua storia pubblica inizia molto prima: gli anni da baby star. Come c’è arrivata?
“Per caso. Ero una ragazzina qualunque, non avevo sogni particolari e neppure i miei genitori avevano ambizioni per me. È stata quasi come mandarmi a una festa”.
Ricorda quando le dissero che aveva la parte?
“Ero in cameretta a fare i compiti. Non avevamo neanche Sky, non guardavo Disney Channel. Mi dissero ‘ti abbiamo presa’ e pensai solo: ‘vado a fare qualcosa’”.
La fama arrivò subito?
“No. Venivo dalla provincia, la vita scorreva tranquilla. All’epoca non c’erano i social: capivi di essere riconoscibile quando le persone ti fermavano per strada”.
Come viveva quella popolarità?
“Tendevo a minimizzare. Non volevo essere percepita come diversa. Quando incontravo star internazionali ero terrorizzata. Con Miley Cyrus mi sentivo fuori posto: lei aveva uno staff enorme, io non capivo perché fossi lì”.
Ha iniziato a 13 anni e ha finito a 21. Com’era a scuola?
“Lo scoglio più grande. Alcuni professori mi vedevano come la ragazzina che andava a fare la cretina in tv. Le battute davanti ai compagni erano frequenti”.
In famiglia come si gestiva tutto questo?
“Si faceva finta di niente. Per undici anni è stata quasi trattata come una parentesi, non come l’inizio di una vera carriera”.
È lì che nasce la frattura?
“Io facevo molta fatica ma non mi sentivo riconosciuta, alla fine stavo ore sul set e mi divertivo ma era anche un lavoro. Col senno di poi ho capito che forse il loro era anche un modo per proteggermi”.
La crisi comincia quando la serie finisce.
“Pensavo che recitare sarebbe stato il mio destino. Invece quando mi presentavo ai casting mi scartavano sempre con la solita scusa, mi dicevano: ‘Tu sei Valentina’. Quando sei giovane non accetti la fine”.
È lì che inizia la dipendenza dall’alcol?
“Sì. Quando interpreti sempre lo stesso ruolo succede qualcosa di strano: non sai più chi sei. Le domande diventano assordanti. Ho scoperto presto che l’alcol attutiva tutto”.
Un periodo durato nove anni. Nessuno se ne accorgeva?
“Camuffavo molto bene. Vivevo da sola, avevo tempo per ricompormi. Però i segni c’erano: dimagrimento, problemi intestinali”.
Chi l’ha salvata?
“I miei amici più stretti e il mio fidanzato. Mi hanno detto: ‘O ti fai aiutare o così muori’”.
Da lì ha deciso di cambiare?
“Sì. Ho fatto tre anni di terapia psichiatrica. È stato un processo lento e durissimo, psicologico e fisico, ho attraversato tutte le fasi di chi ha una dipendenza da sostanze nella disintossicazione: tremori, sudori, vomito per settimane”.
Ricorda l’ultima volta che ha bevuto?
“A Natale 2024. Dopo aver bevuto troppo al pranzo con la mia famiglia mi sono guardata allo specchio e ho detto: ‘È l’ultima volta’. E così è stato”.
Oggi crede che dalle dipendenze si possa uscire?
“Sì, ma bisogna cambiare sguardo. La sostanza non è il problema: il problema è quello che ti porti dentro”.
Perché raccontarlo pubblicamente?
“Perché le storie fanno capire che non sei l’unico. E quando qualcuno trova il coraggio di parlare, la vergogna cambia forma”.
Nel libro ha omesso qualcosa?
“All’inizio volevo evitare temi che mi facevano preoccupare del giudizio degli altri, come l’aborto. Poi ho capito che sono esperienze umane e possono aiutare altre persone”.
Si può davvero uscire dal buio?
“Io credo di sì. Non è facile, ma è possibile. E il primo passo è smettere di vergognarsi e dirlo ad alta voce”.