repubblica.it, 25 marzo 2026
I vescovi africani: "Serve dialogo rispettoso" sulla poligamia
La poligamia è “una realtà” innegabile nella società africana e i cattolici che vogliono accedere al battesimo devono impegnarsi nella monogamia, ma per arrivare a questo obiettivo i vescovi africani affermano che, lasciata alle spalle la “intransigenza” dei primi missionari, oggi è necessario sviluppare una “pastorale di vicinanza e attenzione” fatta di un “dialogo rispettoso e fraterno”.
Omosessualità e poligamia
A esporre questa linea inequivocabile nel merito ma morbida nel metodo è il Simposio delle Conferenze Episcopali dell’Africa e del Madagascar (Secam) in un documento elaborato nel quadro del Sinodo sulla sinodalità che si è svolto per volontà di papa Francesco dal 2021 al 2024. Se, infatti, in Occidente, sono stati altri i temi che hanno fatto dibattito, a partire dall’omosessualità e dall’ordinazione delle donne, nel continente africano a essere controverso è il nodo di come trattare i cattolici poligami: accoglierli, accettando una prassi che contrasta col magistero classico, o respingerli, così allontanando dei fedeli desiderosi di far parte della Chiesa? Per evitare divisioni e polemiche, papa Francesco decise, già prima dell’ultima assemblea, di stralciare i temi caldi e affidarne l’approfondimento teologico e canonistico ad altrettanti gruppi di studio. Le conclusioni sulla poligamia, elaborate da un gruppo formato dal Secam, presieduto dal cardinale arcivescovo di Kinshasa Fridolin Ambongo, sono state pubblicate ieri.
La norma della monogamia
Il documento dedicato alla “sfida pastorale della poligamia” ribadisce la dottrina della Chiesa secondo la quale il matrimonio cristiano è monogamico per natura teologica e non per imposizione culturale. Il Secam esclude, di conseguenza, ogni forma di riconoscimento della poligamia e raccomanda che i catecumeni poligami non siano ammessi al battesimo prima di aver liberamente abbracciato l’impegno verso il matrimonio monogamico. Tra gli argomenti esposti, la centralità, per la pastorale della Chiesa, della dignità della donna. Non sono però scontate le sfumature e gli argomenti che portano a questa conclusione.
Le ragioni della poligamia
Il documento sinodale sottolinea, innanzitutto, che “al cuore della famiglia” africana “il bambino rappresenta un tesoro inestimabile, una benedizione divina” e avere numerosi discendenti è considerato “un dono di Dio”. E poiché storicamente “una sola moglie non poteva fornire il numero di figli necessario per proteggere, espandere e armare le famiglie contro gli attacchi esterni, si rese necessaria la presenza di più mogli, dato che in Africa i figli potevano nascere solo all’interno del matrimonio”.
Missionari intransigenti
Ancora oggi, in un continente dove il divorzio è visto come una “catastrofe sociale”, la poligamia “continua a essere una realtà nelle società africani dei nostri giorni” e in questo contesto “l’annuncio del Vangelo e la sua proposta di aderire a un rapporto matrimoniale monogamo incontrano talvolta resistenze giustificate da ragioni culturali”. Il documento analizza l’evoluzione dell’approccio della Chiesa a questo problema. Per i primi missionari non c’era margine di tolleranza, predicarono la monogamia e non “accompagnarono” le “persone in situazioni di poligamia”. Le cose iniziarono a cambiare con il viaggio a Kampala nel 1969 di Paolo VI, che parlò di un “cristianesimo africano”. Ma i vescovi africani dell’epoca tornarono a mostrare, in un documento del 1981, la stessa “intransigenza” dei primi missionari. La svolta è arrivata con il doppio sinodo sulla famiglia voluto da papa Francesco nel 2014-2015 e la conseguente esortazione apostolica Amoris laetitia: “L’enfasi non è posta né sulla legge né sulla punizione, ma piuttosto sul sostegno che testimonia la tenerezza di Dio”.
Quattro piste pastorali
A partire da qui i vescovi africani sviluppano la loro proposta di una “pastorale della poligamia”, ossia di una “pastorale di prossimità” che non esclude nessuno. Indirizzando tutti alla monogamia, certo. Ma con un certo grado di flessibilità. Il documento ricorda, in particolare, che in Africa già sono state adottate diverse pratiche pastorali per affrontare le situazioni di poligamia. Alcune richiedono al poligamo che desidera accedere ai sacramenti di scegliere una sola moglie, garantendo però giustizia e sostegno alle altre donne e ai loro figli. Altre istituiscono un “catecumenato permanente”, accogliendo la persona – che rimane dunque poligama – nella comunità, ma senza accesso ai sacramenti. A volte, ancora, la prima moglie viene battezzata quando è considerata vittima di un’unione poligama subita. Infine, la “poligamia velata” – ossia le unioni multiple non ufficializzate – richiede un accompagnamento specifico anche della comunità cristiana, affinché non respinga “chi cerca di conoscere il Vangelo e di viverlo”.
Pecore smarrite
Serve, in generale, una “pastorale di vicinanza e attenzione consentirà di instaurare un dialogo rispettoso e fraterno tra queste coppie poligame e il pastore (sacerdote, vescovo), rappresentante del Cristo misericordioso che va alla ricerca della ‘pecora smarrita’ e accetta di sedersi alla stessa tavola dei pubblicani e dei peccatori”.
L’accoglienza di James Martin
Tra i primi a commentare il documento sinodale dei vescovi africani – estremamente chiusi sull’omosessualità – è stato il gesuita statunitense James Martin, anch’egli padre sinodale, grande protagonista della pastorale verso i cattolici gay e trans: le riflessioni dei vescovi africani, ha scritto su X, “possono aiutare la Chiesa ad andare avanti con un altro gruppo le cui vite non sono sempre pienamente conformi all’insegnamento della Chiesa, le persone lgbtq, un gruppo menzionato in metà dei rapporti iniziali delle conferenze episcopali al Sinodo. Entrambi i gruppi cercano cura pastorale. ‘Pertanto, oggi’, come scrivono i vescovi africani, ‘possiamo affermare che il modo migliore per rispondere alle sfide della poligamia è un approccio pastorale di prossimità, ascolto e accompagnamento’. Lo stesso approccio può essere d’aiuto nell’avvicinamento della Chiesa alle persone lgbtq: prossimità, ascolto e accompagnamento”.