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 2026  marzo 25 Mercoledì calendario

Renzo Piano parla di Gino Paoli

Tre canzoni per raccontare la storia di un’amicizia durata tutta una vita. Al telefono da Parigi l’architetto Renzo Piano risponde all’inizio con un filo di voce per commentare la morte di Gino Paoli. «Sono molto triste» spiega. Ma poi il racconto si anima, la voce sale e con essa il ricordo di un legame durato più di settant’anni che l’architetto riassume in tre canzoni: «Se penso a Gino, ma soprattutto alla nostra amicizia, allora dico Senza fine, Sassi e Il cielo in una stanza».
Piano, uno dei quattro amici al bar cantati da Paoli, parte da dove tutto è iniziato, Pegli, ponente genovese, in cui il cantautore e l’architetto sono cresciuti. «A volte a casa mia, a volte a casa sua, lui è un po’ grande di me ma eravamo sempre insieme».
Così per tutta la vita, architetto Piano?
«Siamo cresciuti insieme, ci siamo persi e ritrovati, perché le nostre vite ci portavamo a volte lontani. Ma c’è sempre stato un filo rosso a tenerci uniti».
Quando l’ha visto l’ultima volta?
«Il mese scorso, a casa sua. Un anno fa era mancato suo figlio Giovanni, una cosa terribile. Non auguro a nessuno di dover sopravvivere ai propri figli. Quel dolore per lui era immenso e l’ha fatto soffrire molto».
Com’era con lei nel privato?
«Eh, tutti a dire che aveva un carattere difficile, che era silenzioso. Era genovese, tutto qui. Era nato a Monfalcone ma se n’era venuto via da piccolo e ha assorbito totalmente questa città. Aveva un animo profondo, gentile. Era un poeta».
Glielo ripeteva spesso?
«Sì, ricordo una sera a casa sua, quando scelse di candidarsi in Parlamento. Tutta la città ne parlava. Era una bella cena cucinata da sua suocera, che era di Modena, e io gli dissi: “Gino, fai quello che fai già, sei un poeta, fai poesia. Il tuo fare politica sarà fare poesia. Ecco, c’era un filo che ci teneva uniti, anche se io mi spostavo da una città all’altra, Stati Uniti, Londra, Parigi. La verità era che lui sapeva cogliere quei temi che avevamo in comune e che ci appartenevano. Insieme ci siamo soprattutto divertiti, anche prendendoci in giro».
In che modo?
«Io lo chiamavo cantastorie, lui mi chiamava geometra.
Scherzavamo così, ma oltre al sorriso c’era la profondità del nostro legame. E adesso, se ripenso alle sue canzoni, lo ritrovo qui al mio fianco».
A quali canzoni sta pensando?
«La prima è Senza fine, ascoltatela in silenzio, al buio. È la canzone che celebra l’attimo, quell’attimo che però dura per sempre. Vede, io ora sono nell’età grande, non sono vecchio, ma sono grande. E quando sei grande apprezzi ancor di più l’attimo che viene, senza pensare alla nozione del tempo. Per qualcuno è un’illusione».
E per lei?
«Io ho una visione più poetica, che Borges ha riassunto meravigliosamente. Ricordo di averne parlato con Gino, eravamo alla trattoria di don Gallo, in porto, dove andavamo spesso. Con noi c’era un caro amico, Flavio Gaggero, il nostro dentista. Il tempo, diceva Borges, è un fiume che mi trascina, ma sono io quel fiume; è un tigre che mi divora, ma sono io quella tigre; è un fuoco che mi consuma, ma sono io quel fuoco. Ecco, io non ci sarei mai arrivato, lui sì. E questo è il senso della vita, sono quegli attimi senza fine che parlano di amore, per una donna, un libro, un film, una cosa che dura un attimo ma porti dentro per sempre. Questa era la nostra amicizia, un attimo senza fine, un filo che univa e che permetteva di ritrovarci, noi due, o in quattro al bar, o in barca».
Parlava anche di altre canzoni...
«Sassi, meravigliosa. C’è dentro il mare della Liguria, le sue spiagge. E qui senti un suono particolare, quando l’onda si ritrae e trascina con sé i sassi. Non sono dettagli, e comunque sono quelle immagini che creano il legame profondo e coincidono con il nostro lavoro creativo. Lui aveva una sorta di invidia buona per me. Io lo prendevo in giro, per te è facile, la tua musica è leggera, il mio acciaio è pesante. Ma in questo scherzare c’era una cosa che ci univa».
Che cosa?
«La luce. Rappresentata dalla sua Il cielo in una stanza. Il mio studio di Vesima, a Punta Nave, è il cielo in una stanza. Quanti cieli in una stanza ho fatto nella mia vita, Houston, Atlanta, Basilea. L’idea della luce che viene dall’alto e ti rivela gli umori del cielo appartengono anche alla sua poesia e ci hanno sempre accomunati, io un costruttore, lui un poeta».