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 2026  marzo 25 Mercoledì calendario

I socialdemocratici danesi vincono ma senza maggioranza

A decidere chi vincerà le elezioni danesi sarà un uomo che si lava i denti con il sapone. Non era lusinghiero il titolo che qualche giorno fa il sito Politico dedicava al leader centrista Lars Løkke Rasmussen, ma alla fine potrebbe risultare profetico. Le legislative di ieri si sono chiuse con un sostanziale testa a testa tra il blocco “rosso” e quello “blu” (84 seggi contro 77 a favore dei progressisti, lontani però dai 90 che assicurano la maggioranza) e l’ultima parola dovrebbe averla il terzo incomodo Rasmussen, vecchia volpe che con i suoi 14 seggi (7,8%) può fare da kingmaker.
Ministro degli Esteri uscente della Grande coalizione guidata dalla leader socialdemocratica Mette Frederiksen e di cui facevano parte anche i conservatori del Venstre, Rasmussen porterà i suoi deputati in dote al centrosinistra o al centrodestra? Si turerà il naso davanti alla sinistra radicale o a un’estrema destra che è passata dal 2 al 9%?
E dire che non doveva essere lui la star del voto, ma Frederiksen. Fino a pochi mesi fa la premier era in crisi. A novembre il suo partito aveva perso Copenaghen per la prima volta in più di cento anni di storia, a beneficio di quella sinistra radicale – il Partito popolare socialista – che aveva già trionfato alle europee. Poi però è arrivato Trump, che dalla Casa Bianca ha cominciato a minacciare di comprare, o invadere, la Groenlandia, territorio autonomo appartenente al Regno di Danimarca, fedele alleato Nato. Frederiksen non ha chinato il capo e la fermezza con cui ha difeso l’orgoglio danese l’ha fatta crescere nei sondaggi, al punto che ha deciso, un mese fa, di indire elezioni anticipate per sfruttare l’effetto-Trump.
Ieri i socialdemocratici sono arrivati primi. Ma non c’è stato molto da festeggiare, visto che avrebbero perso quasi sei punti (sono sotto al 22%) e potrebbero incassare il risultato peggiore della loro storia. Frederiksen ha confermato in campagna elettorale la linea durissima sui migranti, proponendo di deportare gli stranieri condannati a più di un anno di prigione. Ma per fermare il nemico alla sua sinistra ha puntato anche su una tassa sui miliardari per finanziare le scuole elementari. Che sia merito della “tassa dell’invidia” (come l’hanno ribattezzata i detrattori) o di Trump, fatto sta che Frederiksen ha salvato il il salvabile e contenuto i rivali della sinistra radicale, secondi con l’11%.
Se non nascerà un esecutivo di minoranza tutto di forze di sinistra, sarà Rasmussen a decidere quali partiti governeranno. Premier del centrodestra dal 2009 al 2019 che poi ha fondato i Moderati (il cui nome ha preso dalla serie tv Borgen), Rasmussen è noto per il suo pragmatismo (da cui l’aneddoto sul sapone usato quando non c’è un dentifricio nei paraggi) e in campagna elettorale si è fatto fotografare con una capra per dire, come vuole il linguaggio di internet, che lui è il “Goat”, il più grande di tutti.
Frederiksen, 48 anni, è premier dal 2019. Ha guidato il Paese attraverso il Covid, la guerra in Ucraina – dove è stata in prima linea nel sostegno a Kiev – e la crisi sulla Groenlandia. Strada facendo si è trasformata in una strenua europeista, sia nel campo della Difesa sia in quello finanziario, dove ha tolto la Danimarca dal campo dei “frugali”. Se conquistasse il suo terzo mandato potrebbe diventare la leader danese più a lungo al potere nel dopoguerra. Ma dovrà chiedere il permesso, probabilmente, a Rasmussen.