corriere.it, 25 marzo 2026
Malattie del fegato: è allarme giovani
La campana d’allarme è suonata forte e chiara a Roma nei giorni scorsi, dove si è appena concluso il congresso nazionale dell’Associazione Italiana per lo Studio del Fegato (Aisf). Non era certo la prima volta, né in Italia, né tanto meno all’estero, «però i numeri si fanno ogni anno più preoccupanti, più impressionanti, soprattutto perché riguardano in numero crescente i ragazzi – dichiara Giacomo Germani, Segretario AISF e direttore dell’Unità di Trapianto multiviscerale dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Padova -: le malattie del fegato sono sempre più diffuse. Una conseguenza del fatto che obesità, diabete e consumo di bevande alcoliche interessano una quota crescente della popolazione mondiale e, purtroppo, pure nostrana».
A rabbuiare gli esperti c’è il fatto che le malattie del fegato stanno cambiando profondamente e riflettono in modo sempre più evidente la trasformazione (in peggio) degli stili di vita della popolazione: «Steatosi metabolica e malattia alcol-correlata sono due facce della stessa crisi di salute pubblica – continua Germani -: rappresentano patologie ad alta diffusione e ad alto impatto sociale, che richiedono diagnosi precoce, presa in carico appropriata e un forte investimento in prevenzione. È una sfida che riguarda non solo i clinici, ma l’intero sistema sanitario e la società civile».
Come a dire: bisogna muoversi tutti insieme, nella stessa direzione, se vogliamo evitare la deriva, peraltro sempre più vicina (visto che il numero di obesi adulti e anche bambini è in aumento ormai da anni, con il relativo carico di patologie).
Otto milioni di italiani bevono troppo
Non va meglio per il consumo di alcolici. Secondo gli ultimi dati dell’Istituto Superiore di Sanità, circa 8 milioni di italiani consumano alcol in quantità considerate a rischio per la salute, tra i quali 660mila giovani tra i 18 e i 24 anni.
«Nonostante decenni di prevenzione, il consumo di alcolici resta troppo diffuso – sottolinea Patrizia Burra, Professore Ordinario di Gastroenterologia all’Università di Padova –. Quello che ci preoccupa da tempo è anche il cambiamento delle modalità di consumo tra i giovani, perché il binge drinking e il consumo inappropriato di alcol possono avere conseguenze non solo familiari, scolastiche e lavorative, ma anche epatiche molto severe. La malattia alcol-correlata non è solo il risultato di un consumo eccessivo protratto nel tempo, ma una patologia complessa, progressiva e potenzialmente fatale. Nella maggior parte dei casi evolve dalla steatosi alla fibrosi, poi alla cirrosi e, in circa il 6% dei casi l’anno, all’epatocarcinoma. Nelle forme acute più severe, come l’epatite alcolica, la mortalità a sei mesi può arrivare fino al 60%, rendendo fondamentale una presa in carico tempestiva e multidisciplinare». Quando il primo contatto con il medico è tardivo, la malattia è già progredita e le possibilità di intervento si riducono.
L’alcol provoca oltre 200 malattie (e incidenti)
Il consumo di alcol è associato a oltre 200 patologie, inclusi cancro, malattie epatiche (cirrosi, epatite), cardiovascolari (ipertensione, ictus), neurologiche e disturbi mentali. E causa circa 40mila decessi annui in Italia, danneggiando fegato, cervello e cuore, e incrementando il rischio di tumori (seno, colon-retto, fegato).
Se il fegato è il principale organo-bersaglio colpito dagli alcolici, molto meno noti sono i legami con altre arre del corpo e relative patologie, quali tumori (di bocca, orofaringe, laringe, esofago, fegato, colon-retto e seno), sistema nervoso (atrofia cerebrale, neuropatia alcolica, disturbi cognitivi e di memoria), apparato cardiovascolare (ipertensione, infarto miocardico, ictus); disturbi psichiatrici e comportamentali (dipendenza, depressione, ansia, psicosi quali deliri o allucinazioni), gastroenterite (gastrite, esofagite, pancreatite), infertilità, impotenza, danni al feto (sindrome feto-alcolica).
Un lungo e triste elenco a cui vanno aggiunti decessi e danni gravissimi dovuti a incidenti stradali, cadute e annegamenti.
Steatosi metabolica e fegato grasso
La steatosi metabolica, che oggi è la più comune tra le malattie croniche del fegato, interessa un italiano su quattro: La steatosi epatica è l’accumulo eccessivo di grasso nel fegato (per questo è spesso nota anche come «fegato grasso»), mentre si parla di steatosi metabolica quando l’accumulo di grasso è legato a disfunzioni metaboliche come sovrappeso, diabete di tipo 2, insulino-resistenza e ipercolesterolemia.
«Una recente indagine Aisf presentata in Senato mostra che ogni centro italiano segue in mediana 300 pazienti con steatosi metabolica e registra 50 nuovi casi l’anno – dice Salvatore Petta, Professore Ordinario di Gastroenterologia all’Università di Palermo-. Il 40% dei pazienti presenta già alla diagnosi una fibrosi significativa e il 20% ha già sviluppato cirrosi: dunque è in uno stadio avanzato di malattia». Inoltre, tra le persone seguite in ospedale per queste patologie, il 40% soffre di diabete e il 50% di obesità.
Le terapie
La steatosi metabolica può restare a lungo silente, ma in una quota rilevante di pazienti evolve verso forme più aggressive, con fibrosi, cirrosi e tumore del fegato. «Il problema è intercettare precocemente chi ha un rischio reale di progressione, soprattutto tra le persone con obesità o diabete, perché oggi abbiamo finalmente strumenti diagnostici non invasivi e nuove prospettive terapeutiche che possono cambiare la storia della malattia – conclude Petta –. Il trattamento chiave per la steatosi è la modifica dello stile di vita: ovvero dieta corretta (con grande attenzione a quello che si mangia e si beve) e esercizio fisico, evitando il sovrappeso. Oggi, però, si affacciano anche terapie mirate per una quota di pazienti con malattia più avanzata: resmetirom e semaglutide, come indicato dal documento Aisf, sono i primi farmaci ad aver dimostrato un’efficacia istologica negli studi di fase tre per i pazienti più “critici"».