corriere.it, 25 marzo 2026
Uova, il problema dei rincari
Negli ultimi anni le uova sono diventate uno dei simboli più evidenti delle tensioni sui prezzi alimentari, soprattutto negli Stati Uniti, dove tra il 2024 e il 2025 i listini sono saliti bruscamente per effetto dell’influenza aviaria. In Europa e in Italia l’impatto è stato più graduale, ma il quadro resta quello di un mercato sotto pressione con una domanda in forte crescita, costi in aumento e produzione che cerca di tenere il passo.
Addio ai pregiudizi
«Negli ultimi tre anni siamo oltre il +20% di consumi – spiega Federico Lionello, direttore commerciale e marketing di Eurovo, società padovana nel settore avicolo da oltre 1,2 miliardi di fatturato – un aumento che non ha paragoni tra i prodotti a scaffale»: nella grande distribuzione l’aumento è del +4,1% nel 2023, +4,6% nel 2024 e +8% nel 2025 (rilevazioni Iri-Circana su GDO e Discount). Alla base c’è un cambiamento strutturale. «Con la revisione dei Larn (Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti ed energia per la popolazione italiana, ndr) nel 2024 si è superato definitivamente il pregiudizio sul consumo di uova – osserva Lionello – oggi vengono consigliate con continuità anche fino a 6-7 a settimana». A questo si aggiunge il fattore prezzo. In un contesto di inflazione alimentare diffusa, le uova restano la proteina più accessibile.
Filiera sotto pressione
Ma è proprio questa crescita a mettere sotto stress la filiera. «Da oltre un anno e mezzo la produzione nazionale non riesce a coprire il fabbisogno». Il risultato è un mercato in equilibrio precario, dove anche piccoli disallineamenti nella logistica possono tradursi in scaffali temporaneamente vuoti.
I rincari si sono distribuiti in modo disomogeneo. «All’ingrosso abbiamo visto aumenti più importanti, mentre al consumo finale siamo intorno al +7-8%». Una dinamica legata anche a una precisa scelta di filiera per evitare eccessive oscillazioni sugli scaffali.
«Abbiamo ridotto la pressione promozionale – sottolinea – perché in una fase di scarsità non ha senso spingere i volumi: si rischia solo di creare squilibri tra punti vendita». Anche perché le uova, per loro natura, non si prestano a dinamiche di stock. «Hanno una shelf life limitata: nascono con 28 giorni e arrivano al consumatore con 18-20 giorni residui. Non è un prodotto che si può accumulare in grandi quantità».
Sul fronte dei costi, il settore ha dovuto assorbire una serie di shock simultanei. «Le materie prime per i mangimi arrivano in gran parte da fuori Europa e questo ci espone all’aumento dei prezzi dei cereali, dei fertilizzanti e dei noli marittimi». A questi si aggiungono i costi energetici, particolarmente rilevanti per una filiera che lavora su base continuativa.
Il risultato è un aumento dei costi soprattutto “a monte”, che solo in parte si trasferisce sul prezzo finale.
A differenza di altri settori, però, la produzione non può reagire rapidamente. «L’allevamento richiede pianificazione pluriennale, investimenti, autorizzazioni – sottolinea – non è possibile aumentare l’offerta nel giro di pochi mesi».
Per questo le aziende stanno lavorando su più leve. Una è la diversificazione geografica anche per far fronte all’aviaria diventata ormai strutturale in alcune aree: «Stiamo investendo in aree meno esposte al rischio aviaria, come alcune zone del Centro Italia, tra Umbria e Marche».
Un’altra è l’innovazione industriale. Eurovo sta realizzando nuovi impianti altamente automatizzati, in grado di migliorare efficienza e gestione dei volumi. «Stiamo costruendo un centro di imballaggio completamente automatizzato, per selezionare e confezionare le uova riducendo il lavoro manuale e migliorando la produttività».
L’obiettivo è contenere i costi e rendere più sostenibile il lavoro. «Vogliamo ridurre i turni notturni e aumentare la qualificazione del personale, puntando su formazione e competenze».