Corriere della Sera, 25 marzo 2026
Ettore Messina parla del passaggio da allenatore a presidente
Un compleanno e un’eliminazione. I 90 anni dell’Olimpia domenica e una sconfitta nel Principato di Monaco ieri che chiude ogni speranza di post season in Europa. Di nuovo. Meglio tenersi stretta la festa allora, perché la panchina al momento non è più un suo problema.
Ettore Messina, com’è stato sfilare con le vecchie glorie al centro del Forum per festeggiare i primi 90 anni dell’Olimpia?
«Emozionante, stavo tra uomini che hanno contribuito a fare la storia del club».
Ma non immaginava di festeggiarli solo da presidente.
«È andata come è andata, però esserci come presidente è un onore».
Quanto si sente parte integrante e importante nella storia dell’Olimpia?
«Integrante, sicuramente. Sono stati sei anni intensi. Otto trofei, tre scudetti consecutivi, una Final Four dopo 29 anni... Importante? Non sta a me giudicarlo».
Non è scontato vincere, quando si allena l’Olimpia.
«Non è scontato in nessun caso. Per come sta cambiando il sistema, il peso economico conta sempre di più. Noi fortunatamente abbiamo una società che ha sempre investito molto, poi però ci sono anche quelli che vanno oltre quelle che secondo me sono le possibilità della pallacanestro europea e mondiale. Detto questo, quando io ero un giovane allenatore non c’era quella sensazione che se vincevi allora tutto bene, se perdevi tutto male».
Il grande rimpianto da allenatore dell’Olimpia?
«La semifinale di Colonia con il Barcellona: Punter sbaglia un tiro che nove volte su dieci segna, Higgins mette un canestro sulla sirena. E perdiamo di due. E se avessimo vinto, in finale avremmo incontrato l’Efes, battuto due volte su due in stagione regolare. Potevamo sognare».
Dopo quelle Final Four, in Europa non vi ha detto bene.
«Siamo arrivati ai playoff contro un Efes così in crescita che poi avrebbe vinto il titolo, con Datome fuori e Melli infortunato. Poi il Chacho è tornato in Spagna, Datome si è ritirato, e per mille e una ragione non siamo più riusciti a trovare una soluzione adeguata. E poi, gli infortuni...».
Che sono però un problema di tutte le squadre.
«Certo. E c’è un motivo. Troppe partite dove non si può mollare. Anzi, tutte. In Nba, dove ci sono trenta squadre, ai playoff ne vanno sedici più quattro ai play-in. I due terzi. Puoi permetterti di ruotare i giocatori più affaticati, puoi anche mettere in preventivo qualche sconfitta. In Eurolega passano in sei, più quattro ai play-in. Dieci squadre su venti, ovvero la metà. È un imbuto troppo stretto. Per questo tutte le partite contano, ma poi non si contano gli infortuni».
Quindi ben venga la Nba?
«Quando mi dicono “tu vorresti che arrivi l’America a tutti i costi” io rispondo di sì, porterebbe un riallineamento tra obiettivi economici e risultati sportivi. L’ideale sarebbe una fusione con Eurolega».
Torniamo a Milano. Le hanno mai detto, dopo un bel voto a scuola, «hai fatto soltanto il tuo dovere»?
«Naturalmente. Frase tipica di tutti i genitori».
Vale anche per le vittorie a Milano?
«Al Real Madrid, Jorge Valdano mi diceva che vincere è un “alivio”, un sollievo. Se sei in un club dove si deve solo vincere è così. E anche a Milano ci sono sempre grandi aspettative. La cosa che in questi anni mi ha divertito è che anche Bologna ha speso molto, ha preso grandi allenatori, grandi giocatori, ma sono sempre riusciti a passare come underdog. Un capolavoro di comunicazione».
Com’è fare il presidente dell’Olimpia?
«È diverso, mi lascia più tempo libero. Ora il mio ruolo è organizzare, cercare di capire quale può essere il futuro di questo club nei prossimi anni e soprattutto in che mondo».
Seguirà anche il mercato?
«Lo escludo. L’allenatore sceglierà i giocatori insieme con il direttore sportivo».
La critica che le è stata mossa è di aver ricoperto due ruoli, allenatore e presidente, quindi senza un contraltare.
«E io rispondo che non è così. In questi anni mi sono confrontato tantissimo con Armani, con Dell’Orco, con Stavropoulos».
Lei a Bologna si confrontava con Gianluigi Porelli...
«Perfetto. Quanti Porelli ci sono? O quanti Morbelli? Io so quanto sono stati difficili questi sei anni, devi allenare, devi vincere le partite, devi gestire tutto. Forse dopo la Final Four avrei dovuto fare un passo indietro da presidente ma so, e ne sono certo, di aver creato uno staff di eccellenti professionisti che ha fatto dell’Olimpia una società modello».
Il 26 novembre 2025 lei ha scritto quella lettera aperta in cui annunciava che avrebbe lasciato la panchina.
«Era il momento di fare un passo indietro».
Due giorni dopo, Zeljko Obradovic si dimette dal Partizan. In appena 48 ore, 13 Euroleghe che mollano.
«Due vicende diverse».
Ma resta la coincidenza. È un basket diverso, quello di oggi, rispetto alla «vostra» pallacanestro?
«Per forza. L’Eurolega è diventata sempre di più una lega di giocatori piuttosto che di allenatori. Una volta in Europa gli allenatori contavano molto, oggi di meno. E ne faccio una questione di sistema: una volta esisteva un processo, una squadra partiva da un punto e cresceva fino a raggiungerne un altro. Adesso ci si concentra solo sul vincere o perdere, con pochissimo tempo per allenare. Detto questo, non si può essere nostalgici. Il basket è cambiato».
Gli allenatori «rompiscatole» hanno fatto il loro tempo?
«Io non voglio dire se sia meglio essere amici dei giocatori o se invece sia giusto essere più “duri”. Ci sono grandi allenatori in entrambe le categorie. Voglio però dire una cosa su di me: io ero più rompiscatole quando ero giovane, ma se vinci, la cosa viene vista sotto una luce diversa. Oggi Jasikevicius è più rompiscatole di me, ma vince e nessuno glielo fa pesare».
Quindi non è una questione di atteggiamento?
«Kobe Bryant diceva: io non ho bisogno di amici ma di gente che mi aiuti a vincere».
Quanto ci ha meditato su quella lettera aperta?
«È nata nella settimana in cui ho saltato due partite perché stavo male. La squadra le ha vinte e lì è stato chiaro che c’era una gran voglia di cambiamento».
Con le dimissioni non l’ha data vinta ai tifosi da social?
«Non è quello. Dovevate provare a stare in panchina, da dietro si sentiva “cambia questo, metti quello, levati di torno”, una litania continua. Un allenatore ha bisogno anche di un po’ d’affetto…».
Un Ettore Messina in cerca d’affetto è un inedito. Dica la verità: si rivede in panchina, a breve?
«Non lo so. Adesso sto cercando di capire se quello che sto facendo mi piace. E se sono capace»