Corriere della Sera, 25 marzo 2026
Intervista a Giuseppe Gentile
Un ciclo olimpico prima di Mennea e Simeoni, l’atletica italiana era Giuseppe Gentile. Due record del mondo nell’arco di due giorni nel salto triplo all’Olimpiade di Città del Messico ‘68 – nell’autunno rivoluzionario della strage di Piazza delle Tre Culture, del black power di Tommie Smith e John Carlos e del volo a planare di Bob Beamon, quell’8,90 durato ventitrè anni – non bastarono ad assicurare al collo dell’allievo di Gigi Rosati la medaglia d’oro. Bronzo con 17,22, invece, dietro al sovietico Saneev (17,39) e al brasiliano Prudencio (17,27). Un lutto sportivo che quattro lustri più tardi la scrittura dell’autobiografia «La medaglia (con)divisa» ha permesso di elaborare. Nel frattempo Giuseppe era stato Giasone accanto a Maria Callas in Medea, diretto da Pier Paolo Pasolini. Una vita da film, che Gentile, 82 anni, racconta da Marsala e dalla Sicilia dei genitori, dove si è trasferito da Roma. Cominciamo da qui.
Traslocare alla sua età: perché?
«I miei erano di Castelvetrano: sono tornato alle origini. Papà aveva abbracciato la carriera prefettizia, andava in giro per l’Italia. Io ho cominciato a Teramo con scherma, basket e atletica. A 15 anni il professore di educazione fisica e un altro signore mi consigliarono di puntare sui salti. Lungo, triplo, alto. Mi spostavo con la Lambretta tra Caracalla, l’Acqua Acetosa e l’Eur».
Quel signore era Rosati?
«Esatto. Per me Gigi fu quello che Vittori sarebbe stato per Mennea. Un allenatore, un mentore, un consigliere».
La leggenda dice che lei si sia innamorato dell’atletica guardando «Pelle di rame», il film sulla vita del nativo americano Jim Thorpe (interpretato da Burt Lancaster), due ori olimpici nel 1912 nelle prove multiple prima di diventare una stella di football e baseball.
«È vero. Mi infilai da solo al cinema Espero di Monte Sacro, il mio quartiere. Avrò avuto 8-9 anni. Fino a quel giorno avevo giocato a pallone nei prati, come si usava all’epoca. Uscito dal cinema notai una ringhiera che divideva due cortili: all’improvviso, mi immaginai di saltarla...».
Il fratello di suo nonno era Giovanni Gentile, filosofo e ministro di Mussolini. Una figura ingombrante, per lei?
«Per niente. Papà me ne parlava molto bene. Non feci in tempo a conoscerlo: venne ucciso dai partigiani fiorentini nel ‘44, avevo pochi mesi».
Tra alto, lungo e triplo come scelse?
«Il dirigente del Cus Roma, Mario Pescante, chiese a Gigi: il tuo ragazzo può passare al triplo senza farsi male? A quei tempi non era una specialità molto frequentata. Ma non saltavo bene, all’inizio: facevo male l’hop, cioé; meglio step e jump. Per acquisire il ritmo correvo 100 e 400 ostacoli. Mi allenavo tanto, poi in gara non funzionavo. Allora Rosati decise di invertire il piede d’attacco: un’invernata la passai a staccare solo di destro. Cambiò tutto, e cominciarono a fioccare i record italiani».
Otto tra il ‘65 e il ‘68. Fino al Messico, sua croce e delizia.
«Sono partito convinto di poter fare, in altura, 18 metri. La Federazione non pagò il viaggio al mio tecnico: a Città del Messico mi ritrovai da solo e commisi alcuni errori imperdonabili. In allenamento saltai in alto, procurandomi una distrazione alla coscia che mi tenne fermo 5-6 giorni: troppi. Stupido io, con Gigi presente non l’avrei mai fatto. Comunque arrivò il primo record del mondo, 17,10, in qualificazione. Quella sera, il secondo errore: non avevo fame, per risolvere la cena bevvi un bicchierone di latte. Apriti cielo. Passai la notte in bagno. In finale saltai 17,22, ma Saneev e Prudencio di più. Ho trascorso vent’anni a ripensare a quello che poteva essere e, invece, non è stato».
Come ha fatto pace con se stesso?
«Andato in pensione, non avendo più molto da fare, mi sono messo a scrivere. È stato terapeutico: affrontando questa parte importante e dolorosa della mia vita, ho superato la delusione. Ho proprio ritrovato il mio equilibrio personale. In quel periodo feci fare da un artigiano il calco del bronzo del Messico, che poi fu assemblato con la mia medaglia divisa in due. Rosati mi aveva chiesto l’oro: era colpa mia se ero tornato con il colore sbagliato. Invitai Gigi a cena, infilai la medaglia in una busta, con una lettera, raccomandandogli di aprirla a casa. Beh, quando mi chiamò piangemmo a lungo al telefono. Così superai tutto. Era una cosa tra me e me, un problema mio: avevo vissuto quel bronzo come una specie di disgrazia. Finalmente potevo considerarmi guarito».
Riprovò a vincere l’oro a Monaco ‘72, l’Olimpiade dell’attentato di Settembre Nero alla palazzina israeliana.
«Altri sogni infranti, altri errori. In avvicinamento, mi feci male a Formia. Mi bloccai per un mese e mezzo. Il presidente Nebiolo mi pregò di partecipare comunque ai Giochi di Monaco e io, come uno stupido, risposi di sì. Uscii in qualificazione: il 5 settembre ‘72, giorno dell’attentato, ero già fuori dall’Olimpiade».
Città del Messico ‘68 e Monaco ‘72: lei è stato testimone della storia, Giuseppe.
«Ero presente, con Roberto Frinolli, al mitico salto di Beamon. Sembrava volasse, non atterrava mai nella sabbia. Il misuratore a distanza non bastò: dovettero misurarlo con la rotella metrica. Che spettacolo. Quanto al pugno guantato di Smith e Carlos, beh, sono cose che non si possono dimenticare. Quel giorno ebbi una discussione con Eddy Ottoz. Dal mio punto di vista, quei ragazzi avevano violato la sacralità dello sport, strumentalizzando il podio dei 200 metri per contestare. Sono stati i primi. Eddy non era d’accordo. Allora mi sembrò una violenza; oggi, invece, quel gesto lo capisco».
Rosati le chiese di arrivare fino a Montreal ‘76.
«Gigi accennò alla famosa medaglia del colore sbagliato, alla possibilità di rimediare ma dentro di me era finito tutto. Cominciai la carriera al Coni. Un giorno andai dal presidente Onesti per dirgli del film di Pasolini. A Giusè, mi disse, fai quello che te pare e torna, il Coni da qui non si muove».
Perché Pasolini scelse proprio lei per il ruolo di Giasone in Medea?
«Sulle riviste dell’epoca, soprattutto su Oggi e Gente, erano girate delle mie foto per pubblicizzare la nuova spider Fiat Dino, che mi avevano regalato».
Quindi Giuseppe Gentile era un gran figo.
«Temo di sì. Alto, atletico, baffoni a manubrio... Ma non sono mai stato capace di conquistare una donna: mi lasciavo conquistare. Incontrai Pasolini e la Callas all’Escargot, un ristorante sull’Appia Antica. Due persone piacevolissime. Io penso che sulla scelta abbia inciso il mio momento di popolarità: ero un bel ragazzotto, però qualità attoriali zero».
Ecco, appunto: come ci si improvvisa attore sul set di Pasolini?
«Vivevo la vita con leggerezza, senza fare alcun tipo di valutazione. Non mi sono posto il problema: mi faceva piacere, e stop. Girammo per due mesi, tra Roma e la Turchia. Tra gli amici di Pasolini non ero, diciamo, moltissimo a mio agio ma Pier Paolo, che aveva una sensibilità spiccata, si sforzava di parlare di atletica per trovare argomenti di conversazione. In realtà, amava il calcio. Come regista, non dava molte indicazioni. A volte mi chiedeva solo di muovere le labbra, poi avevo un traduttore per le battute in inglese. Alla fine fui doppiato da Nino Castelnuovo, il Renzo dei Promessi Sposi alla tv».
Che esperienza fu, nel complesso?
«Bellissima. Io tra Ercole e gli Argonauti, con Pasolini alla regia. Conservo piacevoli ricordi, comprese certe cene a tre: io, lui e Maria Callas, di cui ottenni la confidenza».
Ci fu un flirt con la Divina?
«Nooo, nessun flirt, però siamo stati piacevolmente amici. Andavo a bere un ultimo whiskey al bar del suo albergo, vicino alla stazione Termini. Mentre eravamo insieme, capitava che Maria ricevesse una telefonata di Aristotele Onassis, che sbraitava contro Jacqueline Kennedy. Ma ti rendi conto, Giuseppe, mi diceva: dopo avermi trattata così, viene a piangere sulla mia spalla!».
Come si sta a Marsala?
«Io ci sto bene. Scritto il libro, mi è rinato l’amore per l’atletica. Non mi perdo una gara: dai cinque ori di Tokyo 2021 ai giovani talenti che hanno appena dominato il Mondiale indoor in Polonia, vedo una Nazionale con uno spirito di gruppo che ai miei tempi non c’era. Oggi quando prendono il bronzo sorridono, mica come me».