Corriere della Sera, 25 marzo 2026
Il Pentagono prepara 3.000 soldati per l’Iran
«Un grosso regalo» dei leader dell’Iran avrebbe convinto Donald Trump che sta «trattando con le persone giuste». Il presidente americano lo ha detto ieri ai giornalisti nello Studio Ovale. «È arrivato oggi: un grosso regalo, vale un sacco di soldi… Non è legato al nucleare, ma al petrolio e al gas». Alla domanda se questo dono imprecisato abbia a che fare con lo Stretto di Hormuz, il presidente americano ha replicato: “Sì… è legato alla circolazione e allo stretto”. L’Iran avrebbe inviato una lettera all’Organizzazione marittima internazionale per consentire il passaggio delle navi non ostili attraverso lo stretto «in coordinamento con le autorità iraniane». Sia Bloomberg che il Financial Times, tuttavia, scrivono di un pagamento, almeno da parte di alcune imbarcazioni, di 2 milioni di dollari per garantirsi il passaggio.
Trump dice di aver cambiato idea sull’opportunità di negoziare con l’Iran perché ora “stanno parlando e dicono cose sensate… Hanno accettato di non avere un’arma nucleare”. La Repubblica Islamica in realtà ha sempre negato di volere una bomba atomica, ma Trump afferma anche che il regime avrebbe accettato di rinunciare all’arricchimento dell’uranio. Questa sarebbe una grossa concessione, ma da Teheran non giungono conferme. Gli iraniani continuano a parlare di scambi di messaggi allo stadio iniziale attraverso mediatori; e vedono nelle aperture diplomatiche di Trump una possibile trappola. Gli americani hanno inviato a Teheran i “15 punti” di un possibile accordo e proposto un incontro già giovedì, secondo il sito Axios che cita fonti israeliane, ma la Casa Bianca ieri aspettava ancora la risposta. I 15 punti conterrebbero molte delle richieste che gli americani avevano fatto a Ginevra prima dell’inizio della guerra il 28 febbraio. L’ex consigliere per la sicurezza nazionale di Biden, Jake Sullivan, ha detto in un’intervista al Daily Show che, prima che gli Usa cominciassero a bombardare, Teheran avrebbe messo sul tavolo una importante proposta di pace a Ginevra, solo che i negoziatori, Steve Witkoff e Jared Kushner, «semplicemente non hanno capito che cosa era stato offerto loro».
Trump non ha risposto alla domanda se Kushner e Witkoff negozieranno faccia a faccia con gli iraniani. A Teheran non pare ci sia un grande desiderio di ripetere i negoziati falliti tra il ministro degli Esteri Araghchi e Witkoff. Sui media si è ipotizzato un incontro tra il vicepresidente J.D. Vance e lo speaker del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, ma ieri Trump non ha messo in risalto il nome di Vance. Oltre a Witkoff e Kushner ha detto che stanno negoziando «Marco, J.D, una serie di persone». Il presidente ha sottolineato che lui stesso è coinvolto nei negoziati. «E vi posso dire che loro (gli iraniani, ndr) vogliono fare un accordo».
Trump ha sostenuto che il segretario della Difesa Pete Hegeseth e il generale a capo delle forze armate Dan Caine saranno invece «dispiaciuti» se la guerra finisce «molto presto» perché «non volevano un patteggiamento, volevano vincere». In realtà Caine è il generale che, secondo i media, aveva avvertito il presidente sui rischi della guerra. E in generale, secondo Bloomberg, la decisione di fare la guerra è stata spinta soprattutto dall’esterno dell’amministrazione (da Netanyahu, dal magnate dei media Rupert Murdoch, oltre che da commentatori conservatori americani), mentre i ministri del governo hanno dato luce verde senza fare grande resistenza (anche se per esempio Hegseth, ex soldato e presentatore di Fox, da tempo si oppone alle «guerre infinite»). Già l’altro ieri Trump aveva detto di Hegseth: «È stato il primo ad essere a favore della guerra. Pete, penso che tu sia stato il primo a dire: “Facciamolo, perché non possiamo lasciare che abbiano un’arma nucleare”». Pete era rimasto in silenzio, al fianco del presidente. Ora il Pentagono sta pianificando di mandare nell’area altri tremila paracadutisti. La decisione sull’impiego di truppe sul terreno non è ancora stata presa, ma l’82esima divisione d’élite dell’esercito dà al presidente ulteriori opzioni.
Trump continua a parlare di cambio di regime in Iran, ma come qualcosa che è già avvenuto: «Abbiamo davvero un cambio di regime. Questo è un cambio nel regime perché i leader sono tutti molto diversi da quelli che c’erano all’inizio e che avevano creato problemi» (in realtà il 64enne Ghalibaf fa parte del «sistema» da decenni, anche se è considerato dagli americani un pragmatico che potrebbe persuadere la leadership ad accettare un accordo).
Non è chiaro infine se Trump abbia confermato la notizia del New York Times che il principe Mohammed Bin Salman spinga per continuare la guerra. «Sì è un guerriero, sta combattendo con noi», ha replicato il presidente, aggirando i dettagli. Secondo il quotidiano, il principe saudita è favorevole all’invio di truppe sull’isola di Kharg e ad attacchi contro le infrastrutture energetiche per indebolire Teheran, ma i sauditi negano che voglia un prolungamento della guerra. È credibile comunque che il Regno saudita non voglia un ritiro americano prima di risolvere il problema dello Stretto, perché altrimenti i Paesi arabi verrebbero lasciati a gestire da soli un Iran furioso.