Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  marzo 25 Mercoledì calendario

Legge elettorale, le «affinità» FdI-Pd

L’altro ieri Elly Schlein e Giuseppe Conte hanno dato il loro via libera alla riforma della legge elettorale. Lo hanno fatto indirettamente, annunciando che per sciogliere il nodo della leadership nel centrosinistra si sfideranno con le primarie di coalizione. Ma l’attuale sistema di voto non prevede l’indicazione preventiva del premier. Quindi è chiaro che la segretaria del Pd e il leader di M5S si stanno preparando a competere per la guida dell’alleanza in base alle norme del futuro meccanismo elettorale. Che l’indicazione del premier la prevede.
Perciò l’alzata di scudi contro la decisione della maggioranza di avviare l’esame della legge è per un verso strumentale, per l’altro è dettato da un calcolo politico. Sottovoce autorevoli dirigenti dem lo riconoscono, mentre rilasciano alle agenzie di stampa dichiarazioni contro il centrodestra. La sterzata della premier che intende rafforzare il sistema bipolare è condivisa, anzi «è giusta: perché bisognerà evitare il pareggio nella prossima legislatura». La tesi è che «non ci può essere più spazio per la riedizione di governi di larghe intese in futuro».
Le convergenze parallele tra Meloni e Schlein sulla legge elettorale sono il segreto di Pulcinella nel Palazzo. D’altronde l’hanno fatto capire più volte: la prima si è già sottratta in passato a gabinetti di grande coalizione e non accetterebbe mai di farne parte; la seconda ha avvisato che «in nessun caso il Pd farà più accordi di governo con la destra». Per entrambe il pareggio è kriptonite: se accadesse nel 2027, sarebbero le vittime designate di manovre politiche che le fagociterebbero. Ecco allora che l’accelerazione della premier è speculare alla decisione della leader dem di raccogliere il guanto di sfida di Conte nel Campo largo.
Questo non vuol dire che maggioranza e opposizione sigleranno un’intesa in Parlamento sulla riforma. Il centrosinistra lascerà agli avversari l’onere di portare avanti la legge da sola, sfruttando un notevole vantaggio mediatico: potrà additare infatti il centrodestra davanti all’opinione pubblica di aver voluto cambiare le regole del gioco «temendo di perdere le prossime elezioni». Ma su un punto sarà necessario un compromesso. Come ebbe modo di dire Dario Franceschini, «bisognerà abbassare il premio di maggioranza per evitare che la coalizione vincente possa avere i numeri per eleggersi da sola le figure di garanzia». A partire dal capo dello Stato. «Una mediazione si può trovare», sostengono gli sherpa del Pd. E dall’altra parte già avanza la soluzione: «Abbassare il tetto massimo del premio, evitando comunque lo scenario del pareggio».
Le tecnicalità vengono sempre in soccorso quando c’è la volontà politica. E quella reggerà anche durante l’infuocato confronto parlamentare. Il problema è un altro ed è tutto interno al centrodestra. La tensione tra gli alleati è causata dal nodo delle preferenze, che erano state escluse dall’intesa e che sono rientrate con l’emendamento presentato da FdI. «Non ci sono le condizioni per forzature», dicono all’unisono Lega e Forza Italia, contrarie alla soluzione. Entrambe minacciano che se per caso le preferenze venissero approvate alla Camera, magari a scrutinio segreto, «al Senato la legge sarebbe affossata».
È da vedere se il braccio di ferro nel centrodestra si spingerà fino al punto da mettere a repentaglio la riforma e con essa l’unità della coalizione. Di certo c’è che Meloni – dopo la vittoria del No al referendum – ha operato con rapidità una doppia mossa: sulla legge elettorale e sugli assetti di governo, bocciando l’ipotesi di un rimpasto che le era stata suggerita da Forza Italia. L’intento è quello di scaricarsi di una serie di problemi per affrontare con minori difficoltà la volata verso le elezioni. Per quanto tra i suoi alleati ci sia chi paventa che la sconfitta referendaria possa portare al sorpasso delle opposizioni nei sondaggi.
A ognuno i propri guai. Nel Campo largo la prospettiva del cambio di legge elettorale ha innescato l’inevitabile conflitto che si manifesta con la corsa alle candidature per le primarie. E più saranno i concorrenti «maggiori saranno i rischi per il successo di Schlein», ammettono nel Pd: ma era impossibile evitare la sfida con Conte, siccome «nessuno è disposto a cedere sulla leadership».
E anche all’ex premier va bene la riforma elettorale. È convinto che le primarie aperte (e il voto al Sud) lo favoriscano. Quando ne parla mostra sempre i suoi sondaggi, «che mi danno vincente». La giostra è partita.