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 2026  marzo 25 Mercoledì calendario

Delmastro parla del ristorante

Andrea Delmastro Delle Vedove le sue dimissioni sono spontanee?
«Sì, sono sereno nella scelta».
Pensa di aver fatto fallire il referendum?
«Assolutamente no. Ho deciso di dimettermi perché, sin dall’inizio, ho improntato la mia azione di governo con provvedimenti incisivi contro la mafia. Non vorrei che una leggerezza indebolisse questa battaglia mia e del governo».
Ha aperto una società con la figlia di un prestanome della camorra. Davvero la ritiene una leggerezza?
«Sì. Non mi sono reso conto di chi avessi davanti fin quando il padre non è stato arrestato».
Avvocato, deputato, uomo di governo, com’è possibile che non abbia controllato?
«Me lo chiedo anch’io. Ma non ho fatto verifiche».
Come è entrato in contatto con loro?
«Andando a cena in quel locale. Si mangiava bene. Lui sembrava il classico oste romano di una volta, di quelli che non ci sono più».
Come si è passati dalle cene alla società con la figlia diciottenne?
«Si lamentava del locale grande, delle spese alte. Voleva avviarne uno piccolo per la figlia. È nata l’idea di fare con lei questa attività, nella quale, ahimè, ho coinvolto amici biellesi. Abbiamo pagato quote societarie. E un finanziamento soci per far partire la società, mai riscosso».
E l’ha fatto senza cautele?
«Mi sono fidato. Appena ho saputo che il padre era stato arrestato, ho ceduto le mie quote e ne sono uscito immediatamente. Non ho guadagnato un euro. Ci ho solo rimesso soldi».
Possibile?
«È possibilissimo. Del resto chi, sapendo una cosa del genere, farebbe una società con il proprio nome?».
Però ha ceduto le quote a sé stesso.
«Quel passaggio è avvenuto prima che sapessi qualsiasi cosa e ben prima dell’arresto. Saputo con chi avevo a che fare me ne sono liberato completamente».
Perché non lo ha dichiarato al Parlamento?
«Era solo un ritardo, come avviene per molti altri parlamentari».
Il ministro Nordio aveva escluso ripercussioni, chi o cosa è intervenuto dopo?
«Ho adottato questa decisione con il partito. Ringrazio il ministro per la fiducia. Ma, pur non avendo fatto nulla di male, credo sia una scelta necessaria per etica e per proseguire il lavoro svolto nelle carceri proprio contro la mafia. Ho iniziato con la difesa del 41 bis e del carcere ostativo e stavo concludendo con la realizzazione, ormai prossima, di istituti solo per detenuti al 41 bis. Provvedimento osteggiato da Pd e M5S che non vorrei mettere a repentaglio perché sarebbe un colpo micidiale alla criminalità organizzata».
C’è una foto in quel locale con Giusi Bartolozzi e altri. Stavate decidendo nomine?
«Era una cena con persone del Dap e altre che non ne fanno parte. Nessuna nomina».
Pagata dal Dap?
«Lo escludo categoricamente. Mai avuto la carta di credito del ministero. Mai chiesto un rimborso per un pasto o un caffè».
Ora dovrà affrontare l’appello per il caso Cospito?
«Sì, con una richiesta di assoluzione della Procura. Per quel caso mi sono attirato antipatie non solo parlamentari, ma anche dall’anarco-terrorismo e dal mondo mafioso, rispetto al quale sono stato sotto attacco per tutto il mio mandato per aver difeso il carcere duro. Ho letto di minacce camorriste fatte contro di me in carcere. E altre che non posso rivelare. Però posso ricordare che i parlamentari del Pd in carcere per visitare Cospito parlarono anche con alcuni mafiosi, sapendo bene chi fossero. La mia storia parla per me, uno scivolone frutto di sprovvedutezza non può far dimenticare tutto».
Ma interrogarsi sulle mancate cautele sì.
«Sì, ma è cosa diversa da avanzare sospetti contro un uomo sotto tutela di livello alto, per aver contrastato fortemente la mafia».
Adesso che cosa farà?
«Torno a svolgere il mio lavoro di deputato convinto che tutte le nebbie si diraderanno. Perché la mia biografia parla da sola nel contrasto a ogni forma di mafia».