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 2026  marzo 24 Martedì calendario

Iran, lo stop ai fertilizzanti e l’incubo carestia

L’impatto sarà globale. E drammatico. Con la guerra in Iran entrata nella sua quarta settimana, c’è un altro “fronte” che rischia di infiammarsi: quello della sicurezza alimentare. Perché nell’imbuto dello Stretto di Hormuz – divenuto il vero epicentro del conflitto – non passano soltanto petrolio e gas ma anche i fertilizzanti, uno dei “motori” principali dell’agricoltura contemporanea.
Quello che si profila è un mix micidiale. L’allarme è rilnaciato dall’Agenzia delle Nazioni Unite per il Commercio e lo Sviluppo (Unctad): «L’aumento dei costi di energia, fertilizzanti e trasporti – inclusi i costi di trasporto merci, i prezzi del carburante per le navi e i premi assicurativi – potrebbe incrementare i prezzi dei prodotti alimentari e intensificare le pressioni sul costo della vita, in particolare per i Paesi più vulnerabili». Il fattore di criticità arriva dal “cuore” stesso del conflitto: Paesi del Golfo come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Iran sono grandi produttori mondiali di fertilizzanti. Gli scenari sono strettamente intrecciati. E inestricabili. Il prezzo dei combustibili fossili e dei fertilizzanti è strettamente collegato. Si configura una vera e propria “catena” che finisce per generare un perverso effetto moltiplicatore. La guerra e i blocchi stanno generando l’aumento dei prezzi dell’energia che, a sua volta, si ripercuote sui mercati dei fertilizzanti che, a loro volta, condizionano, spingendoli verso l’alto, i prezzi alimentari globali, con l’inflazione che si fa già sentire sulle nostre tavole. Più in particolare: i prezzi dei fertilizzanti “spiegano” quasi il 30% della variazione dei prezzi alimentari globali. Secondo gli esperti, un aumento di un punto percentuale fa salire i prezzi dei prodotti alimentari di circa 21 punti base. La stima è che «l’inflazione dei fertilizzanti raggiunga circa il 48% su base annua, rispetto al tasso attuale di circa il 32%, il che implica un aumento di circa il 12% su base annua dei prezzi alimentari globali».
I dati certificano la sofferenza dei mercati. Secondo l’Associazione internazionale dei fertilizzanti, la regione del Golfo «fornisce circa il 30% delle esportazioni globali di fertilizzanti, incluso il 34% del commercio globale di urea – il fertilizzante azotato più utilizzato – nonché il 23% dell’ammoniaca e il 18% dei fosfati impiegati nella produzione di fertilizzanti».
La maggior parte di questi prodotti transita(va) attraverso lo Stretto di Hormuz. I rischi e i costi dell’approvvigionamento sono poi «ulteriormente amplificati dalle interruzioni nella produzione di gas naturale, che in genere rappresenta il 60-80% dei costi di produzione dei fertilizzanti».
Le ricadute minacciano di essere globali. Secondo il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (Pam), «quasi 45 milioni di persone in più potrebbero cadere in condizioni di fame acuta, se il conflitto si protrae e i prezzi del petrolio rimangono al di sopra dei 100 dollari al barile». I più colpiti saranno «i Paesi dell’Africa subsahariana e dell’Asia» mentre la Fao fa sapere che «41 Paesi necessitano di assistenza esterna per l’alimentazione: 31 in Africa, otto in Asia, uno in America Latina e nei Caraibi e uno in Europa (Ucraina): conflitti e insicurezza rimangono i principali fattori scatenanti di una grave insicurezza alimentare acuta». «I Paesi che saranno maggiormente colpiti nell’Asia meridionale saranno Bangladesh, India, Pakistan e Sri Lanka. Nell’Africa orientale saranno Sudan, Kenya e Somalia. E in Medio Oriente, Turchia e Giordania. L’impatto immediato dipenderà dalle diverse stagioni di semina in ciascuna regione», fa sapere Máximo Torero, capo economista della Fao.
Stiamo dinanzi a un paradigma nuovo. Con il cibo sempre più usato come un’arma. Come sottolinea il think tank Council on Foreign Relations, «la sistematica strumentalizzazione di cibo, acqua e fertilizzanti in una regione assetata rende questo in Iran il primo vero conflitto del ventunesimo secolo in grado di scatenare una carestia a rallentatore. L’acqua e il cibo non sono preoccupazioni umanitarie relegare alla periferia, ma stanno rapidamente diventando il terreno più critico del conflitto».