Avvenire, 24 marzo 2026
Iran, il conflitto lascia a terra il turismo globale
Cinque settimane in Europa, prenotate con mesi di anticipo su Emirates, costruite attorno al sogno di una vita: Londra, Parigi, Berlino, Vienna, Roma. Natasha Earle, contabile di Dardanup, cittadina remota dell’Australia occidentale, aveva pianificato tutto nei minimi dettagli. Poi la guerra ha stravolto i piani. Il conflitto tra Usa, Israele e Iran ha reso impraticabili i cieli del Medio Oriente, percorsi da droni e missili, costringendola a riorientare rotte e vettori con un sovracosto di circa 10mila dollari australiani, oltre 6mila euro. Da Emirates conta di recuperare circa la metà dell’intera spesa sostenuta, ma i tempi e l’entità del rimborso restano incerti. La sua storia è la fotografia di un’intera industria travolta dalla crisi.
Il Golfo Persico è da decenni il crocevia dell’aviazione civile mondiale. La sua chiusura ha prodotto in poche settimane oltre 43.000 cancellazioni di voli, secondo i dati del World Travel & Tourism Council, con rotte allungate di migliaia di chilometri e carburante inavvicinabile per via dei prezzi. Secondo gli analisti, l’instabilità rischia di bruciare ogni giorno 600 milioni di euro a livello globale lungo tutta la catena del valore del turismo. Emirates, Qatar Airways ed Etihad, che insieme movimentano più della metà dei passeggeri tra Europa e Oceania, operano oggi a regime ridotto. Il turismo del Medio Oriente, che vale circa 367 miliardi di dollari l’anno, si è quasi fermato. Dubai, che l’anno scorso aveva accolto quasi 20 milioni di visitatori internazionali con un’occupazione media degli hotel superiore all’80%, è tra le vittime più visibili. Il suo aeroporto internazionale è stato chiuso nei primi giorni del conflitto e l’occupazione degli alloggi è crollata dal 90% al 16%. I danni si misurano anche in Borsa. Secondo una stima del Financial Times, a 23 giorni dall’inizio del conflitto le 20 maggiori compagnie aeree quotate a livello mondiale avevano già bruciato circa 53 miliardi di dollari di capitalizzazione. Un segnale che i mercati non credono a una soluzione rapida. United Airlines ha già annunciato un taglio del 5% dei propri voli, citando l’impennata dei costi del carburante legata alla guerra.
L’impatto è arrivato anche sull’Italia. Il monitoraggio di Confindustria Alberghi documenta una contrazione netta delle prenotazioni dall’estero: il 62% degli operatori segnala una flessione della domanda extra-Ue, con cancellazioni in accelerazione. A pagare il prezzo più alto sono le città d’arte e il segmento lusso: il 67% delle strutture a cinque stelle e il 65% di quelle a quattro stelle ha registrato un’impennata delle disdette da parte di clienti non europei. A Venezia il 93% delle strutture campionate ha segnalato cancellazioni riconducibili alla clientela extra-Ue. Roma segue con l’80%, Milano con il 76%. I mercati di provenienza più colpiti sono quelli del Medio Oriente e dell’Asia, con Cina e Giappone in testa. Giovedì scorso la ministra del Turismo Daniela Santanchè ha riunito le principali associazioni di categoria in un tavolo tecnico per analizzare soluzioni concrete. Per Federturismo «l’instabilità non è più un’emergenza temporanea, ma una criticità che richiede strumenti di gestione strutturali».
Sul fronte dei costi, la situazione è deteriorata in modo rapido. Il jet fuel – il cherosene da aviazione, voce che nei bilanci delle compagnie aeree arriva a pesare un quarto dei costi operativi totali – ha visto i prezzi raddoppiare in Europa rispetto ai livelli pre-conflitto, e aumentare di quasi l’80% in Asia. Secondo Willie Walsh, direttore generale della Iata, l’Associazione internazionale del trasporto aereo, «l’aumento dei prezzi dei biglietti è inevitabile» e il rincaro «si sta già verificando in alcuni mercati, in particolare negli Stati Uniti». Il blocco dello Stretto di Hormuz ha aggravato ulteriormente il quadro. Al summit annuale di Airlines for Europe, tenutosi nei giorni scorsi a Bruxelles, i ceo dei principali vettori del continente non hanno usato giri di parole. «Più la situazione si prolunga, più il quadro diventa cupo», ha detto Michael O’Leary di Ryanair. Kenton Jarvis di easyJet ha invitato i passeggeri a prenotare in anticipo per evitare rincari. Il gruppo Uvet, polo italiano del turismo, ha quantificato per le prime due settimane di marzo un calo del 26% nei viaggi aerei intercontinentali.
Dentro la crisi si aprono spazi inattesi. Uno studio di Oxford Economics stima che quasi 28 milioni di viaggi in uscita dal Medio Oriente siano a rischio quest’anno, con l’Europa esposta al 60% di queste perdite. Turchia, Francia e Regno Unito risultano particolarmente vulnerabili, in quanto mete tradizionalmente favorite dai viaggiatori mediorientali. Ma il turismo non scompare: si sposta su traiettorie più corte. Ryanair registra un’impennata nelle prenotazioni verso destinazioni europee. Lufthansa segnala un +75% nelle prenotazioni a dodici mesi sulle rotte dirette verso l’Asia. British Airways ha aggiunto oltre 3.300 posti sulle tratte Londra-Bangkok e Londra-Singapore. Qantas sta dirottando i passeggeri verso l’Europa via Johannesburg e le principali città asiatiche. Oxford Economics prevede che destinazioni come Spagna, Portogallo, Grecia e la stessa Italia potrebbero beneficiare della cosiddetta “regionalizzazione” dei flussi. Egitto, Marocco e Tunisia si candidano come alternative culturalmente affini al turismo medio-orientale. Il nodo resta la durata. Se il conflitto si trascina, la trasmissione dei costi alle tariffe diventerà inevitabile. Per milioni di persone, quella che doveva essere la vacanza di una vita è già diventata un problema di bilancio. Per il settore nel suo insieme, il conto resta aperto.