il Fatto Quotidiano, 24 marzo 2026
Gasparri insultò Greta e Vanessa, il Senato lo salva
C’è un filo rosso che lega la storia della pensionata invalida Juna Scafetta, trascinata in tribunale da Daniela Santanchè per un insulto via social come rivelato dal Fatto, a quella del senatore Maurizio Gasparri che dopo aver dato delle prostitute a Greta Ramelli e Vanessa Marzullo viene “salvato” dai colleghi. È lo stesso schema di sempre: pagano i deboli, i potenti mai. Ma nell’ultimo caso è anche peggio, visto che alla fine a pagare saranno gli italiani che a Gasparri da oltre 30 anni già pagano lo stipendio da parlamentare, senza che questo sia bastato a responsabilizzarne le parole.
Il 18 gennaio 2015, a due giorni dal rientro in Italia delle due cooperanti sequestrate per sei mesi in Siria, Gasparri pubblica su Twitter: “#VanessaGreta sesso consenziente con i guerriglieri? E noi paghiamo!”. Un’accusa “radicalmente falsa” e “gravemente offensiva”, si legge nella querela, diffusa a decine di migliaia di utenti e amplificata dai media nazionali. All’epoca, oltre 60mila follower. Incalzato in aula, l’indomani Gasparri accennò a delle scuse dicendo di aver ripreso la notizia da un sito senza dire quale (“che ne so”). Le due denunciano. L’indagine in Italia va avanti per anni, tra rinvii e passaggi giudiziari, finché interviene il Parlamento. Il 20 settembre 2023 il Senato dichiara quelle parole “insindacabili”, cioè coperte dall’immunità dell’articolo 68 della Costituzione. In pratica, un insulto via tweet viene trasformato di colpo in attività parlamentare. Il risultato è scritto: l’8 aprile 2024 il gip di Roma archivia la querela, perché quelle frasi vengono necessariamente considerate opinioni espresse nell’esercizio del mandato. Fine della giustizia italiana.
Ma non per le vittime che giustizia non l’hanno mai avuta. Così, il 30 luglio 2024 partono due distinti ricorsi alla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu), uno per ciascuna delle due cooperanti che cercano almeno di averla vinta a Strasburgo. L’accusa è pesante: l’Italia ha violato l’articolo 6 della Convenzione, negato il diritto a un processo equo e a vedere accertata la responsabilità per diffamazione.
“La decisione del Senato è un atto di arbitrio che ha negato giustizia”, sintetizza l’avvocato Luca Bauccio, parlando di un intervento politico che ha di fatto impedito alle due cittadine di difendersi in giudizio. La brutta notizia per tutti, salvo Gasparri, è che la Cedu ha già proposto una definizione con pagamento a carico dell’Italia. I legali hanno rifiutato: vogliono una sentenza, non basta un risarcimento. E qui arriva il punto. Se Strasburgo condannerà l’Italia, non pagherà Gasparri. Pagheremo noi, ancora una volta. “Sono fiducioso che la Cedu che ha a cuore i diritti delle persone condannerà l’Italia per questa grave violazione dei diritti fondamentali della persona. E sarebbe bello, per un atto di dignità, che i danni li pagassero poi Gasparri e i suoi ‘giudici’ parlamentari benevoli, non gli italiani incolpevoli”. Il meccanismo è lineare: il politico insulta, il Parlamento lo protegge, la giustizia si ferma, l’Europa poi presenta il conto. E il conto, come sempre, è pubblico. Due pesi, due misure. Un solo bancomat: i cittadini.