La Stampa, 24 marzo 2026
Intervista a Giulia Lazzarini
Compie 92 anni oggi, Giulia Lazzarini: leggeri come lei, indimenticata Ariel che volava sul cielo della Tempesta per volere del regista demiurgo Giorgio Strehler. Correva l’anno 1978 e l’attrice era uno dei nomi di punta dello stabile milanese. Mezzo secolo dopo, eccola nuovamente in scena: nell’adattamento di Claudio Longhi dell’immortale Miracolo a Milano di De Sica e Zavattini è la dolce, quasi angelica Lolotta. A ogni replica dalla platea si alza per lei un’ovazione. «Me l’hanno proposto e ho subito detto: però non mi farete volare! – scherza pensando alla fuga finale -. Ogni sera ne esco piuttosto affaticata ma è una vera gioia. Deve immaginare la penombra del retropalco: la confusione di tutti quei ragazzi della Scuola che recitano in tanti ruoli diversi e corrono a cambiarsi. È bello sentirne l’entusiasmo. Con loro non sono quasi mai in scena, e poco li ho incontrati anche durante le prove: così all’inizio c’era un qualche soggezione, ma ora è tutto un “Ciao, Giulia”. Mi fanno ripensare a come erano diversi i nostri tempi».
Ha ricordi di quando girarono Miracolo a Milano ?
«Allora abitavo in via Pacini, abbastanza vicina a Lambrate dove c’era uno dei set del film, tra stazione e cavalcavia. Noi andavamo in una latteria della zona famosa per il suo “latte e miele” con la cannella. Scoprimmo quel trambusto: ci accucciammo per spiare quello che accadeva. C’erano Barnabò, De Sica, Stoppa».
Lei per studiare recitazione scelse il Centro Sperimentale a Roma, come mai?
«La Scuola del Piccolo, ancora non c’era, e neppure la Civica. Un’amica romana disse a mamma -– che era un’appassionata di teatro e non ostacolava la mia voglia di recitare – che al CSC stavano aprendo le iscrizioni al corso di recitazione. La prima volta mi respinsero perché non avevo ancora l’età minima, la volta dopo invece mi presero: nel mio stesso anno c’era Domenico Modugno che avrei ritrovato famosissimo nell’Opera da Tre Soldi. Imparai moltissimo, persino a cavalcare».
Tornò quasi subito a Milano.
«Roma era il cinema. E io non puntavo a quello. Una volta diplomata, fui fortunata ad entrare nella compagnia Adami, ma a Roma in genere il teatro era scarso. Così tornai a Milano, dove c’erano compagnie migliori e la nascente tv faceva la prosa: ci lavoravano i migliori, Carraro, Tedeschi, Stoppa, Morelli, Cervi... Peccato che dopo Lascia o Raddoppia? venisse messa da parte».
Si passò agli sceneggiati, di cui fu uno dei volti più amati.
«Certo, Piccola città, Il mulino del Po, I miserabili. Ma non era teatro».
L’amore per la recitazione da dove arriva?
«Mamma mi diceva sempre, quando c’era qualche problema e io mi lamentavo, “Giulia, non fare la drammatica”. L’avevo nel sangue? Le suore, alle elementari, facevano spettacolini. E anche al liceo. Mamma poi amava molto il teatro e mi ci portava».
Era la Milano della guerra e dei bombardamenti. Tra i suoi spettacoli più recenti Gorla fermata Gorla sulla distruzione di una scuola elementare non lontano da dove abitava. Ricorda qualcosa?
«"Pippo” (il soprannome dato ai caccia britannici) che volava sulla città, gli allarmi, noi bimbi a scuola con le orecchie sempre tese. Per un po’ fummo sfollati a Riccione. Ci trovammo tra i tedeschi che occupavano e gli americani che salivano. Nel 1945 ero nuovamente a Milano: ricordo di essere passata da piazzale Loreto sulla strada tra casa e scuola con Mussolini e gerarchi esposti, le ragazze che avevano “collaborato” sbertucciate e rapate. Ma anche il forte senso di solidarietà tra le persone, le gite al Laghetto Malaspina. Dopo quegli anni la guerra sembrava lontana, e invece ora tornano i mercanti di guerra dell’"armiamoci e partite”, torna la paura. Ci penso, con dolore e sofferenza: non per me ma per i miei nipotini».
La prima volta al Piccolo?
«Nel 1955, provinata da Strehler per Il giardino dei ciliegi. Non mi scelse, però aveva visto la mia attitudine e mi cercò poco più avanti per Arlecchino servitore di due padroni: iniziò una grande avventura che mi fece girare il mondo. Fui Clarice per decenni, ben oltre la corretta età anagrafica (ma a teatro si può), mentre cambiavano tutti gli altri componenti del cast a cominciare da Arlecchino, con Moretti sostituito da Soleri».
Com’era Strehler? Urlava, era autoritario?
«Con quella vociona non aveva certo bisogno di urlare. Riconoscevamo il suo passo da lontano quando arrivava e già questo faceva cambiare l’atmosfera tra noi attori. Ma lavorare con lui era un piacere. Allora non c’erano orari: altro che dolce vita notturna milanese, ricordo le tante volte che finivamo le prove all’alba, il cappuccino con brioche preso nel primo bar aperto».
Con lui tanti spettacoli, mai un pettegolezzo.
«Era il maestro e io l’allieva che amava disperatamente fare quello che lui chiedeva. Amava la mia teatralità non esibizionista. Mi volle per La tempesta: Ariel, che bello. Poi mi disse che avrei volato. Ricordo le prove per il bustino, il volo che si concludeva tra le braccia di Carraro/Lear, il travestimento da arpia, la volta che mi ruppi un polso perché scivolai in scena proprio a causa delle zampe di quel costume. Non fu la sola volta che mi fecero volare: accadde anche in Faust. E lì il capomacchinista che maneggia le corde mi fa uno scherzo: dovevo svegliare Faust addormentato vicino a una fontana piena d’acqua, e lui mi ci lascia cadere. Bagnata come un pulcino, mi rialzo e scappo a cambiarmi mentre Strehler, imperturbabile, intrattiene il pubblico: “Capita a teatro"».
E le lettere di cui si parla nel documentario Giulia mia cara! Giorgio?
«Scriveva bene. Ed era un po’ grafomane. Le mandava a tutti prima del debutto. Ci incoraggiava e ne approfittava per le ultime indicazioni».