La Stampa, 24 marzo 2026
Cent’anni di Fiesta
Quando nell’autunno del 1925 l’editore Charles Scribner, uomo di antica tradizione conservatrice, sfogliò le bozze del primo romanzo del giovane Ernest Hemingway, per poco non si sentì mancare la terra sotto i piedi. Abituato a selezionare i testi in base a principi di rettitudine vittoriana e a maneggiare autori come Henry James o Edith Wharton, non poteva certo concepire l’idea di pubblicare un’opera di un quasi esordiente che metteva in scena storie di vite sbandate, alcol e donne sessualmente emancipate. Disse: «Ci sono parole di quattro lettere che non permetterei mai sulla pagina di un libro che entra nella casa di un gentiluomo».
Di stanza a Parigi, dove gli expat yankee avevano iniziato a colonizzare la Rive Gauche, a metà degli anni Venti lo scrittore americano stava iniziando a farsi conoscere in quel piccolo ma influente milieu artistico-letterario che aveva la propria simbolica residenza al 27 di Rue de Fleurus. Ma era uno che viveva di fiammate di entusiasmo e da un punto di vista professionale non poteva ritenersi soddisfatto. Aveva abbandonato il giornalismo per la scrittura e i risultati tardavano ad arrivare. E i due esili libretti pubblicati nei suoi venti mesi di permanenza nella Ville Lumière, Three Stories e Ten Poems e Our Time, nonostante lasciassero presagire una sorta di stile hemingwaiano erano considerati testi artigianali, pubblicati in pochissime copie da editori che chiudevano accordi basandosi su una stretta di mano e una pacca sulla spalla e che si consideravano tali più per una forma di mecenatismo intellettuale che per una reale propensione editoriale.
La Spagna, ad ogni modo, era sempre nei suoi pensieri. E non appena l’estate lasciava intravedere i primi tiepidi segnali, cresceva il desiderio di varcare i Pirenei e raggiungere la sconosciuta Pamplona, sulle colline della Navarra, dove una combriccola ogni anno più numerosa si dimenticava per una settimana delle buone abitudini francesi per andare a folleggiare alla Feria de San Fermín, avventurandosi in balli e danze dionisiache mentre valorosi giovanotti sfidavano la suerte appena dopo l’alba correndo davanti ai tori per ottocentocinquanta adrenalinici metri.
Dopo le scorribande dei due anni precedenti, la Feria del ’25 fu caratterizzata da invidie, amorose gelosie, ripicche incrociate e tanta cattiveria. Una semana tragica, per tutti i componenti della banda. Tranne per Ernest Hemingway, che al termine di quei giorni trovò finalmente il materiale umano e letterario che stava disperatamente cercando dal giorno del suo arrivo in Europa per scrivere il suo primo benedetto romanzo: quella meraviglia di The Sun Also Rises (Fiesta) il testo che ha introdotto i lettori al XX secolo e che quest’anno giunge al centenario. «Nessun altro ha avuto lo stesso impatto, neanche Fitzgerald», scrive Lesley Blume in Everybody Behaves Bally, il libro che ricostruisce la travagliata storia di Fiesta. «Il Grande Gatsby divenne la Bibbia dell’età del jazz, un mondo che Fitzgerald aveva contribuito a creare. Diede all’epoca un ritmo, come disse di lui Zelda anni dopo, ma rimase pur sempre un romantico. Hemingway, invece, cambiò quel ritmo, informando il pubblico che quella generazione non era solo spensierata, ma persa».
Hemingway terminò il libro nell’autunno del 1925 e lo spedì via nave al leggendario editor Max Perkins, che riuscì miracolosamente a convincere Charles Scribner, facendogli comprendere che rigettare quel romanzo, che rappresentava la prossima frontiera, avrebbe rafforzato la sua nomea di casa conservatrice. Operò anche piccoli ma decisivi tagli, d’intesa con l’autore, che non sempre la prese bene, esplicitandolo alla sua maniera: «tutte le scopate avvengono fuori dal palcoscenico, come in Shakespeare».
Anche l’amico Scott Fitzgerald, che nei confronti di Hemingway aveva una sorta di capriccio letterario, per lui era lo stilista sportivo, il pugile narratore, diede il suo contributo alla revisione. Criticò aspramente le prime trenta pagine, «un preambolo inutile e da guida turistica, non da letteratura», che davano una sensazione di «accondiscendente disinvoltura». Il resto, aggiunse, era «dannatamente buono». Hemingway, a sorpresa, seguì i suoi consigli. Tagliò i primi due capitoli e avvisò Perkins: «Scott è d’accordo con me».
Il libro uscì il 22 ottobre del 1926 e da quel momento a Parigi sembrava non si parlasse d’altro. Tutti quelli che prima sognavano la Costa Azzurra immaginando di vivere come i personaggi di Fitzgerald improvvisamente diventarono emuli di Jack Barnes e degli altri protagonisti del libro. Inizialmente ipotizzò come titolo Lost generation. A novel, come a lasciar intendere di aver scritto un romanzo per un’intera generazione, anime perse uscite frastornate dalla guerra, ma alla fine optò per qualcosa di più ampio respiro, quel The Sun Also Rise (Fiesta) che è tratto da un passo dell’Ecclesiaste.
Gli unici a non prenderla bene, per ovvi motivi, furono i personaggi reali a cui il racconto si ispirava, che a causa del libro vissero peggio di quelli raccontati nel romanzo. A cominciare dalla musa Lady Duff, la superba Brett di Fiesta, una Holly Golightly più malinconicamente drammatica, mondana, capricciosa e sessualmente disinibita, personaggio centrale intorno a cui ruotano tutte le vicende dei vari protagonisti. Visse l’ultima parte della sua vita in New Messico e se ne andò nel 1938 a causa di una tubercolosi. Non aveva ancora compiuto cinquant’anni. Il giorno del suo funerale gli invitati avevano bevuto talmente tanto che i portatori della bara, si vociferava tutti ex amanti, scivolarono giù per un pendio. La bara cadde, si ruppe e il corpo di Duff ruzzolò sguaiatamente per terra. Neanche un perfido sir Ernest avrebbe potuto immaginare un tale finale. O forse sì, considerato che questa storia fu messa in giro proprio da Hemingway. Poco importa. «Chiamatela Lady Duff Twysden, se volete – disse Hem al suo amico Hotchner – ma io posso solo pensare a lei come a Brett».