Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  marzo 24 Martedì calendario

Intervista a Gene Gnocchi

Quarant’anni di comicità lo hanno allenato a scherzare su tutto. «Se mi dicono che non faccio ridere, non me ne frega niente», spiega Eugenio Ghiozzi, alias Gene Gnocchi, seduto nel giardino di casa, a Faenza. Guai però a dirgli che non è bravo a calcio: «Divento matto. A nove anni giocavo già con quelli di terza media, a diciassette avevo passato le visite mediche per il Milan».
E poi?
«In quei mesi abolirono la Berretti, il campionato di squadre under 19. Così andai all’Alessandria, in serie C».
Ruolo?
«Trequartista. Mi chiamavano il Rivera della Bassa.
Ero bravo, ma un po’ lento. Dovevo scegliere: restare un giocatore di quel livello oppure finire l’università».
Cosa frequentava?
«Giurisprudenza: una facoltà che ti dava la possibilità di trovare lavoro in tempi brevi. Ero il primo di sei fratelli e non volevo pesare sul groppone dei miei, anche se col pallone qualcosa cominciavo a guadagnare».
Suo padre cosa faceva?
«Sindacalista della Cgil: era segretario della Camera del lavoro di Parma. Un tipo bizzarro, ma affascinante. Per dire: aveva sei figli ma si comprò l’Alfa Duetto».
Non proprio comodissimo.
«Ci portava al mare uno alla volta, partendo dal più piccolo. Io, che ero il primogenito, arrivavo in spiaggia a novembre».

Amava anche lui il calcio?
«Ai Mondiali del ’66, quando l’Italia perse contro l’Urss, ci fece fare un giro a Rimini sventolando la bandiera con falce e martello. Volevano linciarci».

Sua madre?
«Faceva la parrucchiera. Quando andavo male a scuola mi metteva sotto uno dei vecchi caschi asciugacapelli che usava per le clienti e mi faceva il ciuffo come Elvis».
Che studente era?
«Me la cavavo. Dopo la laurea diventai avvocato e mi associai a Fidenza con un civilista, Stefano Galli, che voleva rivestire le pareti di testi giuridici. Così foderò tutti i libri che aveva – pure i vecchi abbecedari – con la tipica copertina azzurra delle collane di diritto. Un giorno, davanti a un cliente, ne cadde uno a terra. Si aprì: sulla pagina c’era scritto “Due pere più due pere"».
Una figuraccia.
«Ma Stefano è una bravissima persona. Fu lui il primo a credere in me come comico e a spingermi a presentarmi allo Zelig, lo storico locale di Milano».
Come andò?
«Portai un monologo strampalato su uno che diventa torero facendo il corso della scuola Radio Elettra. Una sera vennero a vedermi Zuzzurro e Gaspare: stavano cercando comici per un nuovo programma, Emilio».
Era il 1989: la presero.
«Mi trovai in tv senza aver fatto praticamente gavetta, accanto a grandi attori come Silvio Orlando e a talenti smisurati come Teo Teocoli».
Proprio alla Stampa, di lei Teocoli ha detto: “Un uomo indecifrabile: metà simpatico e metà stronzo”.
«Teo non concepisce niente che non rientri nel suo ordine di idee, ma gli voglio bene, non me la sono presa. Ci siamo divertiti un sacco, aveva la fissa di farmi ridere: veniva nel mio camerino con una finta borsa degli attrezzi, rotolandosi alla ricerca di una presa immaginaria. E ci riusciva: era esilarante».
A Mai dire gol i vostri personaggi divennero proverbiali.
«Quando proposi quello di Ninetta De Cesari – la figlia immaginaria di un giornalista del Processo di Biscardi – Marco Santin della Gialappa’s mi disse: “Appena un comico comincia a travestirsi da donna, è l’inizio della fine"».
Fu per questo che se ne andò?
«Mi dispiacque, il successo di quel programma era arrivato anche grazie ai personaggi di Teo e miei».
I comici sono spesso un po’ permalosi.
«Certo. E anche fragili e solitari, specie agli inizi. Dopo cambi: ti abitui a considerare le cose con la giusta distanza».
Si consolò col cinema: nel ’96 venne diretto da Lina Wertmüller.
«Giravamo a Casalpusterlengo, d’estate: c’erano zanzare così grosse che facevano le comparse. Il film – Metalmeccanico e parrucchiera in un turbine di sesso e politica – non era granché, ma lavorare con Lina è stato un regalo: bravissima, e anche molto intransigente».
Di pallone sarebbe comunque tornato a occuparsi: con Quelli che il calcio, insieme a Simona Ventura.
«Un’amica, con un grande senso della tv. Alla prima riunione mi disse: “Fai ciò che vuoi, mi fido del tuo talento”. Andavamo in onda senza che sapesse cosa avrei fatto: era in grado di gestire l’improvvisazione come poche».
Durante quel programma rischiò di tornare a giocare a calcio per davvero.
«Era da poco scoppiata calciopoli, quando proposi: perché non chiediamo alle società di serie A di farmi giocare cinque minuti? Provai con un po’ di squadre, mi tesserò il Parma di Claudio Ranieri e Pepito Rossi. Solo che si salvarono all’ultima giornata e non ci fu spazio».

Ha fatto pace con quel sogno?
«Ma sa che mio nipote, che si chiama come me, a tre anni calcia già di esterno? L’idea di andare a vedere una sua partita, come faceva mio padre quando giocavo con l’Alessandria, mi piacerebbe da matti».
Oltre al calcio, l’altra passione, meno nota, è la poesia.
«Iniziai a leggere gli esponenti della neoavanguardia grazie al filosofo e critico Luciano Anceschi e al suo allievo Alessandro Serra. Un giorno, in tv, dissi che il mio poeta preferito era Luciano Erba. Lui lo sentì e mi invitò a pranzo: ho mangiato malissimo, però ho conosciuto un uomo straordinario».

Poco dopo pubblicò anche una raccolta di versi, per Einaudi.
«Grazie all’allora direttore editoriale dello Struzzo, Ernesto Franco. Gli dissi: “Guarda, ho scritto ’ste cosette qua”, senza neanche sognarmi di vederle stampate».
Dal suo esordio sono passati quasi quarant’anni. Com’è cambiata la comicità?
«Secondo me non tanto: si ride più o meno delle stesse cose».
Ormai tutto è diventato rapidissimo.
«A cambiare non è la velocità nel dire le battute, ma quella nel fruirne. La soglia di attenzione è un po’ diminuita; il resto, più o meno, è rimasto: un pubblico, un microfono, il tentativo di far ridere».
Adesso si è messo a fare un podcast.
«Questioni Giganti, in cui prendo in giro la ricerca del personaggio a ogni costo. Così, invito sempre la stessa persona – l’attore Giancarlo Ratti – che ogni settimana racconta di aver avuto un problema diverso:
adesso ha scoperto che nella sua casa di Varese c’è la kryptonite, e Trump minaccia di prendersi il suo giardino. E poi mi piacerebbe fare una scuola di opinionismo».
Una scuola di opinionismo?
«Ormai se non sei opinionista non puoi vivere. Ogni trasmissione ne ha decine, pronti a parlare di tutto: dalla virologia a Temptation Island. Mi va bene anche la terza serata: pur di insegnare imparando dai più bravi».
Quali?
«Quelli che minacciano di lasciare gli studi tv se non li fanno parlare. Quando li vedo penso sempre: va bene, ma poi dove vai?».