repubblica.it, 23 marzo 2026
Chi è Emmanuel Grégoire, nuovo sindaco di Parigi
Alla fine ha vinto lui, il meno spettacolare dei candidati, l’uomo che per anni è rimasto un passo indietro, e che proprio da quella discrezione ha tratto la sua forza. Emmanuel Grégoire, 48 anni, capelli già un po’ grigi e barba sottile, è il nuovo sindaco socialista di Parigi. Ha battuto la candidata della destra Rachida Dati, ipermediatica, combattiva, onnipresente, e ha mantenuto la capitale a sinistra. In una campagna aspra, tesa, spesso personalizzata, ha imposto il suo stile opposto, meno rumoroso, più paziente, quasi da “forza tranquilla” in onore di François Mitterrand.
Per chi segue da anni il potere capitolino, la sua elezione non è una sorpresa assoluta. Grégoire si prepara a questo ruolo da tempo, con una lunga marcia dentro la macchina del socialismo parigino. Prima capo di gabinetto del primo sindaco del Ps, Bertrand Delanoë, poi assessore alle risorse umane e al bilancio con Anne Hidalgo, infine primo vicesindaco tra il 2018 e il 2024. Da un decennio abbondante vive l’Hotel de Ville dall’interno, ne conosce gli equilibri e le trappole.
Figlio di un’insegnante e di un funzionario, nato in una banlieue popolare del nord-est di Parigi, ha rotto con la tradizione comunista familiare scegliendo il partito socialista. Il suo radicamento politico si è formato nel dodicesimo arrondissement, dove ha cominciato la militanza e dove oggi è anche deputato. In mezzo c’è stata anche una parentesi al governo, nello staff del premier socialista Jean-Marc Ayrault, e un passaggio nel privato, in una società di consulenza medica. I suoi sostenitori lo descrivono come “l’uomo dei dossier impossibili”, quello che arriva quando una pratica si inceppa, quando un compromesso sembra irraggiungibile.
Un vecchio socialista lo definisce un “apparatchik”, nel senso di uno che sa come funziona il partito, come si costruisce un rapporto di forza, come si tiene insieme una maggioranza. L’immagine di tecnico serio e quasi grigio gli è pesata anche nella campagna contro una candidata come Dati, che moltiplicava selfie, battute e provocazioni. Nelle ultime settimane si è concesso di più sul privato, evocando il suicidio del fratello e raccontando di essere stato lui stesso vittima di violenze sessuali da bambino, durante corsi di nuoto in una piscina municipale. Ha parlato di una “ferita interiore”, di una “piaga silenziosa” proprio nel mezzo di uno scandalo di abusi su bambini che tocca alcune scuole comunali di Parigi.
Per vincere ha dovuto emanciparsi da Anne Hidalgo, la carismatica sindaca al potere dal 2014, senza rinnegarla. Per anni ne è stato il numero due, ma il rapporto si è deteriorato quando Hidalgo ha designato come suo successore un altro candidato socialista, il senatore Rémi Féraud. Grégoire si è imposto grazie ai militanti e da allora ha cercato un equilibrio tra prendere le distanze da un potere usurato e difendere la trasformazione ecologica della città, le piste ciclabili, gli spazi verdi, la riduzione dell’auto. Domenica sera ha festeggiato la vittoria pedalando nelle strade con i suoi sostenitori. Poi ha abbracciato Hidalgo, ricomponendo forse il gelo degli ultimi mesi.
E ha teso la mano alle opposizioni, a cominciare da quelle interne nella sinistra, in particolare gli elettori della France Insoumise. Sophia Chikirou, compagna di Jean-Luc Mélenchon, fino all’ultimo ha puntato a farlo perdere. Grégoire ha tenuto botta, non ha ceduto ad alleanze con la sinistra radicale, si è preso il rischio di continuare da solo con la sua lista anche al secondo turno. Alla fine è arrivato davanti alla candidata della destra Dati di oltre dieci punti e ora promette di fare di Parigi una “città di resistenze”, uno degli ultimi bastioni contro la destra e l’estrema destra in una Francia in cui il Rassemblement National domina il panorama nazionale e si prepara a entrare da favorito nella prossima presidenziale.