la Repubblica, 24 marzo 2026
Intervista a Fabio Grosso
Le due foto si somigliano moltissimo. L’esultanza per il gol in semifinale e quella per il rigore che è valso un Mondiale. Eppure, Fabio Grosso distingue un’immagine dall’altra in una frazione di secondo, come le madri dei gemelli omozigoti, uguali per tutti ma non per loro. “Sono emozioni diverse. Quella contro la Germania fu un’esplosione, una liberazione. Quella con la Francia, felicità pura. Non ho mai incorniciato quelle foto, ma tornano sempre a trovarmi. Saltano fuori da un cassetto. Le ricevo su WhatsApp”.
Ha mai pensato: e se quel rigore non fosse entrato?
“Quando lo riguardo, a volte ho paura che non entri. Ma è solo un istante, per fortuna. Sappiamo tutti com’è andata”.
Talento e impegno. Nella sua carriera da calciatore, in quale proporzione hanno pesato?
“Solo talento, no. Ma impegno e basta sarebbe riduttivo. Sono partito da lontanissimo: quattro anni in Eccellenza, tre in serie C, in A sono arrivato a 23 anni. Mi sono goduto tutto. Sono ancora attivo nelle chat degli ex compagni ai tempi dei dilettanti, non solo in quella dei campioni del 2006”.
Giovedì rischiamo di nuovo di restar fuori dal Mondiale.
“Serviranno energia e passione, consapevolezza della propria forza e capacità di mettersi in discussione. Le qualità per andare al Mondiale le abbiamo”.
In campo un po’ di paura serve?
“È necessaria, è uno stimolo, fa emergere le qualità. In campo bisogna vivere in quello spazio che separa il giusto timore dal panico, che invece è negativo”.
Gattuso è l’uomo adatto?
“Sa che noi amici lo sosteniamo e facciamo il tifo per lui, ma lo lasciamo lavorare in pace. La chat in questi giorni è silenziosa”.
Tanti campioni del mondo del 2006 oggi allenano.
“Succede alle squadre che hanno avuto grandi tecnici, capaci di trasferire un’eredità: idee, concetti, valori, uno stile. Ho avuto maestri anche nei dilettanti, a partire da Cetteo Di Mascio. Poi Lippi in due anni ci ha portato a toccare vette che credevamo impossibili. Ci ha convinti di potercela fare”.
Al posto di Lippi, avrebbe scelto Grosso come rigorista?
“Sì. Non so se come ultimo. Ma era una responsabilità che mi ero sempre preso anche in Eccellenza. Sono contento di averlo fatto. Nelle difficoltà trovo il coraggio. Nei momenti belli non mi esalto”.
È il suo superpotere?
“Nel calcio i superpoteri li hanno altri. Penso a Ronaldo il Fenomeno. Impazzivo per le sue giocate”.
Lei nasce fantasista.
“Giocavo da mezzala offensiva, fu Serse Cosmi a spostarmi in fascia, dove servono disponibilità, generosità, sacrificio. Da numero 10 mi fidavo del mio piede e della mia capacità di leggere il calcio”.
Qual è la cosa fondamentale che chiede ai suoi calciatori?
“Passione ed energia. Il resto viene dopo”.
Al Sassuolo ha trovato una delle ultime bandiere, Mimmo Berardi.
“Abbiamo un ottimo rapporto. Ci parliamo e ci confrontiamo, come con tutti. È qui da 14 anni e non ha perso entusiasmo. È la nostra storia e un esempio per i giovani”.
Lei crede nel supporto psicologico agli atleti?
“La mente è importante quanto il corpo. So di non essere uno psicologo, ma parlo tanto con i calciatori, cerco di aiutarli a mettere il loro carattere al servizio del gioco. Ma qui ho scoperto anche la serenità e l’organizzazione, date da una proprietà forte”.
Com’è cambiata la Serie A rispetto a quando giocava lei?
“Qualcosa si è perso, dal punto di vista tecnico. I risultati nelle Coppe ci dicono che dobbiamo tornare a crescere. In campo serve coraggio. La colpa è anche di noi allenatori e dei club, che selezionano i ragazzi per caratteristiche fisiche, dimenticando che al centro del nostro sport c’è il pallone”.
In A gli italiani sono sempre meno.
“Dobbiamo puntarci di più e prima, quando sono piccoli. Ne gioverebbe la Nazionale”.
Da allenatore, chi è il suo idolo?
“Pep Guardiola. Mi piace il suo calcio, ma anche il suo impegno sociale. Ha sempre la forza di esporsi. Io sono più schivo per carattere e lo ammiro”.
Quel tatuaggio che si intravede sul polso che cosa rappresenta?
“È l’unico che ho. Sono le date di nascita dei miei figli. Il primo è arrivato il 9 luglio 2006, quando vincevamo il Mondiale. Mio padre, che non c’è più, lo ricordo invece con la sua collanina, che porto al collo. Era impiegato in posta come mamma. È lui che mi ha fatto innamorare del calcio”.
E quando smetterà?
“Il campo mi piace tantissimo, ma ho già passato periodi senza calcio, e stavo bene. Mi sono goduto il tempo e la famiglia. L’idea di smettere, un giorno, non mi spaventa. Mi piacciono il tennis e il padel, il mare, la montagna e lo sci, il cinema e i bei libri”.
L’ultimo che ha letto?
“Succede sempre qualcosa di meraviglioso, di Gianluca Gotto. Insegna a non farsi travolgere dai fatti, a fare un passo indietro, ad allargare la visione”.
Cosa la spaventa davvero?
“L’idea che le persone a cui voglio bene possano stare male. Da quando hai figli, per stare bene tu devono stare bene anche loro”.
Dopo aver battuto la Francia al Mondiale, è andato a Lione.
“Sono stato benissimo. Ero l’unico italiano. Lì ho conservato legami con persone e luoghi. Il francese qui a Sassuolo lo alleno con tanti giocatori. È una lingua bellissima”.
L’espressione che le piace di più?
“Fra tutte scelgo bonne route. Buon viaggio. Un modo bellissimo per salutarsi”.
Da allenatore del Lione ha subito l’assalto dei tifosi del Marsiglia.
“Ho capito che morire è un attimo. Ora stai bene, un secondo dopo sei centrato in volto da un sasso, senza accorgertene. Mi è andata bene, ma lo shock resta. Ci penso ogni volta che salgo in pullman”.
I suoi figli, entrambi calciatori, lo hanno imparato?
“Si divertono. Giocano con energia e passione. È una soddisfazione”.
Qual è il suo sogno nella vita?
“Che un giorno i miei figli dicano che sono stato un buon papà”.