la Repubblica, 24 marzo 2026
Munir, il generale pakistano regista della trattativa con l’asse sunnita
Un concerto di potenze regionali, preoccupate per il baratro che rischia di aprirsi nel Golfo Persico. E un uomo forte, che è in grado di ottenere ascolto da Donald Trump. Dietro i tentativi di fermare la guerra c’è il pressing di un’inedita intesa a quattro: Egitto, Turchia, Arabia Saudita e Pakistan. Tutte nazioni sunnite; tutte – tranne Ankara – profondamente ostili alla teocrazia sciita: nel gennaio 2024 Islamabad è addirittura arrivata a scagliare missili sul territorio iraniano. Sono Paesi che però non hanno mai rinunciato a risolvere i contrasti con la diplomazia e hanno trovato un sorprendente punto di riferimento in Asim Munir, il generale pakistano che ha ottenuto in patria un’autorità superiore a quella dei suoi predecessori che già erano l’istituzione dominante.
La telefonata domenica sera tra Trump e Munir, che è stato ricevuto alla Casa Bianca lo scorso giugno, viene letta come il momento di svolta: ha concretizzato un percorso negoziale. A formalizzare questa iniziativa c’è stata ieri mattina la conversazione tra il premier pakistano Muhammad Shehbaz Sharif e il presidente della Repubblica Islamica Masoud Pezeshkian. Sharif, a nome di un «Paese vicino e fratello dell’Iran» avrebbe «trasmesso la solidarietà al coraggioso popolo iraniano nel mezzo delle ostilità». Il capo del governo di Islamabad, rimarcando la gravità della situazione, ha sottolineato che è «urgente lavorare insieme per la de-escalation e il ritorno alla diplomazia». E «ha assicurato alle autorità iraniane che continuerà a svolgere un ruolo costruttivo per facilitare la pace nella regione».
Sono parole che testimoniano come non ci siano cambi di regime all’orizzonte. Se si arriverà al faccia a faccia tra emissari statunitensi e iraniani – che potrebbe avvenire proprio in Pakistan – non si tratterà di colloqui sottobanco ma di una trattativa con gli ayatollah, come indica il rapporto diretto con Pezeshkian, l’unico sopravvissuto della nomenklatura di Alì Khamenei. Dietro questa spinta non c’è soltanto Islamabad, ma un lavoro concentrico portato avanti anche da Turchia ed Egitto, un tempo rivali e ora sempre più vicini, in stretto accordo con i sauditi. Sabato il presidente Al Sisi è volato a Riad per incontrare Mohamed Bin Salman in una pausa degli attacchi dei pasdaran. E mercoledì c’è stato nella capitale saudita un summit tra i quattro ministri degli Esteri, che hanno moltiplicato gli sforzi per trovare una via d’uscita ormai diventata indispensabile anche per Trump.
Ognuno ha sfruttato i suoi contatti. Il ministro degli Esteri egiziano Badr Abdelatty domenica ha sentito il collega iraniano, poi il mediatore statunitense Witkoff e il governo qatariota. Quello pakistano Muhammad Ishaq Dar ieri si è consultato con il turco Hakan Fidan. Sono le premesse per aprire un canale diretto tra i belligeranti. «Nei giorni scorsi, abbiamo ricevuto messaggi attraverso Stati amici che ci hanno riferito la richiesta americana di negoziati – ha confermato Esmaeil Baqaei, portavoce della diplomazia di Teheran. Sono state date risposte appropriate in accordo con la nostra posizione».
Nelle prossime ore si capirà quante speranze ci siano di fermare le armi: le distanze tra Stati Uniti e Iran appaiono ancora enormi. Ma l’impegno per la pace del quartetto di Riad proietta sul futuro della regione una nuova geometria geopolitica, scaturita dal timore per l’inarrestabile forza militare di Israele. Il generale Munir, custode dell’unico arsenale nucleare musulmano, ne è stato l’artefice: il suo ruolo è cresciuto a partire dal conflitto con l’India del 2025 che lo ha consacrato come interlocutore fidato dell’amministrazione Trump. In patria ha spinto a cambiare la Costituzione per conquistare il controllo assoluto delle forze armate. La sua politica estera è però innovativa e vuole trovare un’alternativa all’alleanza con la Cina senza gettarsi nelle mani degli Usa. Il suo predecessore ha guardato invano all’Europa, lui punta sulle potenze più vicine.
Il primo passo è stato a settembre il patto di mutua difesa strategica con la monarchia saudita. Poi ha mediato tra Riad e Ankara, partner crescente di Islamabad. E adesso nella partita è entrato il Cairo. «Stiamo esplorando come possiamo unire i nostri punti di forza per risolvere i problemi – ha detto sabato il ministro turco Fidan -. Da tempo sosteniamo che i Paesi della regione devono mettersi insieme, confrontarsi e sviluppare idee. Noi enfatizziamo la sovranità regionale». In estrema sintesi: i sauditi hanno i soldi; i turchi la tecnologia; gli egiziani i soldati e i pakistani l’atomica. Sulla carta è un’intesa perfetta, anche se questi disegni nel mondo arabo hanno sempre avuto vita breve.