corriere.it, 24 marzo 2026
Una bibliotecaria ha trovato 13mila suoi antenati
«Ogni volta che andavo a trovarla, nonna Ida mi portava al cimitero. Una volta alla settimana d’estate, due per i Morti e poi a Natale e a Pasqua. Mi chiedeva di aiutarla a pulire le tombe, si fermava davanti ad ognuna. Ogni nome era una storia, ogni foto un ricordo. C’era la donna che andava da lei a farsi fare i vestiti, quella che aveva comprato la tv per prima. Nonna era la sarta di Rodiano. Abitava a Cà la Bottega, nel centro del paese, lavorava in casa, conosceva tutti. Quando tornava dai funerali, si portava a casa i santini dei morti. Di tutti diceva: “Qui in paese siamo tutti parenti, bimba, lo sai?”. Ma io non sapevo mai se crederle o meno».
Comincia così l’incredibile ricerca di Francesca Masotti, 33enne di Bentivoglio, di professione bibliotecaria del Coni. Un’impresa cui ha dedicato gli ultimi tre anni della sua vita e che l’ha portata a ricostruire un mosaico familiare sterminato. Dodicimilanocentosessantasei antenati, di cui 278 ascendenti diretti e 12.688 parenti acquisiti. Diciassette generazioni. Un albero fatto di destini intrecciati alla storia del nostro territorio ben prima che diventasse il nostro Paese.
E di cui Francesca è la foglia numero uno.
L’ultima.
«Rodiano è un paese di poche anime, ogni casa da secoli è conosciuta sempre con lo stesso nome. “Cà del Rio, Cà di Marchione, Cà di Castelletto. In passato spesso si moriva in casa, e il nome della casa veniva segnato sui certificati di morte”. Francesca è in grado di citare i nomi di chi ci ha abitato negli ultimi cinquecento anni. “Cà la Bottega, per esempio, dove visse mia nonna e dove la sua famiglia gestiva un’osteria, fu acquistata nel 1933 dal bisnonno. Ma prima fu abitata dai Mattarozzi, dai Lippi, e, nel Cinquecento, dai Lanzarini».
Ci si spostava poco, certo. E pure gli antenati di Francesca.
«Tutti contadini», dice. «Mezzadri che i figli li facevano ora in un paese, ora in un altro, a seconda delle stagioni. Con il risultato che i certificati di nascita sono sparsi in decine di parrocchie diverse.
Ritrovarli non è stato facile.
«Dal 1866 al 1943 ci sono gli Archivi storici. Dal 1806 al 1814 lo stato civile napoleonico. Ma per tutto quello che viene prima bisogna andare per parrocchie». Che conservano tesori sterminati per chi si occupa di ricerche genealogiche: ma fatti di registri compilati a mano e in latino, con grafie diverse e spesso poco leggibili, e soprattutto in ordine cronologico («per cercare un nome ti devi leggere tutto»).
Ci vuole tempo, tanto.
E la pazienza dei parroci che di quegli archivi sono custodi. «A Rodiano c’è don Eugenio, quando ho bisogno gli mando un messaggio su WhatsApp. Anche se la richiesta va prima fatta alla Curia, che oltre alla carta di identità vuole sempre anche un cv per assicurarsi che tu sia in grado di non combinare guai».
Ma è così, che si intercettano le vite di chi c’è stato.
Quella del Magnifico Notaio Grazia Baldolini, nato il 21 luglio 1646 a Vedegheto, l’unico laureato in famiglia prima di Francesca; e quella di Giacomo Landini, l’antenato più antico, nato a fine Quattrocento, che compare nel certificato di battesimo del figlio di un vicino in quanto nonno della madrina.
Ogni volta che si recupera un nome, si inserisce nell’albero grazie a un software – myheritage.com – in grado di gestire una mole di dati del genere e il sistema gli attribuisce un codice detto Sosa.
Ma dentro quella struttura ordinata pulsa la Storia.
«In un atto di battesimo del 1632, il parroco indicò che si era in tempore pestis, quella del Manzoni. E in tanti atti di morte di fine Ottocento spunta pure il colera. Una certa famiglia Orsi, dopo il 1814, iniziò a farsi chiamare Orsini. Non li trovavo più. E niente sono riuscita a sapere di una certa Bedina dal Fanà, che compare nel certificato di nascita del figlio senza il suo cognome. Bedina era il nome, Dal Fanà, il paesello da cui proveniva». Cognome niente. Bedina era una donna, inutile registrarlo. «Fino al 1630 circa, capitava spesso».
E interessante è pure il caso di Luigi e Filomena, antenati trovatelli del XIX secolo. «Se mi fossi limitata a una ricerca di sangue, avrei dovuto interrompermi lì», dice Francesca, che invece ha scelto di includere i nomi delle balie di quei bimbi tra i propri antenati diretti. «È stato grazie a loro che quei bimbi sono vissuti».
Ogni tanto Francesca torna pure al cimitero di Rodiano. Controlla che non le sia sfuggito nulla, lascia un fiore sulla tomba della nonna. Poi esce, passa davanti a Cà la Bottega, le viene in mente quando ad aprirle la porta c’era lei.
«Ed è strano perché solo l’anno scorso ho saputo che nel 1944, durante l’occupazione, i tedeschi violarono quella casa tanto amata agendo violenze di ogni tipo. Me l’ha riferito la mamma solo di recente, nonna non mi aveva mai detto nulla. Chissà, forse era proprio per non pensare alla sua vita, che mi raccontava così spesso quelle di tutti gli altri».