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 2026  marzo 24 Martedì calendario

Intervista a Ute Lemper

«Sono sempre stata una ribelle, contro le tradizioni, le convenzioni e qualsiasi cosa limitasse la libertà mia o dei miei amici», dice Ute Lemper al telefono da New York dove vive. Ad aprile sarà a Chiasso (il 18) e a Padova (il 24). Ma solo a Roma (il 20) presenterà il nuovo progetto «Paris Paris». Con il fisarmonicista Ludovic Beier torna ad affrontare il repertorio di Édith Piaf, Brel, Ferré, Barbara, Trenet, le poesie di Prévert musicate da Kosma.
Che fine hanno fatto le canzoni di Brecht, è diventata romantica?
«Riapro un universo fatto di brani che sono un ritratto dell’anima. Il mio amore con la chanson francese dura da più di quarant’anni. Quando vivevo a Parigi, negli anni 80, dopo le repliche di Cabaret al Théâtre Mogador, passavo le notti ad ascoltare i grandi chansonnier che raccontavano le loro storie con la voce rotta e il cuore spezzato».
Ne ha mai conosciuto qualcuno?
«Mentre recitavo al Mogador, Barbara teneva una serie di concerti. Arrivava alle nove del mattino e provava al pianoforte fino a sera. Diceva: “Questa è la mia casa”. A me sembrava un’incantatrice di un altro pianeta».
Il più ostico?
«Serge Gainsbourg: era divorato dai suoi demoni, beveva. È stato complicato avere a che fare con lui, un uomo selvaggio. La loro musica era arte pura, nata dall’esistenzialismo. E non esiste più».
Ora c’è l’Intelligenza Artificiale.
«È ovunque ed è spaventosa. Si diffonde rapidamente, come un virus. Non è una macchina, è un’esistenza digitale che ha copiato tutto quello che apprezziamo dell’umanità, creando qualcosa di suo. Con l’AI, chiunque può fare musica. Per fortuna esistono i concerti. L’AI non si può arrestare, ma si deve guidare».
Chi le piace fra i nuovi artisti?
«Ormai tutti si servono dell’AI, persino i jazzisti e star come Madonna o Lady Gaga. Ma esistono persone che mostrano un’anima spezzata come Billie Eilish: non è perfetta, è introversa e mentre cresce si interroga sulla vita».
Ha detto: «Sono un’artista politica».
«La mia identità artistica è nata a Berlino durante la Guerra Fredda, la mia missione è stata mantenere vivo lo spirito di Brecht, la sua poesia e il suo attivismo. La musica parla anche della vita reale, racchiude dolore, sofferenza, oppressione, solitudine».
Com’è vivere a New York?
«Siamo in una piccola isola nell’East Coast, diversa dal resto dell’America. È piena di immigrati. Nel condominio dove vivo abitano 25 famiglie e nessuno dei miei vicini è nato e cresciuto negli Usa. È la città più progressista del Paese. Amo la sua schiettezza».
Se guarda indietro cosa vede?
«Una ragazza studiosa e appassionata che non pensava al successo. Sono salita su un palco a vent’anni, con il primo disco ero famosa in tutto il mondo. È stato un privilegio, ma anche una responsabilità perché, da giovane tedesca, rappresentavo una cultura cancellata dal nazismo».
Quest’anno riprende lo spettacolo che dedicò a Marlene Dietrich.
«Nel 2026 sono 125 anni dalla nascita. È il mio omaggio a una grande artista, a una donna del futuro, coraggiosa, che si oppose alla Germania nazista. Parlai con lei per tre ore al telefono nel 1988, ma ho aspettato più di trent’anni prima di fare uno spettacolo».
Perché?
«Sentire la sua voce fu uno shock: era sola, amareggiata e malinconica. Invecchiava, aveva perso la sua bellezza. È una storia importante, tragica e politica, ma è edificante e coraggiosa, femminista».
Anche attuale?
«Sì: il fascismo è di nuovo in ascesa. Ci sono gli autocrati, nuovi tipi di conflitti mondiali, presidenti e movimenti di destra, neonazisti, anti-immigrazione, e persino un nuovo antisemitismo. Viviamo in un mondo pieno di confusione e vecchi pericoli».
Nel mondo della musica molti si schierano.
«Sì e Donald Trump non riesce mai ad avere qualcuno che canti ai suoi eventi di propaganda perché nessuno lo appoggia. Ma chi commette i crimini non ascolta gli artisti che denunciano gli orrori, come fanno Bono e gli U2».
Rimpianti?
«La mia sfida è stata conciliare la famiglia con il lavoro. Ho rinunciato a tantissimi progetti. Forse la mia carriera sarebbe stata più brillante se fossi rimasta sola. Ma la mia famiglia era e rimane il senso della mia vita».