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 2026  marzo 24 Martedì calendario

Cronache di guerra dal Paleolitico

Quello dell’archeologo e storico Alfredo González-Ruibal – Terra bruciata. Storia della violenza dal Paleolitico al XXI secolo in uscita venerdì 27 marzo per i tipi di Carocci – è un libro in cui, attraversando un milione di anni e quattro continenti, si raccontano tante storie. Storie «di individui più che di falangi o di divisioni». E di persone comuni – uomini e donne, anziani e bambini – piuttosto che di generali e politici. Storie terribili di morte e di distruzione ma anche banali, quotidiane. Perché come scrive Svetlana Aleksievic – in La guerra non ha un volto di donna. L’epopea delle donne sovietiche nella Seconda guerra mondiale (Bompiani) – «in guerra, oltre alla morte, ci sono infinite cose, le cose che riempiono la nostra vita quotidiana». E com’era la vita, si domanda González-Ruibal, in un forte di frontiera negli Stati Uniti alla metà del XVII secolo? Come trascorrevano il tempo i soldati in trincea nella Prima guerra mondiale? Cosa indossavano i legionari caduti nel sanguinoso scontro accuratamente descritto da Peter S. Wells in La battaglia che fermò l’impero. La disfatta di Quintilio Varo nella selva di Teutoburgo (il Saggiatore)?
Parlare di storie, risponde lo storico, è un modo di penetrare la Storia. L’archeologia, scrive González-Ruibal «aiuta a comprendere i processi sociali e i modelli storici». Attraverso i resti materiali di un conflitto «è possibile imparare molto su come erano organizzate le società nel passato (e lo sono nel presente), su come percepivano la violenza e sul ruolo che attribuivano alla guerra». Proprio attraverso i resti materiali «si può anche scoprire quando la violenza comincia a trasformarsi in guerra, o quale rapporto esista tra il conflitto e la comparsa delle società patriarcali, o l’influsso dei cambiamenti climatici». E anche «per quale motivo le armi siano sempre così attraenti, malgrado assolvano una funzione orribile». A volte, sostiene l’autore, nel lontano passato è possibile trovare «le risposte alla violenza della nostra epoca». E ciò quasi sempre ci induce a porci nuove domande.
Dall’esame di González-Ruibal risulta che «la brutalità estrema – cioè quella in cui predomina la crudeltà e in cui la vita dei civili non viene rispettata – esiste nei gruppi umani, indipendentemente dalla loro forma di organizzazione sociale». Tale brutalità estrema è comune ma nello stesso tempo eccezionale. Comune «perché compare in una grande varietà di culture e di periodi storici». Eccezionale, perché «non costituisce la norma». La Guerra dei trent’anni, il genocidio ruandese o l’espansione mexica (che tra il XIV e il XVI secolo fondò l’impero azteco e raggiunse la massima estensione sotto Montezuma I) non sono tutto. La verità è che a prevalere nel corso dei secoli in molti territori «è stata la pace o un conflitto limitato e intermittente». Gli esseri umani sono stati in grado di trovare alternative allo scontro armato attraverso il negoziato o la cooperazione. E anche quando si è fatto ricorso alla guerra, la violenza non è sempre stata così selvaggia. La scoperta di un terribile massacro in epoca preistorica viene spesso presentata come la prova della brutalità intrinseca dell’essere umano. In realtà, afferma González-Ruibal, si potrebbe ribaltare il discorso e considerarla come una prova dell’eccezionalità della violenza estrema. La storia, nonostante tutto, «non è una fossa comune».
Solo se si accetta che la guerra senza limiti non è la norma, è possibile iniziare a porsi delle domande storiche. Cosa fa sì che in un dato periodo i precetti morali che limitano la violenza vengano ignorati? Una convincente risposta la troviamo nei cambiamenti climatici. Le lunghe siccità, ad esempio, hanno avuto un ruolo nella crisi della tarda Età del bronzo nel Vicino Oriente e forse nei massacri del Medio Nilo avvenuti tredicimila anni fa. Un fattore ancora più decisivo è l’emergere di un regime climatico imprevedibile, come un migliaio di anni fa nel Southwest degli Stati Uniti.
Lo scarso numero di massacri indiscriminati di cui siamo a conoscenza durante l’Età del bronzo e la prima Età del ferro in Europa ha a che fare probabilmente con una regolamentazione sociale, proprio come la scomparsa dei sacrifici umani a Teotihuacan o nell’Egitto dei faraoni, per citare contesti ben diversi. Nelle restrizioni non intervengono solo codici d’onore, principi morali o leggi ma anche oggetti e pratiche materiali. È significativo, secondo l’autore, che nell’Europa dell’Età del bronzo o del XVIII secolo così come nel Giappone Tokugawa la limitazione della violenza eccessiva abbia coinciso con l’esistenza di elaborati cerimoniali bellici e con una raffinata cultura materiale di natura militare. Altra questione ricorrente è la relazione tra guerra e ordine sociale. Lungi dal sovvertirlo, scrive González-Ruibal, «la violenza istituzionale generalmente lo rafforza e lo fa, ancora una volta, attraverso aspetti ed elementi materiali come gli spazi che utilizzano ufficiali e truppa, il cibo che consumano e il luogo in cui lo consumano, il modo in cui si vestono e persino le armi che adoperano».
Le armi (comparse intorno al IV millennio a. C.) sono «belle ed egemoniche», si adattano al corpo e finiscono per farne parte. Diventano indistinguibili da chi le porta nella Preistoria come nel XXI secolo. La bellezza delle armi ha molto a che fare con l’identità maschile. Talvolta con quella femminile come dimostra Adrienne Mayor in Amazzoni. Vita e leggende delle donne guerriere nel mondo antico (Venexia). Ma l’estetica delle armi ha a che fare anche con l’atto trasgressivo dell’uccidere. La guerra, scrive lo storico, è «un’inversione dello stato normale delle cose che è la pace». Ed è per questo che «vengono sublimate non solo le armi ma l’intera istituzione della guerra». I templi della vittoria, l’architettura militare, l’abbigliamento e anche una particolare cura del corpo. La guerra è un momento di crisi «e le crisi devono essere controllate attraverso i rituali».
L’archeologia, spiega l’autore, ha contribuito in modo decisivo a cambiare le nostre concezioni su come fosse la violenza di gruppo nelle società non statali. Si tende a credere che in questo genere di compagnie non esista alcuna strategia militare, che le regole brillino per assenza e che la guerra, seppure frequente, sia limitata nello spazio e nelle conseguenze. Tutte e tre le ipotesi, secondo González-Ruibal, sono false. Per quanto riguarda l’ultima, scoperte come quella recente dello scontro nella valle del Tollense (Germania settentrionale, XIII secolo a. C.) permettono di immaginare un passato molto diverso. Fu quello della valle del Tollense uno scontro armato sfibrante tra migliaia di guerrieri provenienti da regioni distanti centinaia di chilometri probabilmente per il controllo di un punto strategico di passaggio del fiume e provocò un numero elevatissimo di vittime. In termini relativi il potenziale danno demografico provocato da una guerra preistorica non era molto diverso da quello dei conflitti contemporanei. I ritrovamenti dell’Età del ferro confermano che quel genere di grandi e sanguinose battaglie non erano una rarità.
Nel ricostruire la «storia della violenza» bisogna poi farsi largo tra gli stereotipi che ci sono stati trasmessi. Ciò che ancor oggi viene ridotto al cliché del crudele invasore che saccheggia raccolti e ricchezze, visto da vicino è qualcosa di assai diverso. Ad esempio, le conquiste di Gengis Khan iniziate nel XIII secolo per evolversi, nell’arco di duecento anni, in un impero che andava dagli odierni Kazakistan, Ucraina, Russia all’Europa orientale e alla Cina, hanno un aspetto diverso da quel che ci è stato tramandato. Marie Favereau – in L’Orda. Come i Mongoli cambiarono il mondo (Einaudi) – dimostra in modo accurato come «la rete commerciale dell’Orda fu, per secoli, la base delle fortune economiche nel Mediterraneo». E fu anche «la rotta di trasmissione principale tra Europa e Asia». L’Orda, scrive Favereau, «introdusse la vitalità e l’ingegno dei nomadi nella vita dei popoli stanziali, con conseguenze durature». Violenza e crudeltà che pure provocarono decine di milioni di morti (in un’epoca oltretutto funestata dalla peste nera) sono aspetti, per così dire, secondari.
Stesso discorso, a parti invertite, vale per la costruzione degli imperi. Ammesso che la missione civilizzatrice della Gran Bretagna avesse intenti eminentemente benefici, osserva Caroline Elkins – in Un’eredità di violenza. Una storia dell’Impero britannico (Einaudi) – tale missione «fu comunque brutale». La violenza, secondo Elkins, non fu solo «l’ostetrica dell’impero», ma divenne «endemica nelle strutture e nei sistemi del dominio britannico». Non si trattò soltanto di «un mezzo usato occasionalmente ai fini dell’imperialismo liberale». Bensì «del mezzo e del fine dell’impero per tutto il tempo in cui rimase in piedi». Sempre. Senza violenza, scrive Elkins, «la Gran Bretagna non avrebbe potuto mantenere le sue rivendicazioni di sovranità sulle colonie».
González-Ruibal racconta di aver finito di scrivere questo libro un anno dopo l’invasione russa dell’Ucraina, suggestionato dalle immagini di «città in macerie, fosse comuni e mezzi bellici ridotti ad ammassi di ferraglia». Un paesaggio che gli è risultato «familiare». Non solo perché «ricorda una qualunque guerra degli ultimi cent’anni». Ma perché riflette «l’eccesso di ogni conflitto fin dalla preistoria». I mucchi di carri armati carbonizzati in Ucraina non gli sono sembrati «molto diversi da mucchi di armi dell’età del ferro a Illerup Adal». Gli è tornato in mente quel che ha scritto George Bataille in La parte maledetta preceduto da La nozione di dépense (Bollati Boringhieri), un libro del 1949 che tornava su un altro, La nozione di depénce, scritto nel ’33. Libro in cui Bataille considerava l’eccesso come una parte essenziale dell’essere umano, cioè qualcosa di ineludibile e inesorabile. Eccesso che può manifestarsi in modo positivo sotto forma di creatività e di generosità o, come nella guerra o nel consumo sfrenato, in modo negativo e catastrofico. Sta a noi scegliere. E, in caso di guerra, la scelta è segnata.
Quanto all’eccesso, scrive González-Ruibal, «la guerra è soprattutto uno spreco di vite e di materia ed è per questo che la sua caratteristica archeologica è sempre la dismisura: le fosse, i cumuli di ossa, le fortificazioni monumentali, le armi». Vasilij Grossman – in Vita e destino (Adelphi) – ha scritto che Stalingrado, la battaglia casa per casa che tra l’estate del 1942 e il febbraio del 1943 consentì ai sovietici di fermare l’avanzata hitleriana, «fu la più grande vittoria e la più grande disfatta dell’umanità». Poi, finita la Seconda guerra mondiale, tripudianti per la vittoria sul nazismo, ha confessato Edgar Morin – in Di guerra in guerra. Dal 1940 all’Ucraina invasa (Raffaello Cortina Editore) – «occultammo la barbarie dei bombardamenti americani così come occultammo quella dello stalinismo». C’è stato bisogno che passassero anni e decenni, ha proseguito Morin, «perché diventasse chiaro che, per quanto giusta fosse la resistenza al nazismo, la guerra del Bene comporta in sé del male».
Tutto vero. «Guerra alla morte – sostiene l’autore – è ciò che dichiariamo noi archeologi ogni volta che scaviamo un sito«. E «combattere la morte» è la missione che lo studioso si è autoassegnato a conclusione del libro «affinché i morti rimangano vivi nella nostra memoria». Eppure, le guerre continuano a esercitare un fascino. Come se l’umanità, pur dichiarandosi pentita per l’ultima che ha combattuto (o, magari, subìto), si abbandoni alla voluttà o si lasci poi calamitare da nuovi scontri in armi. Jacques Vergès, padre francese e madre vietnamita, celebre avvocato di innumerevoli cause rivoluzionarie e lui stesso militante attivo nelle più feroci contese del Novecento, ha voluto intitolare provocatoriamente uno dei suoi ultimi libri Quant’erano belle le mie guerre! (Liberilibri).
Segno che, per chi ritiene di aver combattuto dalla parte giusta (tutti o quasi), anche i ricordi più terribili sono a loro modo «dolci». E in ogni caso, qualcosa di cui andare fieri.