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 2026  marzo 24 Martedì calendario

Intervista a Roberto Zaltieri

Nel Paese di Affari tuoi, è l’italiano che compra più pacchi. Però, a differenza dei concorrenti ingolositi da Stefano De Martino nello show di Rai 1, Roberto Zaltieri non li scarta mai. Li compra a peso e li rivende a peso. Un grossista dell’ignoto. Affari suoi garantiti: nel 2025 ha fatturato 9,5 milioni di euro. Se Castel Goffredo, dov’è nato 62 anni fa e dove ha sede la sua Stock Italwear’s, è la «Città del Tortello Amaro», come da segnaletica stradale marron, lui è lo specialista del ripieno dolce. Con la sola Amazon ha stipulato un contratto che in 12 mesi lo obbliga a ritirare 200 tonnellate di confezioni sigillate. Ma acquista anche da Zara, Zalando, Carrefour, Coop, Trussardi, Penny Market, Media World, Asics, Bikkembergs, Diadora, Ellesse e da Action, catena olandese di discount internazionali. Svuota pure i magazzini di aziende che producono calze e intimo: Goldenpoint, Pompea, Twinset, Liabel, Triumph, Leilieve by Manicardi. «Vengo da quel settore, ci entrai per ragioni matrimoniali».
Sia più preciso.
«Ho sposato Giuliana Brunello. Fui assunto da suo padre Ennio. Aveva un ingrosso di intimo a Medole. Prima ho fatto un’infinità di lavori».
Quali?
«A 16 anni ero già operaio metalmeccanico alla Mutti rimorchi, a 19 piastrellista, a 21 muratore nell’impresa edile di mio padre, a 26 pavimentista in proprio. Tolga un anno di naia come carabiniere al gruppo di Lodi».
Che merci tratta?
«Tutte, tranne il food. Elettrodomestici, elettronica di consumo, casalinghi, scarpe, mobili, abbigliamento, cosmetici... Potrei continuare per ore. Li vede quelli?».
Al-Shiyukh, Ayelet, Aryan.
«Profumi. Vengono dagli Emirati Arabi Uniti. Ho firmato con Kasanova, casalinghi, un’operazione da 1,2 milioni di pezzi e un’altra da 200.000 pentole. In tutto sono 120 Tir di roba».
Tanta. Dove la mette?
«Ho 15.000 metri quadrati di magazzino e altri 12.000 in due centri logistici esterni».
Quanti tipi di oggetti?
«Da Bizzotto, arredi, ho appena ritirato 80.000 pezzi di almeno 20.000 referenze diverse. Non mi chieda quali».
Non lo sa.

«Non li spacchetto mai».

Ma come si accumulano?
«Eccedenze di magazzino, merce invenduta, resi, articoli obsoleti, mancati recapiti, consegne rifiutate. Prenda Amazon. Pare che la più grande Internet company del mondo consegni 8-10 miliardi di pacchi l’anno, calcoli restituzioni fra il 5 e il 15 per cento: come minimo fanno 400 milioni di imballi. Spenderebbe troppo a scartarli. Prima credo che li bruciasse, ma poi, sa, le politiche ambientali...».
Meglio rivenderli a lei.
«Li ritiro a Bruxelles. Un Tir a settimana, con 33 bancali. Fanno 9.000 chili per volta. Pacchi sigillati, privi di indirizzi dei destinatari, ovvio».
Quanto li paga?
«Circa 3 euro al chilo, più Iva. Aggiunga 2.000 euro di trasporto. Ogni spedizione mi costa sui 30.000 euro».

E li rivende a peso.
«Certo. A grossisti, outlet e ambulanti che non sanno che cosa stanno comprando. Mi accontento di 4 euro al chilo».
Ricarico del 33 per cento.

«Partecipo anche ad aste online di Amazon. Vince il miglior offerente. Sono merci che arrivano da Italia, Spagna, Germania, Francia, Slovacchia e Croazia. Altri 8 Tir al mese».
Gli oggetti più grandi?
«Vado solo a peso, come glielo devo spiegare? Un terzo sono grossi, un terzo medi, un terzo piccoli».
Ma grossi quanto?
«Lavatrici, frigoriferi... Non voglio saperlo per principio. Se aprissi il pacco, diventerebbe un altro mestiere».
Quale?
«Il Gratta e vinci. Il 90 per cento di quelli che comprano da me cercano la sorpresa».

Come nell’uovo di Pasqua.
«Non sai mai se ti andrà bene o ti andrà male. Non per nulla prendo il Micardis».
Contro l’ipertensione.
«Ho ritirato di tutto da Media World: televisori, computer, rasoi. Ma chi li compra lotti da 1.000, 500, 200 pezzi? Devo far girare la voce e sperare che arrivi il cliente. Una volta, Adriano Rodella, all’epoca proprietario dei marchi Pompea e Roberta, mi chiese: “Ti sei mai domandato perché le donne indossano i collant?”».
Per apparire più sexy?
«Per far riposare le gambe. Mi regalò due paia delle sue calze “no stress” in microfibra. Divine. Così me ne rifilò 2,5 milioni di pezzi. Pensai: se li divido in lotti da 1.000, ci metto una vita a venderli».
E quindi?
«Ho fatto cinque partite da mezzo milione ciascuna. Bruciate nel giro di un mese».
Stockista con i fiocchi.
«Mi chiamano in un magazzino di 2.000 metri quadrati vicino a Vittorio Veneto. Calze. Il proprietario non voleva contarle: “Offra una cifra”. Le do 50.000 euro, gli ho risposto. “No, ne voglio 80.000”. Vabbè, facciamo 60.000, inclusi i due muletti. Andata!».
Gioca d’azzardo anche lei.
«Eh, ma non è che con i barter mi va sempre bene».

Chi sono i «barter»?
«La parola viene dall’inglese to barter, barattare. Pagano beni o servizi con la pubblicità invece che con il denaro. Cambi merce, in pratica. Ricordo che dalla Nextcom di Domenico Zambarelli ritirai 120.000 libri in giacenza. Una tragedia. Non c’era verso di piazzarli, nonostante i bei nomi: dai romanzi di Wilbur Smith ai saggi di Enzo Biagi. Alla fine ne vendetti 40.000 in lotti da 5.000 titoli l’uno».

E gli altri 80.000 volumi? Macero? Caminetto?
«Dovetti regalarli a bazar, ambulanti e mercatini del libro a 3 centesimi a copia».

Chi compra i pacchi chiusi di Amazon?
«Il cliente finale, per cifre dai 5 ai 20 euro l’uno».
Ma lei fa sempre così?
«Non se sono in vacanza fra Marocco, Egitto e Dubai. Nei suq è diverso. Lì mercanteggio per divertimento».
Vede «Affari tuoi» in tv?
«Non mi piace. Troppo superficiale. Meglio un libro».
E Jeff Bezos le piace?
«Un genio. Al pari di Elon Musk, Michele Ferrero, Mark Zuckerberg e Amancio Ortega, fondatore di Zara. Ho letto le biografie di tutti e quattro».
Perché non imita Bezos?
«Durante il Covid ho importato 20 milioni di mascherine dalla Cina. Le ho fatte arrivare in Belgio, in Italia non si potevano sdoganare. Fu un colpaccio. Però la pandemia ha rovinato il mercato, la gente compra solo online. Ho provato a buttarmi sul B to C, business to consumer, ma ci voleva un oceano di soldi. Ho preferito aprire sette outlet, da Gorizia a Pescara. M’è toccato chiuderne cinque».
Brutto colpo.
«La guerra in Ucraina, caro mio. Il 40 per cento del nostro fatturato viene dall’estero. Aggiunga la troppa concorrenza, l’online che ruba fette di mercato, i giovani».
Che c’entrano i giovani?
«Non sono come noi. Non vogliono possedere nulla: né auto né abiti. Mia figlia Aurora, 27 anni, si occupa di fashion style a Milano, ha curato il look del rapper Mecna, oggi fa la stessa cosa per le pubblicità di aziende come McDonald’s e Ray-Ban. E l’abbigliamento lo noleggia. Anche lei indossa vestiti usati».
Dove li compra?
«A Napoli. Capi vintage di Armani, Prada, Dolce e Gabbana per 50-60 euro. Una volta l’ho accompagnata. Sono rimasto di sasso: trovi la moda dal 1985 al 1990, dal 1990 al 2000 e così via».
Il suo miglior cliente?
«Il Baffo, alias Roberto Da Crema, re delle televendite».

Lei è figlio della società dei consumi. Ma così farà morire i negozianti.
«Purtroppo non si può andare contro il mondo. Ormai tutto gira intorno al web e alla tv. O mi adeguo o chiudo».
Fatica a trovare personale?
«Più che altro fatico a trovare dipendenti che abbiano voglia di lavorare».
Lei sgobba parecchio?
«Sono qui alle 8, come mio figlio Denis, 37 anni. Smetto alle 19. Abito al piano di sopra, quindi pausa pranzo lampo».
Si concede qualche lusso?
«Solo le auto. Ho una Range Rover e ho regalato una Porsche 911 Carrera 4S a mia moglie per il compleanno».
Quale problema la angoscia in questo momento?
«Guardi, nella mia vita ho affrontato infiniti cambiamenti, perché avevo la visione del futuro. Adesso capisco che dovrei cambiare di nuovo, ma non so come farlo».