Corriere della Sera, 24 marzo 2026
I profili dei votanti
La partecipazione al voto referendario è stata davvero importante: il 58,9% di affluenza indica un’attenzione elevata da parte dell’elettorato, anche se presumibilmente non centrata sui contenuti tecnici della riforma quanto piuttosto sui suoi risvolti politici. La politicizzazione della campagna referendaria è stata una scelta per certi versi obbligata, stante la complessità del tema che aveva indotto molti elettori a dichiarare l’intenzione di volersi astenere non comprendendo le implicazioni della riforma. È stata una campagna caratterizzata da toni aspri e diverse dichiarazioni fuori misura che ha prodotto la maggiore mobilitazione degli elettori del centrodestra, inizialmente meno ingaggiati, la significativa riduzione di quegli elettori dei partiti dell’opposizione che inizialmente si dicevano orientati a votare per il Sì, e la partecipazione al voto di una parte degli elettori che si erano astenuti alle Politiche del 2022 e alle Europee del 2024, in larga misura schierati per il No: oltre un terzo di chi non votò alle elezioni di due anni fa è andato alle urne.
La partecipazione
Vediamo prima di tutto come si distribuisce la partecipazione al voto. Come sappiamo da tempo, si tratta di un comportamento molto segmentante innanzitutto in relazione alla condizione socioeconomica: la partecipazione, infatti, si massimizza tra chi ha titoli di studio alti e tra chi gode di una condizione economica agiata. Al contrario i livelli più bassi di partecipazione si trovano tra i ceti disagiati, con una bassa istruzione e in difficoltà economica. La condizione professionale ci dice sostanzialmente le stesse cose: votano di più imprenditori, professionisti e ceti medi, molto meno disoccupati, casalinghe e in parte operai.
Le età
Il massimo della partecipazione lo troviamo tra gli studenti e in generale tra i più giovani l’astensione tocca i livelli più bassi: la generazione Z, dai 18 ai 28 anni, ha il 67% di partecipazione al voto, con il 58,5% per il No. Se invece guardiamo a chi sta tra i 29 e i 44 anni, la generazione Y, troviamo il massimo livello di astensionismo (47,5%, sempre con una prevalenza del No, al 54,8%). Un fenomeno indubbiamente preoccupante: i giovani che entrano nel mondo del lavoro, che costituiscono famiglie, sono anche i più disinteressati alla partecipazione politica. Infine, sempre dal punto di vista dell’età, una partecipazione un po’ più elevata della media caratterizza boomers e silent, gli elettori che hanno dai 61 anni in su.
I partiti
Relativamente invece all’appartenenza politica, risulta evidente che la mobilitazione, la partecipazione al voto, coinvolge maggiormente da un lato l’area di sinistra e di centrosinistra, dall’altro la destra, mentre un po’ meno coinvolti appaiono gli elettori di centro e di centrodestra. Per l’area di opposizione si è trattato quindi di una complessiva chiamata alle armi contro il governo, mentre nell’area delle forze di maggioranza la risposta è stata soprattutto da parte dell’area più radicale, minore invece nell’area più moderata e ancora inferiore nell’area centrista dove si raggiunge il massimo dell’astensionismo tra gli elettori politicamente collocati (un livello estremamente elevato si ha naturalmente tra chi non si colloca sull’asse sinistra/destra, dove ci sono molti degli elettori demotivati e distanti dalla politica).
Il confronto
Per quel che riguarda il profilo di chi ha votato Sì o No, vediamo innanzitutto se ci sono stati «tradimenti». L’unico partito in cui è emersa una dialettica interna apprezzabile rispetto alla scelta di voto, è stato il Partito democratico. In effetti qui vediamo come ci sia una quota, ultra-minoritaria ma non trascurabile, di elettori che hanno scelto il Sì: si arriva a poco meno del 9% di chi dichiara di voler votare per questo partito. Ma la sorpresa viene dall’elettorato pentastellato, con un leader fortemente coinvolto nella campagna per il No: tra chi dichiara di votare M5S circa il 17% (ma era il 24% qualche mese fa) si è espresso per il Sì. Nel centrodestra qualche slittamento si rileva tra gli elettori di Lega e Forza Italia, rispettivamente con il 12% e il 10% circa che vota No. Infine, tra gli elettori di Italia viva, Azione e +Europa, il sì arriva al 31%.
Il reddito
Dal punto di vista delle caratteristiche sociodemografiche, troviamo un più netto prevalere del No proprio tra i segmenti che abbiamo visto essere più partecipanti: ceti istruiti, condizioni economiche medio/alte, giovanissimi in cui il No prevale con una nettezza straordinaria (tra i laureati arriva a oltre i due terzi, tra le persone di condizione agiata si arriva a quasi il 60%). Il contrario tende ad avvenire tra chi è in situazioni meno floride: tra chi ha solo la licenza elementare e tra le casalinghe il Sì prevale, mentre gli operai si dividono quasi equamente tra le due opzioni.
La sconfitta dell’esecutivo e in primo luogo della presidente del Consiglio – che pure si era tenuta defilata nella campagna sino alle ultime settimane – appare molto netta. Il posizionamento di Giorgia Meloni ha evidenziato negli ultimi mesi, al di là del tema della riforma costituzionale, diversi punti di difficoltà: il contesto internazionale si è rivelato sempre più complesso e meno solido di quanto era apparso negli ultimi anni; la condizione economica del Paese più difficile del previsto, con il rischio di non riuscire a uscire dalla procedura di infrazione europea; la crisi energetica sembra assumere una virulenza preoccupante che incide sensibilmente sui costi quotidiani sostenuti dai cittadini. A tutto questo è da aggiungere qualche infortunio, il più recente dei quali riguarda il sottosegretario Delmastro, in relazione con un esponente della malavita organizzata. È probabile che questi risultati avranno un effetto sugli orientamenti di voto, almeno a breve. Lo vedremo tra pochi giorni nell’usuale scenario politico mensile.