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 2026  marzo 24 Martedì calendario

Ora sfida per la legge elettorale.

Non cambia niente ma cambia tutto. Il risultato referendario non muta la dinamica della legislatura, che si concluderà con il centrodestra al governo. Ma siccome la sfida politica – già oggi – non è proiettata sulle prossime elezioni bensì sulla successiva corsa al Colle, è chiaro che la vittoria del No inciderà sulle strategie dei partiti di maggioranza come su quelle delle forze di opposizione. E servirà del tempo all’alleanza di governo per registrarsi, perché – lo testimoniava ieri un suo autorevole esponente – «dovremo intanto riprenderci»: segno che la botta è stata avvertita e che bisognerà fare anzitutto «un’attenta analisi del voto».
Come interpretare, per esempio, il fatto che un pezzo di elettorato di centrodestra abbia voltato le spalle alla riforma della giustizia? Dentro FdI si domandano se sia «solo un avviso» alla presidente del Consiglio o se il pedaggio pagato ieri segni l’avvio di un processo irreversibile. La lunga luna di miele di Giorgia Meloni con il Paese si è finora poggiata su due pilastri: l’assenza di un’alternativa in Italia e la capacità di acquisire un ruolo in Europa e nei rapporti internazionali.
Il tallone di Giorgia
Al momento la questione interna è il problema minore per la premier: perché il voto referendario non è espressione di un blocco politico omogeneo e perché il centrosinistra si prepara a un conflitto per la premiership che rischia di indebolirlo. Ma non c’è dubbio che le urne abbiano mostrato le potenzialità del «Campo largo». Il tallone di Giorgia però è un altro: la combinazione di fattori che dalla politica estera finiscono per incidere sulla politica economica. Trump, la guerra, l’aumento dei costi dell’energia e una fase negativa dell’economia, stravolgono i piani di fine legislatura. Perché dopo aver tenuto in ordine i conti pubblici per anni, in prossimità delle elezioni Meloni immaginava di redigere una Finanziaria espansiva. E non sembra aria.
Sul fronte politico dovrà verificare la sua presa sulla coalizione e il test decisivo sarà la legge elettorale. La modifica del sistema di voto è essenziale per la premier per scongiurare il rischio del pareggio. Perciò intende andare avanti. Su questo provvedimento si misurerà l’unità del centrodestra che – secondo un suo dirigente – «se vorrà evitare le obiezioni del Colle dovrà trovare un punto di coesione sulle preferenze più che sulle dimensioni del premio di maggioranza». L’alleanza è ancora salda al punto da superare queste forche caudine?
Quei segnali in codice
Ieri era stata appena formalizzata la vittoria del No, che il capo dei forzisti Antonio Tajani ha aperto al dialogo con le opposizioni. Sulla giustizia, è vero. Ma la sua sortita è parsa un segnale rivolto all’altro fronte e fa pendant con lo scenario disegnato da uno dei maggiori rappresentanti del Pd sulla legge elettorale: «Meloni non avrà la forza di andare avanti a colpi di maggioranza. Bisognerà vedere se Forza Italia e Lega condivideranno ancora la proposta, se faranno a noi delle proposte e cosa risponderemo...».
È chiaro fin da oggi che la riforma del sistema di voto non sarà solo funzionale alla sfida per Palazzo Chigi. Sarà determinante per la successiva corsa al Colle. Ecco cosa si muove dietro le modifiche al Rosatellum: il posizionamento in vista delle future trattative per la presidenza della Repubblica. E un meccanismo che non difenda il bipolarismo sarebbe il terreno ideale per accordi sul Quirinale fuori dagli schemi di coalizione.
I fattori esterni
Ora, già Meloni dovrà gestire mediaticamente la riforma, perché i suoi avversari tenderanno a rappresentarla come una manovra difensiva di Palazzo. Se in più si aprissero delle falle nella maggioranza, potrebbe rivelarsi problematico l’obiettivo di far varare la legge elettorale entro l’estate almeno da un ramo del Parlamento. Perciò la premier – messo da parte il voto di ieri – dovrà rapidamente riflettere su come cambiare approccio, visti i problemi di partito e di governo.
A meno che non si aggiungano fattori esterni. Il modo in cui i magistrati hanno esultato al grido di «chi non salta Meloni è» – deridendo persino la collega Annalisa Imparato, rea di aver votato Sì al referendum – non è stato solo bollato come «inqualificabile» da Palazzo Chigi. È stato interpretato anche da rappresentanti del centrodestra come un segnale «minaccioso»: l’anticipo di «cose più serie da cui guardarsi».