Corriere della Sera, 24 marzo 2026
Il No ha il 53,2%. Stop alla riforma della giustizia
Ha vinto il No. La riforma della giustizia voluta dal governo Meloni – sette articoli della Costituzione modificati per separare le carriere di giudici e pm, ma anche per sdoppiare e riorganizzare il Csm attraverso il sorteggio dei componenti e per istituire un’Alta corte per giudicare i magistrati – non è passata al vaglio del referendum. Una bocciatura netta, nonostante l’incertezza segnalata dai sondaggisti fino alle ultime rivelazioni: 15 milioni di No (53,2%) contro di 13,2 milioni di Sì (46,8%) nel dato complessivo con i voti della sezione Estero. Quasi due milioni di voti di differenza. Considerando solo il voto nazionale sono 14,5 milioni contro 12, 4 milioni (53,7 contro 46,3). All’estero, invece, i favorevoli alla riforma prevalgono con oltre il 56%, tranne nella circoscrizione Europa dove in vantaggio è il No (sempre poco oltre il 56). Un risultato che non potrà non avere ripercussioni politiche, anche nei rapporti all’interno della stessa maggioranza.
La partecipazione
La partecipazione è stata superiore alle attese: il dato finale dell’affluenza si è attestato al 58,93% (dato Italia; considerando il voto all’estero, nel complesso è al 55,87, quando mancano le comunicazioni delle ultime sezioni), con punte record nelle regioni «rosse» come Emilia-Romagna (66,7%), Toscana (66,2%) e Umbria (65%); maglia nera invece a Sicilia (46,1% ) e Calabria (48,4%) e, soprattutto, alla provincia autonoma di Bolzano, dove ha votato meno del 39% degli aventi diritto (e dove ha comunque vinto il No con il 50,9%).
Rispetto agli ultimi referendum costituzionali, solo quello del 2016 che mandò a casa Renzi (vinse il No con oltre il 59% di No) aveva registrato un’affluenza maggiore (65,5%). Stavolta, contrariamente a quanto previsto da molti analisti, il numero alto di votanti non ha favorito il centrodestra: la chiamata alle urne da parte dei leader dei partiti ha premiato il centrosinistra, nonostante la lamentata esclusione dal voto dei «fuori sede» che l’opposizione aveva letto come un tentativo di indebolire il fronte dei contrari alle modifiche costituzionali.
Rincorsa e sorpasso
La rincorsa durata settimane – con il Sì partito in vantaggio in tutti i sondaggi fino al pareggio/sorpasso nelle ultime battute di una campagna elettorale dagli accesi toni polemici e per certi versi caotica – è dunque culminata in quello che il centrosinistra ha definito un trionfo: «Abbiamo sconfitto il governo». Nel dettaglio, il Sì ha vinto solo in tre regioni del Nord, tutte a trazione leghista: Veneto (58,4%) Friuli-Venezia Giulia (54,5%) e Lombardia (53,6%), con la provincia di Milano però in netta controtendenza, con i contrari al 53,8%. Fra le regioni del No, in cima alla classifica Campania (65,2%), Sicilia (61%), Basilicata (60%), Sardegna (59,4%), Toscana (58,2%), Puglia (57,1%), Liguria (57%), Molise (54,7%), Calabria (57,3%), Lazio (54,6%). Determinante il voto nelle città, dove ha dominato il No: Milano al 58,3%, Torino al 64,8%, Bologna al 68,2%, Firenze al 66,6%, Genova al 64% e Roma al 60,3%. Boom di No anche nelle città del Sud: a Napoli il 75,5%, Palermo con il 68,9% e Bari con il 62,8%.
Le città dei casi
A Garlasco, cittadina in provincia di Pavia più volte evocata in campagna elettorale per la controversa vicenda giudiziaria dell’omicidio di Chiara Poggi, ha invece vinto il Sì con il 62,4%. E anche a Palmoli, il Comune in provincia di Chieti dove aveva scelto di vivere la famiglia del bosco citata in campagna elettorale dalla premier Giorgia Meloni proprio come esempio di casi che non si sarebbero ripetuti se avesse vinto il Sì, hanno prevalso i voti favorevoli alla riforma: 160 preferenze, pari al 51,1% delle persone andate al voto nel piccolo paesino abruzzese di meno di 900 anime.