Tuttolibri, 21 marzo 2026
Intervista a Ece Temelkuran
Profugo, disadattato, escluso, emarginato, espatriato, squatter, forestiero, clandestino, eretico, straniero, ribelle, vagabondo, sfollato, marginale, nuovo povero, sbandato. Tutte queste parole possono essere riassunte in una sola: esule. Ece Temelkuran usa la parola “unhomed”, senza casa, là dove per casa non si intende (o non soltanto) un edificio o un alloggio dove ripararsi, vivere, dormire, avere una famiglia, permettere ai figli di crescere. Ma una comunità umana nella quale riconoscersi. Quando si è senza casa, «ci si sente come orfani, al freddo e al gelo», minacciati dalle bestie feroci, si sopravvive guardinghi, attenti ad ogni minimo frusciare di foglie.
Ma essere senza casa vuol dire anche essere senza una lingua o almeno perdere la propria e doverne imparare un’altra per comunicare i dati necessari alla sopravvivenza legale e insieme al naturale fabbisogno di scambio emotivo e sentimentale.
Si rimane senza casa per ragioni diverse, per obbligo o per scelta, con la prospettiva di tornare o senza sapere se e quando arriverà il giorno del ritorno. Si lascia la propria casa quando non ci si riconosce più, nemmeno tra le persone amiche, ci si sente spaesati, distaccati, estranei nella propria comunità.
Per Ece Temelkuran è successo nel 2016: «Ho dovuto lasciare la Turchia per fuggire dal fascismo, per poter scrivere, pensare e semplicemente essere. Non ne potevo più di ricevere minacce di stupro e di morte, una più particolareggiata dell’altra… E allora ho messo il cuore nel congelatore e mi sono trasformata in una creatura insensibile, combattiva, un automa programmato per sopravvivere».
Affermata editorialista del quotidiano Milliyet, a 43 anni, Ece Temelkuran ha dovuto reinventarsi una vita in Europa, prima a Zagabria poi a Berlino, dove vive ora. Nei suoi libri (pubblicati in Italia da Bollati Boringhieri) denuncia la dittatura di Erdo?an, raccontando la metamorfosi della società turca, dall’originale modello laico, all’attuale populismo islamico.
Nell’ultimo saggio (Stranieri come te, tradotto da Giulia Boringhieri) Ece si racconta come parte di «un popolo in espansione che travalica i confini, una nazione mobile composita di individui esclusi, dispersi, nostalgici, che ogni giorno ricostruiscono la propria vita dal niente. Siamo così tanti che se ci contassimo potremmo scoprire di essere maggioranza, la nazione degli stranieri».
Questo suo nuovo libro è una raccolta di lettere. È vero che da bambina scriveva lettere immaginarie, ancora prima di aver imparato a scrivere?
«Sì. Prima di conoscere l’alfabeto riempivo pagine di scarabocchi, convinta che fossero parole. Non sapevo a chi stessi scrivendo, ma sapevo di dover tendere la mano verso qualcuno. Per me scrivere non è mai stato un modo per raggiungere un indirizzo preciso; è un atto di fede nel fatto che un indirizzo – e qualcuno dall’altra parte – esistano davvero».
Le lettere nel suo libro sono indirizzate idealmente a “uno straniero”. Ma chi sono i veri destinatari?
«Sono i “senza casa” – coloro che non si sentono più a proprio agio nel mondo così com’è. Sono gli alienati dentro i propri confini, i politicamente senza patria, chiunque rifiuti di essere complice della tendenza mostruosa del nostro tempo. Lo “straniero” è semplicemente il riflesso di noi stessi negli occhi di qualcun altro».
Lei definisce la realtà attuale una “nazione” di stranieri. Cosa intende?
«Mentre il fascismo e i confini cercano di dividerci, paradossalmente creano una comunità immensa e senza frontiere: persone che sono state espropriate, sradicate o moralmente espulse. Questa “Nazione degli Stranieri” non è definita dal sangue o dal suolo, ma da un vocabolario condiviso di dignità e da un dolore comune per il mondo che stiamo perdendo. E, se posso dirlo, siamo la nazione più popolosa del mondo. In realtà siamo la maggioranza».
Come può esistere una nazione senza un territorio?
«Il territorio è solo il terreno su cui camminiamo, ma la “casa” è uno spazio che nasce nel modo in cui ci guardiamo gli uni gli altri. Se riusciamo a costruire un dizionario morale condiviso e la volontà di riconoscere il dolore dell’altro, allora i confini diventano irrilevanti. La nostra nazione non è tracciata sulle mappe: è tracciata nella nostra ostinazione a restare umani».
È possibile comunicare i sentimenti più profondi in una lingua “straniera”?
Dico spesso che, se la lingua madre è una coperta calda, una lingua straniera è un’armatura. I sentimenti possono raffreddarsi dentro quell’armatura. Tuttavia, gioia e dolore operano su una frequenza che precede la grammatica. Se parli, la verità dell’umanità, la “stranierità” delle parole alla fine svanisce in un battito umano condiviso».
Nel corso del Novecento c’è stato il tentativo di creare una lingua comune europea: l’esperanto. Ma l’esito è stato infelice. Conosce quella storia?
«L’esperanto fu un’utopia calata dall’alto, un progetto di ingegneria linguistica. Fallì perché una lingua ha bisogno di qualcosa di più di una grammatica perfetta: ha bisogno di ferite condivise, storia e sogni per respirare. La mia ricerca non è quella di una lingua inventata, ma di quella comprensione silenziosa che già esiste tra “stranieri” in tutto il mondo».
Come si sente: un’esiliata, un’espatriata o qualcuno senza patria?
«Mi sento “unhomed”, una senza casa. È uno stato più profondo dell’esilio. Non è solo un luogo che ti viene tolto; è che perdi la capacità di appartenervi. Per questo dico che dobbiamo fare delle persone la nostra casa. Solo così possiamo resistere alla sensazione di non avere casa in questo mondo».
Esiste una differenza tra “stranieri” uomini e donne?
«La resilienza spesso ha un volto femminile. Per secoli le donne hanno dovuto muoversi in mondi che non erano costruiti per loro, diventando “straniere naturali”. Questa marginalizzazione storica ha donato alle donne una forza particolare: la capacità di adattarsi e sopravvivere senza perdere la capacità di restare umane. Credo che il mondo avrà presto bisogno di questa saggezza femminile».
Chi vincerà tra lei ed Erdogan?
«Lui ha l’apparato dello Stato, il potere della paura e il controllo del presente. Io ho solo le parole e la forza morale della ragione. Tuttavia il potere è temporaneo, mentre la verità è persistente. Lui può controllare l’"adesso”, ma la lunga partita della storia appartiene a chi difende la dignità umana. Io scelgo di crederlo».
Perché, come racconta il degrado civile delle società contemporanee, i valori democratici non suscitano più entusiasmo?
«Perché la democrazia è stata svuotata. Quando è stata separata dalla giustizia sociale, è diventata un meccanismo freddo incapace di proteggere i più vulnerabili dalla crudeltà del mercato. Le persone hanno smesso di credere nella democrazia non perché odiano la libertà, ma perché la versione “liberale” di essa ha smesso di offrire loro una vita dignitosa».
I libri possono cambiare una vita? Quale libro ha cambiato la sua?
«I libri non cambiano soltanto le vite; forniscono l’impalcatura delle nostre anime. È difficile sceglierne uno, ma torno spesso a quelli che mi ricordano la nostra responsabilità collettiva. Un libro ti cambia nel momento in cui ti fa capire che non sei solo nella tua “estraneità”. Il primo che mi viene in mente è Zorba il greco, di Nikos Kazantzakis, che lessi quando avevo 15 anni».
I libri possono cambiare la storia?
«I libri non cambiano la storia dall’oggi al domani, ma scavano il letto del fiume in cui l’acqua del cambiamento finirà per scorrere. Affilano la nostra coscienza, e una coscienza affilata è l’arma più pericolosa per qualunque tiranno».
Che effetto pensa possa avere questo libro sui lettori?
«Spero che funzioni come un invito silenzioso a smettere di vergognarsi della propria alienazione. Vorrei che capissero che la loro “estraneità” è in realtà il loro strumento più potente di connessione. Se un lettore si sente meno solo dopo l’ultima pagina, allora il libro ha fatto il suo lavoro. Credo sia necessario costruire nuovi legami, non esaltando le nostre differenze ma mettendo in luce le nostre affinità».