Domenicale, 22 marzo 2026
La Germania e i conti con il «dopo»
Dopo molti anni, torna in libreria Discorso alla gioventù tedesca. Una prima volta era accaduto nel 1954 per le edizioni Gallo di Genova, poi nel 1965 con le edizioni Ave di Roma.
In entrambi i casi l’iniziativa editoriale alludeva al senso profondo del discorso di Ernst Wiechert. L’allusione era a un verso del Vangelo di Marco (cap. 14, v. 72, laddove si legge: «E subito, per la seconda volta, un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola che Gesù gli aveva detto: “Prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai”»).
Il tema della riflessione di Wiechert, infatti, come si legge nella seconda di copertina di questa nuova edizione, è il testo del discorso che tiene in un teatro di Monaco di Baviera l’11 novembre 1945 alle soglie di un inverno che obbliga a prendere la misura più che del freddo meteorologico, del senso di desolazione con cui la Germania si trova a fare i conti «dopo» (un’immagine che Bertolt Brecht, nel suo Il Pioppo della Karlsplatz, rilancerà poche settimane dopo il discorso di Wiechert).
In quel teatro l’autore si trova a parlare a quel che resta della Germania sopravvissuta alla guerra. Un pubblico “smarrito” fatto di ex membri della Gioventù hitleriana, soldati di ritorno dai campi di battaglia, cittadini e rifugiati sopravvissuti ai bombardamenti, vedove di guerra, oppositori e fiancheggiatori del nazismo.
Ernst Wiechert guarda il suo popolo disfatto e stordito, cogliendone lo smarrimento, la crisi spirituale che lo portò ad abbracciare la barbarie nazista e che adesso, dopo il crollo del regime, lo privava dei punti di riferimento, svelandone gli atroci crimini perpetrati ai danni della dignità umana.
«Avevamo una patria, che si chiamava Germania», questo l’inizio del discorso che suona come un impietoso esame di coscienza, come una resa dei conti con l’orrore che per dodici anni aveva sprofondato nell’ombra l’anima tedesca.
Come ci ha proposto di riflettere Zygmunt Bauman nel suo Modernità e olocausto, il problema non è solo prendere la misura di ciò che è già accaduto e che con difficoltà e spesso con deliberazione si era rifiutato di vedere, ma intraprendere un percorso di confronto serrato con ciò che rimane attaccato addosso e da cui dimettersi risulta, prima ancora che imbarazzante, difficile e complicato.
Prendere la misura di quell’orrore significa capire come è iniziato. Il ritorno dalla Prima guerra mondiale trenta anni prima, dice Wiechert, era stato un momento al bivio: poteva essere l’occasione per fare grandi cose, per riscoprire l’umanità, dimettersi dal conservatorismo e dal fascino della nazione oppure deliberare per un percorso di odio [p. 12]. E conclude: «Nessuno può dire di essersi perso quell’attimo» [p. 15]. Quella trasformazione è un crescendo di oggetti, simboli, gesti fatti: inni, parole, grida, atti di violenza, forma di saluto. «questo fu l’inizio, cui tutti assistemmo. Ciascuno di noi» [p. 18].
Da qui Wiechert apre un secondo capitolo dedicato agli anni del regime. L’esordio è l’incendio del Reichstag, poi la lenta chiusura della comunità da cui si salvano in pochi. «Tra loro – dice – tanti provenivano dall’ambiente della Chiesa» (qui, anche se non detto, il riferimento più evidente è a al gruppo della Rosa bianca e a Dietrich Bonhoeffer che già all’inizio della sua scelta antinazista nel 1933 si ispira al salmo 119, laddove si legge: «I potenti mi perseguitano senza motivo, ma il mio cuore teme le tue parole», per dare un voto alla sua scelta di opposizione al regime nazista).
In contrasto Wiechert sottolinea la scelta della maggioranza di sostenere la guerra «senza chiedersi se fosse giusto». Per questo a guerra finita non ha valore dismettersi o «prendere le distanze» «Rimanemmo a guardare. Sapevamo tutto», ricorda Wiechert [p. 49].
Ricominciare, dunque, riprendendo in mano una nuova voglia di comunità è l’unica possibilità per consentire di pensare futuro prendendosi la responsabilità. Il futuro non è una ricetta o un prodotto «prêt à porter», e infatti Wiechert si guarda bene dal vendere una soluzione preconfezionata o consolatoria, ma qualcosa che si fa con le scelte, con la passione, avendo la forza, anche successivamente alla sconfitta, di non guardare sconsolati la propria condizione, ma la voglia di fare futuro con altri.Un modo non solo di assumersi la responsabilità del passato ma di non raccontarsi, dopo, di esser già redenti, essendosi semplicemente lasciati alle spalle quel passato.
Ha scritto molti anni fa Goffredo Fofi che le domande inquiete di Wiechert in questa assunzione di responsabilità nel guardarsi indietro forse sono ciò che trapassa in eredità a Heinrich Böll: la giustizia per le vittime; contemporaneamente il recupero degli agnostici e dei fanatici; l’indispensabile quiete dopo la furia; la difficile serenità dei sopravvissuti. Un invito anche per noi, oggi.