Avvenire, 22 marzo 2026
Milei vola alla corte di Orbán per silenziare i “guai” interni
Con camminata spavalda e petto gonfio Javier Milei e Viktor Orbán rafforzano il loro asse a Budapest, a margine del vertice ultraconservatore della Cpac, Conservative political action Conference, che si tiene in Ungheria. Presente anche Karina Milei, sorella di Javier e segretaria della Presidenza argentina. Per il leader magiaro l’omologo argentino ha reso Buenos Aires un «avamposto delle Forze di destra», dimostrando che la «chiave del successo» è il «buon senso», anziché la «follia progressista».
Durante il soggiorno ungherese Milei incontra anche il presidente ungherese Tamás Sulyok e riceve una laurea Honoris causa dall’Università Ludovica di Budapest. Non manca il mantra sull’immigrazione, che «diventa invasione» quando non si «adatta alle regole» del Paese di accoglienza. La famiglia conservatrice è quasi al completo a Budapest, con Santiago Abascal (Vox, Spagna) che dirige i lavori e Donald Trump che interviene da remoto. Nei giorni scorsi Milei ha preso parte anche al Foro economico di Madrid, dov’è stato il principale oratore.
«Ma chi li paga questi viaggi?», chiedono tredici deputati argentini, che hanno chiesto un bilancio sulle spese folli del leader ultraliberista nelle ultime trasferte, costate circa 500mila dollari. «Non si tratta di viaggi ufficiali», perché la politica estera «deve rispondere a interessi nazionali» e non ad «appelli ideologici», denuncia il parlamentare Nicolás Trotta, di Unión por la Patria. «Se sono stati pagati dallo Stato si tratta di fondi illegali per un’attività partitica e se invece lo hanno fatto gli organizzatori si parla di pagamenti illeciti», aggiunge. Ma il dissenso interno non basta a spegnere la «battaglia culturale» di Milei in politica estera.
Già a inizio marzo il leader della Casa rosada si era autoinvitato alla guerra contro l’Iran, valutando possibili «forme di sostegno» alla coalizione Usa-Israele. In seguito fonti governative sono corse ai ripari, smentendo l’eventuale coinvolgimento di soldati argentini in Medioriente confessando: «Non abbiamo nulla da inviare». Milei però continua a schierarsi, almeno a parole, con l’asse Trump-Netanyahu e parla in prima persona al plurale: «Vinceremo».
Il suo attivismo non è passato inosservato al Tehran Times, che parla di una «linea rossa» varcata dal presidente argentino. In risposta Buenos Aires ha rafforzato i dispositivi di sorveglianza a tutela di luoghi strategici, sinagoghe e sedi diplomatiche- consolari di Tel Aviv. Il Paese ospita la più grande comunità ebraica dell’America Latina, circa 250mila membri, colpita già in passato dagli attentati contro l’ambasciata di Tel Aviv a Buenos Aires (1992) e contro l’Asociación mutual israelita argentina (1994). Secondo fonti delle opposizioni argentine Milei fa un uso strumentale delle crisi internazionali per evitare di affrontare i dossier che lo attendono a Buenos Aires. È il caso dello scandalo «$Libra», criptovaluta con la quale sono stati truffati almeno 50mila investitori e che sarebbe stata promossa dallo stesso Milei per una somma complessiva di 5 milioni di dollari. L’accordo – che coinvolge anche il capo di Gabinetto Manuel Adorni e Karina Milei – è stato individuato durante una perizia eseguita sullo smartphone del lobbista Mauricio Novelli, mediatore nella trattativa. C’è una Commissione di inchiesta parlamentare che chiede conto sulla vicenda, ma Milei sembra più impegnato altrove. Persino nel voler concedere la grazia a centinaia di militari condannati per crimini di lesa umanità, il prossimo 24 marzo, quando ricorrono 50 anni del Golpe del 1976. L’Onu è contraria e sostiene che, nell’era Milei, il Paese regredisca in termini di «memoria», «verità» e «giustizia».