Il Messaggero, 23 marzo 2026
Intervista a Donato Carrisi
Donato Carrisi, come nasce la passione per il crimine?
«Per caso. Mi sono iscritto a un corso di criminologia e scienze del comportamento per prolungare gli studi di legge e rimandare la disoccupazione. La passione mi è venuta lavorando alla tesi su Luigi Chiatti, il “mostro” di Foligno. Aveva evidentemente un disturbo narcisistico della personalità: quasi si vantava di aver ucciso quei bambini. Tornavo a casa con questo dubbio: ma perché mi interessa tanto quello che racconta?».
Che risposta si è dato?
«Chiatti parlava di tutto fuorché di una cosa: della sua infanzia. Era stato abbandonato dalla madre e aveva peregrinato tra vari istituti e case famiglia. I genitori adottivi erano inadatti a prendersi cura di un bambino problematico. La parte della sua infanzia è stata ricostruita grazie alle testimonianze portate dalla difesa: è emerso un vissuto di violenze e di abusi. E questo aspetto mi induceva a un sentimento di compassione, creando un cortocircuito con l’orrore».
Come ha risolto questa contraddizione?
«Vorremmo dividere l’umanità in buoni e cattivi, bianchi o neri: ma è impossibile. Ho capito che quello che mi interessava davvero era indagare la natura umana».
Attraverso la scrittura.
«In maniera accidentale. Sono un narratore, non uno scrittore. Chiedimi di raccontarti una storia: è quello che faccio. A teatro, nel cinema, con i libri. E lo faccio dall’infanzia, questo istinto ce l’ho sempre avuto».
Ha influito il fatto che entrambi i suoi genitori fossero insegnanti?
«In parte sì. Nel senso che è stata mia madre, in qualche modo, a nutrire questa mia necessità: insegnava lettere. Papà, che era docente di arte, mi ha assecondato allestendo le scenografie dei miei spettacoli. Ma erano terrorizzati dall’idea che volessi fare qualcosa che non apparteneva al loro mondo».
Lei ha dichiarato che le sue paure sono una forma di ispirazione.
«Mi ha spaventato il post Covid: la gente è ancora dentro il lockdown e non se ne rende conto. Per essere liberi non è sufficiente andare al ristorante, uscire di casa o non dover utilizzare il green pass. Sei anni fa abbiamo rinunciato alla nostra libertà per una necessità sanitaria, adesso è per scelta».
Da cosa dipende?
«Dal fatto che siamo asserviti. Vediamo quello che sta succedendo negli Stati Uniti: il tifo sfegatato per Trump, anche se persegue i propri interessi. È una forma di fanatismo che non si era mai vista nella storia se non prima delle grandi guerre. E questo è molto pericoloso».
Siamo assuefatti al male?
«C’è una discussione voyeuristica sul male, ne subiamo l’attrazione. E ne parliamo in maniera più consapevole, perché lo conosciamo meglio. Ma ancora non abbiamo cognizione di quello che accade realmente dentro le case. Quando viene uccisa una donna fa clamore, sono delitti brutali. Però nessuno parla della violenza tra le mura domestiche. I veri aguzzini, i più spietati, sono coloro che tendono a piegare la volontà altrui. Ho trattato spesso la violenza di genere, chiedendo a mia moglie o alle mie ex fidanzate: “Avete mai avuto l’impressione che il vostro partner potesse superare il limite?”. E tutte mi hanno risposto: sì. Nessuna esclusa».
Il romanzo a cui è più legato?
«Forse “Il suggeritore”, perché è stato il primo. In realtà non mi affeziono troppo alle storie».
Quello che ha avuto più difficoltà a scrivere?
«Il secondo. Perché un esordiente di successo non è ancora uno scrittore. Si diventa scrittori al secondo romanzo, si diventa registi al secondo film. Tanti spariscono».
Non lei. Come c’è riuscito?
«Lo studio, la dedizione, la cura per i dettagli. Ci sono scrittori che scrivono sempre lo stesso romanzo. Perché? Io ho bisogno di sfidare i lettori. Potrei vivere di rendita, ma non mi interessa: ogni volta è una lotta. L’ultimo, per esempio, è un libro da pazzi: una doppia copertina con un alter ego. Questo ha generato discussioni incredibili: chi l’ha amato, chi l’ha odiato. Però se ne è parlato, e per me è vitale che un libro incida nell’esistenza delle persone. Altrimenti è solo un soprammobile».
In Italia si legge poco.
«Non sono d’accordo. È vero che il numero di lettori non è alto. La Francia, per esempio, ne ha molti di più. Ma i nostri lettori hanno una capacità superiore di metabolizzare ciò che leggono. Il problema sono le storie. Trovo che ci sia un appiattimento generale».
Come lo spiega?
«In questo momento gli esordienti fanno molta fatica. Rappresentano un costo e non sempre vengono assecondati dagli editori».
Lei ha due figli: che rapporto hanno con la sua professione?
«Beh, sono ancora piccoli: uno ha 11 anni, l’altro 5. Però traggo spesso spunto dalle storie della buonanotte. Mio figlio maggiore se ne inventava di inquietanti. Mi sono sempre domandato: ma questo come fa a dormire? Nella sua stanzetta indicava un peluche, continuando a dire: “Ella, ella, ella”. Poi un giorno la signora delle pulizie ha spostato il peluche ma lui insisteva: “Ella, ella”. Da lì è nata “La casa delle luci”, la storia della bambina con l’amico immaginario. I bambini vedono cose che noi non vediamo».
Che rapporto ha con le donne?
«Le adoro tutte. Ho avuto la fortuna di essere sempre lasciato. Ma ho conservato buoni rapporti con le mie ex. Ci tengo molto».
Perché la scaricano?
«Non lo so: ognuna ha i suoi motivi. Sono convinto che il sentimento che ha unito i miei genitori per tutta la vita sia qualcosa di straordinario, ma anche estremamente palloso. Quando senti notizie del genere: “Si sono amati per 40 anni e sono morti a distanza di pochi minuti”, che fa la gente? Li invidia, vero? Io invece mi dico: che noia!».
A proposito di storie che non finiscono mai, cosa pensa del caso Garlasco?
«Penso che siamo attratti più dalla novità che dalla verità. Per cui a nessuno frega niente del fatto che Stasi possa essere innocente. Francamente non capisco a cosa porterà la riapertura delle indagini. Lo trovo uno spreco di risorse, perché non credo che dopo tanti anni ci possano essere prove ancora vivide, a meno che qualcuno non confessi. E forse questa era la speranza dei magistrati».
Però il cold case è diventato un genere.
«I casi di cronaca hanno sempre creato un indotto. Si fa carriera sulla pelle degli accusati. L’accanimento che c’è stato nei confronti di Raffaele Sollecito e Amanda Knox è assurdo: hanno rovinato la vita di due ragazzi. La loro unica colpa era essersi dati un bacio fuori dalla casa del crimine. Oppure Rosa e Olindo: come si fa a riaprire un caso del genere? Quando vado in giro e chiedo di loro, tutti li conoscono, mentre pochissimi ricordano il nome del bambino che hanno sgozzato. Siamo attratti dai mostri, non dalle vittime».
E lei da quali fatti di cronaca è attratto?
«Dai casi di omicidio-suicidio tra persone anziane, che spesso vengono classificati in maniera sbrigativa come femminicidi. Magari c’è una storia di sofferenza, l’impossibilità di trovare assistenza, forse sono tutti e due malati. E il marito prende l’iniziativa, concordata o meno. Questo tipo di solitudine mi spaventa molto. La verità è che viviamo in un mondo strano, dove si fanno battaglie per fesserie enormi, quando invece dovremmo ribellarci per cose più serie. Ad esempio: il fatto che gli anziani siano abbandonati a se stessi».
C’è un’altra forma di violenza, quella giovanile, in crescita.
«Un allarme serio lo vedo a Milano, dove questi giovani della periferia, di solito magrebini di seconda generazione, fanno le loro “calate” in centro. I famosi maranza. Lì c’è un problema di fondo. I padri vanno a spezzarsi la schiena, le madri rimangono in casa. I padri hanno imparato l’italiano, le madri no: parlano ancora arabo. I figli rifiutano di parlare la lingua d’origine e le madri non possono comunicare con i figli. Per questo le associazioni di volontariato insegnano l’italiano alle madri e l’arabo ai figli, per ricreare un contatto educativo. Una soluzione più semplice ed economica che rispedirli a casa loro».
Ha in mente un altro film?
«Sì, vorrei tornare sul set, ma alle mie condizioni».
Quali sarebbero?
«Questo è un momento strano per il cinema italiano, di grande difficoltà. C’è un’industria che rischia di morire. E a cui andranno pochi spiccioli sotto forma di tax credit, più o meno il fatturato di un’azienda di medie dimensioni del Veneto. Bisognerebbe ricominciare dalle storie, dagli autori. Mi chiedo perché Il Gladiatore l’abbia fatto un regista inglese con una produzione americana. Noi continuiamo a raccontare il falso neorealismo: la periferia, la povertà. Bisognerebbe cominciare a pensare in grande, esportare personaggi all’estero. Come fanno gli inglesi e i francesi».
È vero che con “Il suggeritore” ha salvato la casa editrice francese che lo ha pubblicato?
«Sì, gli ultimi soldi che avevano in cassa li hanno investiti per acquistare i diritti. Il libro partì alla grande. Dopo tre mesi andai in Francia, avevano organizzato una cena. E la direttrice editoriale a tavola piangeva ringraziandomi. Tutte le volte che li vado a trovare, chiedo: “Dov’è la mia statua?"».
Chi sono i suoi lettori?
«La gran parte sono giovani: il mio pubblico non è invecchiato con me. Vengono e mi raccontano che un mio libro li ha aiutati in un momento particolare della loro vita, qualcuno si commuove. E io vorrei dirgli: “Guarda che non è dipeso da me”. Questo talento è un dono che mi arriva dall’universo. Io mi sento un tramite, non sono uno che pensa “caspita, quanto è bravo Carrisi, riesce a entrare nella testa delle persone"».
Quanto tempo ci mette a finire un romanzo?
«Intorno ai due anni, tra preparazione e scrittura. C’è un team che si occupa delle ricerche. E poi il libro viene letto e riletto: passa attraverso un’infinità di revisioni. L’idea dello scrittore che si mette lì e scrive da solo è un’idiozia. Lo scrittore che cesella le frasi. Io quando una frase è troppo bella, la taglio. Non serve a niente, fa parte della vanità dell’autore».
Accetta sempre di cambiare?
«Beh, se c’è da combattere, combatto. Però non sono permaloso. Quando ho scritto “La casa delle voci”, che è stato il libro della svolta, perché cambiavo totalmente genere, ho corso un rischio mostruoso. Il romanzo funzionava, salvo il finale. Vengo convocato in Longanesi e mi dicono: “Donato, il finale non va, non funziona”. E io allora lo cambio, ne scrivo uno decisamente migliore. Con l’editore, Stefano Mauri, c’è un rapporto quasi di mecenatismo. Mi sento protetto e so che cosa aspettarmi. In questo momento potrei andare ovunque, ma resterò con loro».