il Fatto Quotidiano, 23 marzo 2026
L’inerzia del Governo sull’idroelettrico
Che il problema esista è cosa nota a Giorgia Meloni, perché ne ha parlato: durante l’ennesima, pesante crisi energetica, l’idroelettrico rappresenta una straordinaria fonte di energia – rinnovabile e programmabile – per l’Italia, ma produce meno di quanto potrebbe perché gli investimenti nel settore sono fermi. Perché? Semplice: le concessioni sulle grandi derivazioni (tutte ultradecennali) sono scadute o scadranno entro pochi anni e le imprese del settore sono ferme in attesa – un’attesa che dura dal 2024 – che il governo della stessa Meloni spieghi cosa intende fare con quelle benedette concessioni.
La premier lo sa, ma anche nel suo ultimo intervento sul tema, l’11 marzo in Parlamento, ha preferito fare il riassunto delle puntate precedenti invece di indicare una soluzione: “Sull’idroelettrico ci sono dei vincoli posti dal Pnrr sul tema delle gare. A mio avviso con scelte che sono discutibili, la più discutibile delle quali, rispetto alle gare, è il fatto di assegnare questi impianti, che ricordo essere gli unici impianti di un’energia sovrana e costante che abbiamo, per concessioni di cinque anni. Se noi facciamo concessioni di 5 anni rischiamo che nessuno faccia mai gli investimenti e noi abbiamo dei problemi sugli investimenti”. Una cosa che avrebbe potuto dire senza cambiare una parola nel 2023 e infatti l’aveva fatto…
Breve riassunto delle puntate precedenti. Il governo Draghi ha infilato l’obbligo di messa a gara delle concessioni idroelettriche tra le riforme abilitanti del Pnrr, previsione poi realizzata nella Legge sulla Concorrenza 2021, che stabiliva tre modi per l’assegnazione: la gara, il partenariato pubblico-privato o società miste pubblico-private. Nessuna di queste soluzioni, legittimamente, piace al governo né a quasi tutti i partiti, anche se l’Antitrust continua a chiederne l’applicazione: in Europa sull’idroelettrico non c’è reciprocità (la Francia in estate s’è accordata con l’Ue per non fare le gare), le concessioni sono troppo brevi e molti temono la gestione “straniera” di infrastrutture strategiche (va detto, però, che uno dei principali player in Italia è la francese Edison…).
Come che sia, mentre le Regioni provavano a muoversi, finendo seppellite dai ricorsi, all’inizio del 2024 prese corpo la cosiddetta “quarta via”: un rinnovo delle concessioni in essere in cambio di un aumento dei canoni pagati alle Regioni e di più investimenti. Bene, solo che da due anni la “quarta via” vive solo come chiacchiera o sotto forma di emendamenti parlamentari che il governo fa ritirare (da ultimo nel decreto Bollette): sul punto l’esecutivo – e segnatamente i ministri Foti e Pichetto Fratin – dovrebbero trovare un accordo con la Commissione Ue che ancora non c’è. E d’altra parte la cosa è imbarazzante: la messa a gara delle concessioni idroelettriche ce l’hanno già pagata come target nella terza rata del Pnrr…
L’effetto, come detto, è lo stallo: le concessionarie (Enel, Edison, A2a e Iren le maggiori) continuano a fare grandi utili sull’idroelettrico, specie coi prezzi alle stelle, ma gli investimenti sono fermi e la produzione nel 2025 è scesa di oltre il 20% sul 2024. Tutti sono in attesa di capire che ne sarà del settore (circa un quinto delle concessioni è già scaduto, entro il 2029 lo sarà l’82%). Il problema non è tanto la capacità potenziale installata, che raggiunge gli obiettivi fissati, ma la manutenzione e il miglioramento dell’efficienza dei vecchi o vecchissimi impianti esistenti, quasi cinquemila tra piccole e grandi derivazioni, che valgono il 13,3% dell’elettricità consumata in Italia persino in un anno orribile come il 2025: secondo una stima delle aziende del settore, in soldi servono circa 15 miliardi. Sembrano tanti, ma non lo sono per un’industria che – secondo i dati dell’Autorità sulla concorrenza – registra un margine lordo compreso tra il 50 e l’80% dei ricavi, roba da Google, che il Tribunale superiore delle acque ha stigmatizzato in una recente causa parlando di “rendita di posizione” delle aziende elettriche grazie a concessioni lunghissime su impianti già ammortizzati da decenni.
L’inerzia del governo non fa che prolungare una situazione insensata: le Regioni, proprietarie delle grandi derivazioni, ormai non s’azzardano più a muoversi (la Lombardia ha messo a gara due concessioni tra le meno rilevanti) e molti nei territori iniziano a pensare che nessuna decisione verrà presa finché all’Italia non sia stata pagata anche l’ultima rata del Pnrr. Solo nel 2027, incassato tutto, il confronto con la Commissione entrerà nel vivo: intanto possiamo strapagare il gas all’Algeria o a chi per lei.