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 2026  marzo 23 Lunedì calendario

La guerra contro l’Iran sta spaccando pure i democratici Usa

A tre settimane dai primi attacchi israelo-statunitensi contro l’Iran, il conflitto è sempre più impopolare negli Stati Uniti, anche all’interno del movimento Maga, la base elettorale del presidente Donald Trump. Con le elezioni di metà mandato di novembre alle porte, il partito repubblicano guarda con crescente preoccupazione alle possibili ricadute politiche della guerra in Medio Oriente, mentre gli effetti economici iniziano a pesare sui bilanci delle famiglie. Nel 2024, il candidato Trump aveva promesso, in campagna elettorale, di chiudere definitivamente la stagione delle guerre e di ridurre il costo dell’energia. Invece sta accadendo esattamente il contrario. Stando al sito Axios, la Casa Bianca starebbe valutando il dispiegamento di truppe a terra per prendere il controllo del deposito petrolifero strategico situato sull’isola di Kharg, a una trentina di chilometri dalle coste iraniane. Si ipotizza anche l’invio di forze d’élite per una missione finalizzata al recupero dell’uranio arricchito sepolto sotto le macerie. In questo contesto, si potrebbe immaginare che, due anni dopo la sconfitta della sua candidata alla Casa Bianca, Kamala Harris, l’opposizione democratica tragga vantaggi dagli errori commessi dall’amministrazione Trump. Paradossalmente, invece, i democratici stanno accentuando le divisioni interne. Nel 2004, ricorda Jack Roush, dottorando in storia internazionale alla London School of Economics, le ambiguità del candidato democratico John Kerry sulla guerra in Iraq erano costate care ai democratici: Kerry venne sconfitto dal presidente uscente George W. Bush.
Il cambio di strategia, con una posizione molto più convincente contro l’impegno militare di Bush in Iraq, si rivelò vincente alle elezioni di metà mandato del 2006 e alle presidenziali del 2008, con l’elezione di Barack Obama. “Queste esperienze dovrebbero insegnare che chiarezza e coerenza sono essenziali nel dibattito sulla politica estera”, osserva Jack Roush. Eppure, sin dall’inizio dei raid aerei, a fine febbraio, i democratici non sono riusciti a formulare un messaggio di condanna chiaro, concentrando le loro critiche sui soli aspetti procedurali, rimproverando in primo luogo alla Casa Bianca di non aver chiesto l’autorizzazione del Congresso. Hanno anche insistito perché venisse votata una risoluzione sui war powers, i poteri di guerra del presidente, nel tentativo di limitarne il margine d’azione. Una battaglia simbolica, dal momento che i democratici non hanno i numeri per contrastare un eventuale veto presidenziale. “In realtà, sulla politica estera non c’è molta differenza tra democratici centristi e repubblicani – osserva Tristan Cabello, docente alla Johns Hopkins University -. È qui che si scava la frattura con l’ala sinistra del partito democratico e con i Democratic Socialists of America che ovviamente hanno una visione anti-imperialista”. Questa mancanza di chiarezza si manifesta inoltre in un momento in cui il sostegno incondizionato a Israele si sta progressivamente erodendo, anche all’interno dello stesso partito democratico. Nelle recenti primarie democratiche in vista delle elezioni di metà mandato, i candidati di una sinistra di rottura, impegnati nella denuncia della situazione a Gaza e contrari ai finanziamenti della lobby filo-israeliana American Israel Public Affairs Committee (Aipac), hanno ottenuto risultati significativi. In alcuni casi, sono stati eletti. Tra questi, Analilia Mejia, già direttrice della campagna elettorale di Bernie Sanders per le presidenziali del 2020, eletta in un collegio del New Jersey dopo aver definito “genocidio” l’operazione militare israeliana a Gaza. “Analilia Mejia ha vinto portando avanti una campagna pro-Gaza e anti-ICE: un successo che nessuno si aspettava”, osserva Tristan Cabello. Per contrastare l’elezione di Mejia, l’Aipac aveva comunque investito 2 milioni di dollari. In Illinois, dove il 17 marzo si sono svolte diverse primarie, la lobby filo-israeliana ha investito almeno 20 milioni di dollari.
Ma dopo la sconfitta in New Jersey, l’Aipac ha modificato la sua strategia, agendo attraverso i Political Action Committees (PAC), che non dichiarano apertamente la propria vicinanza alla lobby filo-israeliana. Qui i PAC sono riusciti a barrare la strada a Kat Abughazaleh, attivista palestinese-americana di 26 anni, ex giornalista di Media Matters for America, battuta, anche se di poco, da Daniel Biss, sindaco di Evanston, nella periferia di Chicago, ebreo e nipote di sopravvissuti alla Shoah. Sono “molto orgoglioso” del modo in cui i candidati democratici “hanno gestito la questione israelo-palestinese”, ha detto Biss dopo la vittoria. “Israele rappresentò un rifugio per i miei nonni, sopravvissuti all’Olocausto, e mia madre, che nel 1948 aveva due anni – ha dichiarato -. Ma l’oppressione del popolo palestinese costituisce una macchia inaccettabile sul mondo e sul popolo ebraico: deve cessare”.
Dopo la guerra a Gaza, il conflitto in Iran riporta così la questione israelo-palestinese al centro del dibattito elettorale. Secondo Axios, il “rapporto di autopsia” commissionato dal partito dopo la pesante sconfitta di Kamala Harris ha concluso che la posizione dell’amministrazione Biden su Gaza le è costata molto alle urne. Ma i vertici del Comitato nazionale democratico hanno scelto di non renderlo pubblico. In Illinois, ha vinto una soluzione di equilibrio tra progressisti e moderati. Ma se in questo Stato del Midwest le primarie non hanno fatto emergere “la figura più dirompente”, in complesso, osserva Tristan Cabello su Substack, queste candidature stanno crescendo. A inizio marzo si è imposto in Texas l’ex seminarista James Talarico, davanti alla candidata favorita dall’establishment democratico, Jasmine Crockett. “Sono i profili della sinistra progressista interna al partito democratico a prevalere – aggiunge Cabello -. La dinamica è chiara: una sinistra di rottura cresce nell’elettorato, ma si scontra con strutture pensate per contenerla”. Una tensione interna alimentata anche dalle divergenze sulla politica estera. Le prossime primarie in California offrono un nuovo banco di prova per misurarne gli effetti.