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 2026  marzo 23 Lunedì calendario

Casa Pavese

La casa natale di Cesare Pavese, a Santo Stefano Belbo (Cuneo), è un bel casolare chiaro, imponente, affacciato sulla strada che porta a Canelli appena fuori dal paese. È spazioso, perché la famiglia era abbiente. Al piano terra si allarga una grande sala, mentre di sopra ci sono le stanze da letto. Al momento non è agibile, ma il Comune l’ha appena acquistata, dopo che per venticinque anni l’ha affittata dai proprietari privati. È una bella notizia perché, come dice la sindaca Laura Capra, «significa riconoscere che le origini non sono un fatto privato, ma un bene condiviso». Se questo vale per tutti gli artisti, vale soprattutto per quelli che hanno fatto dell’ambientazione la cifra poetica e la prima condizione di possibilità dell’opera, fino a diventare un tutt’uno con i loro luoghi. Bassani e Ferrara, Fenoglio e Alba, Joyce e Dublino. Cesare Pavese e le Langhe. Anche se, in realtà, nelle Langhe lui ha vissuto pochissimo.
Pavese nasce a Santo Stefano Belbo nel 1908. La famiglia vive però a Torino, dove il padre lavora. La casa al paese è solo per la villeggiatura estiva, e Cesare ci trascorre le prime estati della sua infanzia: estati allegre, di fantasia e scoperta. È un periodo idilliaco che dura pochissimo. Nel 1914 il padre muore per untumore al cervello, e due anni dopo la casa viene venduta. Pavese ha otto anni, e da quel momento non avrà mai più una base a Santo Stefano: all’occorrenza dormirà all’albergo dell’Angelo, come Anguilla ne La luna e i falò, o a quello della stazione, dove ogni tanto si sente il fischio del treno. Eppure, nei suoi romanzi le Langhe sono ovunque. È una scelta viscerale, intimamente legata alla poetica pavesiana, alla sua ricerca di intellettuale e di scrittore, al suo sguardo sulla letteratura e (dunque) sulla verità, sull’intera esistenza umana. Per Pavese l’unica espressione possibile della vita è nell’infanzia, poi nella giovinezza. Nei luoghi dell’infanzia «accaddero cose che li han fatti unici e li trascelgono sul resto del mondo con questo suggello mitico», scrive ne Il mestiere di vivere. È l’età irripetibile e sorprendente in cui s’incontra il mondo per la prima volta, senza le categorie dell’abitudine e della stanchezza. È lì che si forma il simbolo – la luna, il falò, la collina – che poi diventa la misura conoscitiva per il resto dell’esistenza. E l’infanzia e la giovinezza, per Pavese, sono indiscutibilmente incarnate dalle Langhe. «La campagna è un paese di verdi misteri/al ragazzo che, viene d’estate»: solo in questa dimensione (quella del paese d’origine ovvero della giovinezza e della letteratura) può svolgersi l’incanto della vita – quella che, nella realtà, lui non vive; poiché Pavese è perennemente votato al lavoro, alla serietà, al sacrificio, al senso di colpa nei confronti della vita. Pierluigi Vaccaneo, direttore della Fondazione Pavese, nel suo bellissimo A Torino con Cesare Pavese scrive che «tra Pavese e la vita c’è un enorme iato», e riesce a colmarlo solo nella letteratura, attraverso i suoi personaggi. E poi riesce a colmarlo nella morte. Nell’ultima annotazione de Il mestiere di vivere, il 18 agosto del 1950, Pavese scrive: «Non parole. Un gesto. Non scriverò più». Decide di uscire dall’arte, di essere finalmente l’uomo e solo quello, nel momento iniziatico che ai suoi personaggi ha sempre concesso e a sé stesso negato. Una settimana dopo esce di casa dicendo alla sorella che va al mare. Invece si dirige all’albergo Roma, a Torino, e ingoia un’enorme quantità di sonniferi. Sul frontespizio dei Dialoghi con Leucò, sul suo comodino, scrive a matita il celebre messaggio di commiato: «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi».
La sua richiesta, però, non è stata ascoltata. Dice ancora Vaccaneo che non abbiamo mai davvero perdonato a Pavese di essersi ucciso, e i «pettegolezzi» sullo scrittore cupo, disperato e attratto dalla morte ci sono stati eccome, e hanno influenzato gran parte della critica a venire. Appena però cerchiamo di guardare oltre questa ombra e lasciamo parlare i suoi romanzi, come dovrebbe essere, eccolo brillare di luce e di vita. Una luce che filtra attraverso il tema forse più decisivo dei suoi romanzi, la giovinezza. Pochi scrittori come lui riescono a rendere la purezza, la scoperta (del corpo, del sesso), il desiderio, il vigore di quell’età di mezzo. E le paure, certo, e l’attrazione verso il rischio e il proibito, che sono la cifra più decisiva del crescere. Lorenzo Mondo ha definito Pavese «un antico ragazzo»: uno che anagraficamente è diventato adulto, ma che dentro è rimasto sospeso sulla soglia dell’adolescenza. Questa sospensione è la condizione della sua letteratura, e si traduce in un desiderio smisurato di vita, e le Langhe della sua infanzia rappresentano l’unico luogo dove quella vitalità è possibile. Pensiamo a Poli ne Il diavolo sulle colline, il romanzo della giovinezza per eccellenza. È giovane e ricco, e scapestrato, quasi una divinità per i suoi amici. Poli può tutto perché vive: segue i propri istinti, oltrepassa i limiti, fa esperienza. «Le vie strette che sbucavano nei campi da ogni parte, di giorno e di sera, erano i cancelli della vita e del mondo». Il paese è metafora e via del possibile.
Il ritorno definitivo al paese avviene con La luna e i falò, l’ultimo romanzo di Pavese. Anguilla arriva a Santo Stefano dopo anni in America e cerca le radici, la giovinezza. Non la trova perché tutto è cambiato, la guerra ha spezzato ogni continuità. Eppure, per Anguilla il paese resta l’imprescindibile origine dell’identità: «un paese ci vuole, se non altro per il gusto di andarsene via». E se il mito della giovinezza è stato distrutto resta un fondo di dolcezza, anche qui di amore. «Un paese vuol dire non essere mai soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo che anche quando non ci sei resta ad aspettarti».
La casa natale di Pavese, allora, cela questo fascino e questo senso. La visitiamo sapendo che non ha più nulla degli arredi originari e che lui ci ha vissuto pochissimo, è vero. Ma sempre cercando quella giovinezza del mondo che lui ci ha promesso in ogni pagina.