La Stampa, 23 marzo 2026
Il 50% degli italiani contro la missione a Hormuz. Il 44% chiede di comprare petrolio dalla Russia
Il Medio Oriente torna, ancora una volta, a essere il baricentro instabile del mondo. L’Europa si scopre nuovamente vulnerabile, non solo sul piano geopolitico, ma anche, e forse soprattutto, su quello economico e psicologico. La percezione del rischio terrorismo cresce, alimentata da un conflitto che, pur geograficamente distante, entra con forza nelle case degli italiani attraverso il rincaro dell’energia, dell’incertezza dei mercati e della sensazione diffusa di essere esposti a decisioni prese altrove. In questo contesto, anche le scelte politiche più recenti sembrano riflettere una linea di crescente cautela. Diversi Paesi europei, nel quadro dell’Unione europea e della Nato, stanno mostrando una chiara riluttanza ad ampliare il proprio coinvolgimento diretto in nuove missioni militari in Medio Oriente, preferendo invece un approccio prudente e orientato alla de-escalation. Una posizione che, pur non traducendosi in un disimpegno formale dalle alleanze, segnala la volontà di evitare un ulteriore allargamento del fronte operativo in un’area già altamente instabile.
I dati parlano chiaro: più di un italiano su due (53,6%) si oppone all’ipotesi di una missione internazionale nello Stretto di Hormuz, mentre una maggioranza ancora più ampia chiede il rientro dei militari attualmente dispiegati nell’area (58,1%). Non si tratta soltanto di un riflesso pacifista, ma di una reazione più profonda che coinvolge il rifiuto di essere trascinati in un’escalation percepita come estranea agli interessi diretti del Paese. A questo quadro si aggiunge anche una crescente tensione nel rapporto transatlantico.
Le recenti dichiarazioni di Donald Trump, critiche nei confronti delle Nazioni Unite e di diversi Paesi europei per il mancato sostegno a un possibile intervento militare in Iran, evidenziano l’emergere di divergenze nelle strategie di gestione della crisi. Tali differenze non implicano una rottura delle alleanze, tuttavia riflettono approcci distinti tra le due sponde dell’Atlantico: da un lato, una maggiore propensione statunitense a mantenere aperta l’opzione militare; dall’altro, un orientamento europeo più prudente e focalizzato sulla de-escalation. In questo contesto, la posizione dei Paesi europei si inserisce in un equilibrio sempre più complesso tra il rispetto degli impegni internazionali e la necessità di tenere conto delle sensibilità dell’opinione pubblica interna.
Questa dinamica contribuisce ad alimentare un contesto di incertezza, in cui le scelte di politica estera appaiono sempre più influenzate non solo dagli sviluppi sul terreno, ma anche dalla ridefinizione degli equilibri tra i principali attori internazionali. È soprattutto la paura di un coinvolgimento senza controllo, in un contesto dove le alleanze appaiono sempre più fluide e le decisioni sempre meno condivise. Questa prudenza istituzionale finisce così per rispecchiare – e al tempo stesso rafforzare – un sentimento già radicato nell’opinione pubblica di una distanza crescente tra le priorità dei cittadini e le dinamiche della sicurezza internazionale. Una distanza che, se non colmata, rischia di trasformarsi in sfiducia strutturale verso le istituzioni e le stesse architetture di difesa collettiva.
Nel frattempo, tuttavia, la guerra, seppur lontana si fa sentire ogni giorno. L’aumento dei prezzi non è più un’ipotesi, ma una realtà che incide sul quotidiano di famiglie e imprese, tornando con forza al centro del dibattito pubblico. Non a caso, anche le misure più recenti adottate dal governo italiano si muovono lungo una linea apertamente emergenziale: la proposta di una riduzione temporanea delle accise sui carburanti, limitata a qualche settimana, nasce con l’obiettivo di offrire un sollievo immediato alle famiglie più esposte al caro energia. A questa si affiancano interventi mirati per il settore dell’autotrasporto, con sgravi dedicati ai trasportatori, accompagnati da meccanismi di verifica per evitare distorsioni o abusi. È in questo clima che riemerge, quasi inevitabilmente, una domanda che fino a poco tempo fa sembrava archiviata e che riguarda la possibilità di riaprire al gas e al petrolio russi.
Il dato significativo è che il 43,9% dei cittadini italiani sarebbe disposto a riconsiderare questa opzione: il 54,3% tra gli elettori della maggioranza – con un picco del 62,5% della Lega – e il 37,2% tra le fila dei partiti delle opposizioni. Questo è sicuramente un segnale forte che non può essere liquidato come semplice opportunismo, perché appare piuttosto come il sintomo di una priorità percepita: la stabilità economica prima di tutto. Tuttavia, questa spinta si scontra con un quadro internazionale complesso, in cui la guerra in Ucraina continua a rappresentare una ferita aperta e un banco di prova per la coerenza dell’Occidente. Il rischio evidente è la possibilità di una progressiva erosione dei principi sotto la pressione delle necessità immediate.
Ciò che emerge con maggiore chiarezza è, in fondo, un senso diffuso di smarrimento. Il conflitto resta “lontano” nella percezione diretta, ma le sue conseguenze sono vicine, tangibili, quotidiane. Non si teme tanto la guerra in sé, quanto il suo impatto: bollette più care, instabilità economica, minacce alla sicurezza. È in questo scarto tra distanza geografica e prossimità degli effetti che si gioca gran parte del dibattito pubblico. La politica, nazionale ed europea, è chiamata a colmare questo divario. Non basta gestire l’emergenza: serve una visione capace di tenere insieme sicurezza, sostenibilità economica e credibilità internazionale. Perché se è comprensibile che i cittadini guardino prima al proprio benessere, è altrettanto vero che senza una strategia chiara il rischio è quello di navigare a vista, in un mondo sempre più turbolento. Resta dunque una domanda inevitabile, destinata a riaffiorare con crescente urgenza: fino a che punto siamo disposti a sacrificare i nostri principi pur di difendere la nostra stabilità? È una questione che riguarda ciascuno di noi e dalla quale non potremo sottrarci ancora a lungo.