La Stampa, 23 marzo 2026
Meloni evita il Cpac di Trump, a Dallas una delegazione
«I nostri avversari si augurano che il Presidente Donald Trump si allontani da noi. Ma conoscendolo come un leader forte ed efficace, scommetto che coloro che sperano nelle divisioni verranno smentiti». Un anno dopo, questo passaggio pronunciato da Giorgia Meloni in collegamento con il Cpac suona come un fermo immagine di un’altra stagione. Allora era la linea, oggi è una domanda aperta.
Perché nel frattempo è cambiato il clima, e non solo quello mediorientale. Già a marzo 2025, tra dazi e riflessi protezionisti della Casa Bianca, il tono della partecipazione italiana alla convention dei conservatori americani si era fatto più prudente. Ma è nelle ultime settimane che il rapporto tra Roma e Washington – o meglio, tra Palazzo Chigi e Mar-a-Lago – ha perso brillantezza. Non uno strappo, piuttosto una sequenza di segnali. Talvolta piccoli, ma coerenti.
L’ultimo è anche il più visibile: a Dallas, quest’anno, Meloni non ci sarà. Niente intervento, neppure da remoto. Solo la delegazione di Fratelli d’Italia: il segretario di Ecr Antonio Giordano, il capodelegazione a Bruxelles Carlo Fidanza e sette parlamentari. Presenza ordinaria, senza la cornice politica che negli anni scorsi aveva trasformato il passaggio meloniano in un segnale verso l’America trumpiana.
Dal quartier generale di via della Scrofa si prova a sgonfiare il caso: «Ci sono altre priorità per tutti». È la versione ufficiale, mentre quella reale si muove su un equilibrio più sottile. Perché se il mondo Maga archivierà l’assenza senza troppi traumi – in attesa del comizio finale di Trump di domenica – è in Italia che il dettaglio pesa di più. Anche per una coincidenza che coincidenza non è.
Oggi, con le urne ancora aperte, Matteo Salvini prende un’altra rotta. Vola a Budapest, invitato da Viktor Orbán, per la versione europea del Cpac Hungary. È lì che si raduna l’altra metà del campo: quella più identitaria, più spinta, più allineata con l’universo trumpiano. Il leader della Lega si ritaglia così una vetrina internazionale, a pochi giorni dal voto ungherese del 18 aprile, seduto accanto al vicepresidente americano JD Vance, al presidente argentino Javier Milei, alla tedesca Alice Weidel, allo spagnolo Santiago Abascal e alla francese Marine Le Pen.
Due immagini, a pochi giorni di distanza: Meloni assente a Dallas, Salvini in prima fila a Budapest. Non è solo una questione di agenda. I meloniani di European Conservatives and Reformists Party liquidano la questione come un fatto organizzativo: a rappresentare la famiglia europea ci sarà il presidente Mateusz Morawiecki. Fine. Ma è proprio questo sforzo di normalizzazione a raccontare il contrario. Perché il punto non è chi va, ma chi non va.
Sul tavolo c’è la tenuta di un asse che per mesi è stato rivendicato come strategico: quello tra Meloni e Trump, tra Roma e la galassia Maga. Un asse che oggi viene messo in discussione dagli stessi protagonisti di quel mondo. «Il no all’utilizzo della Nato per aiutare gli Stati Uniti a riaprire lo Stretto di Hormuz dimostra esattamente quello che sto dicendo da tempo, di fronte ad una narrazione mediatica totalmente falsa: Giorgia Meloni non è un ponte per l’America con l’establishment politico europeo», ha detto Steve Bannon la scorsa settimana. Parole che a Palazzo Chigi vengono registrate senza replica ufficiale, ma con una certa attenzione. Perché intercettano una percezione che si sta facendo strada anche nei circuiti diplomatici: quella di una relazione meno fluida, meno immediata.
È un riequilibrio, forse. O una necessità. Di certo è un cambio di passo rispetto alla narrazione dei mesi scorsi. E allora la domanda resta sospesa, tra Roma e Washington: quanto è ancora solido quel filo diretto che Meloni aveva costruito con Trump? E quanto invece sta diventando, giorno dopo giorno, un racconto da aggiornare.