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 2026  marzo 23 Lunedì calendario

Tutto sui proverbi

No Martini, no party, dicono al bel Clooney che si presenta a mani vuote a una festa, e certo era inimmaginabile che quel claim pubblicitario si sarebbe fissato nella testa di tutti quasi come un proverbio. Eppure è un meccanismo non infrequente, la lingua cambia anche così, spiega Paolo Rondinelli, docente di Filologia della letteratura italiana a Unipegaso, che ha analizzato in tre volumi per l’Accademia della Crusca, con pazienza certosina, l’opera completa dei proverbi e dei modi di dire raccolti tra Cinque e Seicento dal fiorentino Francesco Serdonati: 26.018 voci, un numero mostruoso, dalla A dove spunta Abbaiare alla luna alla Z che ci regala Zitella del vicinato ha ’l figlio preparato. È grazie a lui che ci leviamo qualche curiosità su questo mondo di parole e pensieri in cui siamo immersi.
Rondinelli, anche oggi in Italia circolano così tanti proverbi? «Al tempo di Serdonati si raccoglieva sotto la voce “proverbio” tutto ciò che era percepito come idiomatico. Oggigiorno il proverbio vero e proprio ha un giro di frase autonomo e chiuso, tipo “A caval donato non si guarda in bocca”: ci sono ritmo, cadenza, spesso rime e assonanze. Tutte costruzioni volte a facilitare la memorizzazione. Altra cosa invece sono i modi di dire, come “Tagliare la corda”. Tra aforismi e sentenze, il suo è uno zibaldone idiomatico. Ma anche oggi i numeri restano alti, si parla di circa 30 mila voci».
A che cosa si deve questa presenza massiccia nella lingua? «I proverbi ci accompagnano almeno dal terzo millennio a.C., quando i sumeri li incidevano in scrittura cuneiforme su tavolette d’argilla. Nascono dall’osservazione della realtà ed esprimono regole generali. Spesso hanno un valore normativo, di comportamento, si deve-non si deve. Non a caso le prime testimonianze egizie e sumeriche attestate sono insegnamenti per i figli, un segno della trasmissione generazionale della memoria».
Alcuni sono grevi, crudi, altri musicali e poetici.
«In Serdonati ci sono moltissime citazioni di Dante, Boccaccio (più di trecento) e Petrarca. Un percorso a due sensi. Da Dante discendono nella lingua popolare modi di dire e versi proverbiali: “Fatti non foste a viver come bruti…”, per dirne uno. Ma poi lui prende dal popolo “Trovar la Diana” che allude a una fatica inutile. “Una rondine non fa primavera” è arrivato fino a noi da Aristotele e in latino lo ritroviamo identico: Hirundo ver non facit. Qui le origini sono nobili e antiche. È un intreccio continuo alto-basso, di cultura popolare ed erudizione. Lo stesso Serdonati ha un occhio per la cultura alta e uno per quella popolare; è un sociolinguista ante litteram: ti dice che un certo detto appartiene ai lanaiuoli, o ai fattori del mercato vecchio, ci dà notizie del ceto sociale… Uno spaccato di vita». Ci sono zone più produttive di altre? «Tutta l’Italia è ricca di proverbi. Una tradizione che riflette la vivacità culturale. In Toscana, Serdonati fa riferimento a raccolte già esistenti, come quella di Leonardo Salviati, che concepisce il canone del vocabolario ed è considerato il fondatore della Crusca. Attivissime sono Sicilia e Sardegna». E quanti ne nascono di nuovi, se ne nascono? «Insieme a quelli che provengono da claim pubblicitari, ci sono proverbi, aforismi e modi di dire generati dal cinema. “Domani è un altro giorno”, da Via col vento. “Ho visto cose che voi umani...”, da Blade Runner. “Essere un tipo tutto chiacchiere e distintivo”, da Gli intoccabili. Un ambito di studio interessante è la variante diamesica, che analizza il modo in cui il proverbio muta a seconda del mezzo. Una voce tradizionale viene decontestualizzata e diventa uno slogan. “Chi prima arriva si gode lo shopping”, che vediamo nelle stazioni, non verrebbe colto se non conoscessimo “Chi tardi arriva male alloggia”».
Quanti ce ne lasciamo indietro?
«“I proverbi son farfalle: alcune si pigliano altre scappano”: questo è in una raccolta del 1800. Certo, non esiste più “Andare a Babboriveggoli”, per dire andare all’altro mondo. Ma “Fare i conti senza l’oste” ce lo portiamo dietro da secoli, tale e quale». Non c’è un tema che produca più voci di altri? Neanche il sesso?
«Direi di no».
Però i proverbi misogini non si contano.
«Stratificati nei secoli, i proverbi riflettono con fedeltà gli stereotipi e i valori, inclusi quelli più discriminatori, della società che li ha prodotti. Fanno parte della nostra storia, insieme a quelli xenofobi e antisemiti». “Mogli e buoi dei paesi tuoi” copre donne e stranieri in un colpo solo.
«Se crediamo nel nesso tra lingua e pensiero ci spieghiamo anche tante discriminazioni. Ma non sta ai ricercatori stabilire che cosa debba entrare e che cosa debba uscire dalla lingua».
E proverbi omofobi ne abbiamo?
«Purtroppo ve ne sono tanti e diffusi. In Serdonati c’è un “Dare il culo alla vergogna”, però non è chiaro quanto sia riferito all’atto sessuale. Mi viene in mente “Meglio un morto in casa che un finocchio all’uscio”, di cui sono note la versione livornese, con il pisano alla porta, e quella dove il protagonista è il marchigiano. I proverbi possono essere crudi e crudeli, talvolta meschini. Ma anche poetici. Ed è bello che sia tutto anonimo, con quella grazia antica che uno studioso anglofono ha definito uno speech without a speaker, un discorso senza autore».
Allora, professore, avrà un proverbio del cuore.
«Io trovo meraviglioso “All’acqua cede il sasso”. Un elogio della perseveranza, che curiosamente usiamo più nella forma latina: gutta cavat lapidem».