repubblica.it, 23 marzo 2026
Intervista a Daniela Poggi
Icona della televisione e del cinema tra gli 80 e 90, Daniela Poggi l’8 aprile sarà al Campidoglio per l’Incoronazione dei poeti, dove darà voce ai versi di Valerio Magrelli. Settantun anni, protagonista di una carriera costruita fuori dagli schemi, ripercorre una vita intensa tra viaggi, incontri e scelte radicali, con la poesia come filo sotterraneo e il rimpianto mai risolto della maternità: “Un compito bello e importante L’Incoronazione dei poeti, ripresa dopo secoli proprio al Campidoglio, dove fu incoronato Petrarca, è un gesto di straordinario valore simbolico e culturale. In un momento così basso per il livello culturale del nostro Paese, restituire centralità alla poesia vuol dire quasi inaugurare una nuova era, rimettere al centro ciò che siamo stati e ciò che siamo. Cercherò con umiltà di dare anima, corpo e voce alle parole di Magrelli”.
C’è già una poesia che sente particolarmente vicina?
“Me ne hanno mandate una ventina: alcune più quotidiane, concrete, altre più alte, rarefatte, pensose. Voglio rileggerle con calma, anche per evitare di farmi guidare soltanto da ciò che è più vicino alla mia sensibilità di donna. La lettura femminile di una poesia scritta da un uomo produce sempre una vibrazione particolare, diversa”.
Lei ha un rapporto profondo con la poesia. L’autrice che l’ha accompagnata più di tutte?
“Emily Dickinson. Per tanti anni l’ho studiata, e alla fine sono riuscita anche a portarla in scena, Emily Dickinson, vertigine in altezza, diretto da Emanuele Gamba. Rappresentavo alcune delle sue fasi esistenziali: la parte più volitiva, quella più sentimentale, quella più legata alla natura, all’aria, ai fiori, a quel suo stare alla finestra e immaginare il mondo”.
E accanto a Dickinson c’è stata anche Alda Merini.
“Sì. Ho fatto tante letture e ho scritto anche un recital spirituale, Vengo a te Maria, costruito soprattutto sulle sue poesie, in dialogo anche con altri autori. Per me la poesia è qualcosa di cui ogni essere umano avrebbe bisogno. In fondo siamo tutti un po’ poesia, solo che non ce lo permettiamo: per paura, per velocità, per mancanza di silenzio. La poesia è la nostra nudità interiore”.
Da ragazza ha mai provato a scrivere versi?
“Più che scrivere versi, ero una ragazza molto legata al paesaggio e al sentimento della mia terra. Io sono nata in Liguria, e la Liguria mi appartiene profondamente: avere le spalle protette dalle montagne e davanti l’infinito del mare significa vivere insieme il bisogno di radici e il desiderio di partire. È un’immagine che sento mia: la terra che ti sostiene e l’acqua che ti chiama altrove”.
Ha sempre avuto un rapporto importante con i suoi genitori, ma anche una fortissima spinta all’indipendenza. Come ha tenuto insieme queste due forze?
“Con tanti anni di analisi. I miei genitori si separarono quando ero piccolissima, e io sono cresciuta con un amore smisurato per mio padre, quasi come fosse il mio principe azzurro. Poi però l’ho anche combattuto duramente quando ho scoperto che aveva una relazione importante. Avevo quindici anni, scappai dal collegio e arrivai perfino a dirgli che, se non avesse lasciato quella donna, sarei andata al tribunale dei minori per togliermi il suo cognome. È stato un percorso molto forte, molto doloroso, perché in me sentivo sempre il cinquanta per cento di uno e il cinquanta per cento dell’altra, e cercavo disperatamente me stessa”.
Nel suo libro torna molto il tema dell’essere figlia. Si sente ancora così?
“Sì. Non ho avuto la possibilità di diventare madre, e questo per me è un nodo molto profondo. Il senso materno in me c’è sempre stato, potentissimo, verso tutti: verso le persone che ho accolto in casa, verso chi ha avuto bisogno di me, verso gli amici, verso gli animali. Ma quel passaggio biologico ed esistenziale non si è compiuto. E allora sì, mi sento ancora figlia, ancora bisognosa di protezione, di coccole, di rassicurazione.
Il desiderio di maternità è stato il grande rimpianto della sua vita?
“Sì. Per me quello è un passaggio naturale e bellissimo dell’esistenza. A un certo punto ho capito che avrei anche potuto avere un figlio da sola, andando magari all’estero, ma ho sentito che per me sarebbe stato un gesto di egoismo. Ho capito che non era più il mio tempo. Ho dovuto accettarlo, con dolore ma anche con verità”.
Eppure nella sua vita è arrivata una forma diversa di maternità.
“Sì, è arrivata la mia figlioccia peruviana. L’ho accompagnata per oltre vent’anni come una seconda mamma: negli studi, nei viaggi, nelle difficoltà, nella crescita. Mi chiamava “Mami Daniela”. E poi c’è stato anche il mio collaboratore domestico con la sua famiglia: i suoi figli sono nati e cresciuti in casa mia per un periodo, e anche lì io ho vissuto un senso di famiglia pienissimo. Ho sempre sognato una casa piena di esseri viventi, umani, animali, vegetali. Questo è stato il mio grande desiderio”.
Poi però c’è anche l’altra Daniela Poggi: quella indipendente, avventurosa, che parte per l’America Latina con uno zaino in spalla.
“È stato il periodo più bello della mia vita: Londra, l’America Latina, i viaggi con un biglietto di sola andata, le amiche delle amiche delle amiche, le notti passate a cercare alloggio, gli autobus presi all’ultimo momento, le fughe da situazioni pericolose, ma anche una libertà meravigliosa. Ho vissuto davvero senza paura, o forse con un equilibrio che oggi si è perso. Mi sento molto fortunata ad aver attraversato quegli anni”.
Qual è stata la follia più grande di quel periodo?
“Tante. Una volta a Londra andai a prendere un attore del Rocky Horror di cui ero follemente innamorata, avevo bevuto un po’, guidavo la mia Mini Minor e finimmo in gattabuia per una notte. In Perù, con un’amica, scappammo di notte da una casa dove avevamo capito che la situazione stava diventando pericolosa, e fummo fermate dai soldati in pieno regime. In Amazzonia arrivammo in un luogo che era un centro di spaccio allucinante, e noi eravamo lì in shorts, inconsapevoli e piene di vita. Sono esperienze che oggi sembrano impossibili perfino da raccontare”.
Tutta questa vita vissuta è diventata materiale per il suo lavoro di attrice?
“Totalmente. Io ho imparato dalla vita. Non avendo frequentato una scuola di recitazione, ma essendo in fondo un’autodidatta, tutto quello che sono andata a prendere come attrice l’ho preso dall’esistenza, dagli incontri, dalle cadute, dalle umiliazioni, dalla fede, dalle speranze, dalle ripartenze. Senza quel vissuto non potrei portare in scena oggi uno spettacolo come Questo figlio non è più Giglio, dove interpreto la madre di un femminicida. Tutto il mio bagaglio umano entra nel lavoro”.
Lei spesso dice che è stata la vita a buttarla sul palcoscenico. Quando lo ha capito per la prima volta?
“Forse già a quindici anni, quando in collegio interpretai Andromaca. Poi al Club Méditerranée, dove per un anno ballavo, cantavo, recitavo in francese e fui scelta come protagonista degli spettacoli. Lì ho sentito forte questo bisogno di esistere attraverso lo sguardo degli altri, di essere riconosciuta, approvata, accolta. Probabilmente anche questo ha contribuito alla mia carriera”.
L’approdo alla televisione è stato altrettanto casuale?
“Ero in tournée a Torino con Walter Chiari, ospitai in albergo un’attrice che non sapeva dove dormire, e per ringraziarmi lei volle presentarmi al direttore della Rai di Torino. Da quell’incontro nacque il provino per La sberla. All’inizio dovevo fare una piccola partecipazione, poi invece piacqui molto e mi ritrovai quasi protagonista, con la sigla del programma. Da lì partì tutto”.
E prima ancora c’era stato Walter Chiari. Che incontro è stato?
“Straordinario. Walter Chiari era un uomo intelligentissimo, coltissimo, solare, imprevedibile. Io lo chiamavo Treccani perché sapeva tutto di tutti e di tutto. Sul palcoscenico era un vulcano: ti teneva viva, in allerta, non sapevi mai se ti avrebbe dato la battuta esatta o solo il senso, e questo ti obbligava a un ascolto totale. Da lui ho imparato un’enorme libertà scenica”.
Poi arrivano anche Gino Bramieri e Garinei e Giovannini.
“Garinei mi vide a La sberla e mi scelse per Felici e contenti con Gino Bramieri. Se Walter era l’imprevedibilità, Gino era la precisione assoluta: il tempo della battuta, il momento dell’applauso, tutto era cronometrico. Io ho imparato rubando da tutti: da Walter l’elasticità, da Gino la disciplina, dalle colleghe l’ascolto, dai grandi del teatro il rispetto del mestiere”.
Quando ha capito di essere diventata popolare?
“Con La sberla arrivò già un primo grande riconoscimento. Poi con altre trasmissioni da showgirl, tra cui Shaker con Renzo Montagnani, la popolarità aumentò moltissimo. Però era un’altra Italia: un’Italia in cui percepivo più rispetto per il lavoro e per il merito. Io ho sempre avuto l’impressione di essere scelta per quello che sapevo fare, non per appartenenze o protezioni”.
Lei lavorò anche nella Milano televisiva di Berlusconi. Che ricordo ha di lui in quegli anni?
“Il ricordo di un imprenditore molto attento ai suoi artisti, ai suoi collaboratori, al gruppo di lavoro. Era presente, affabile, interessato. Voleva costruire, voleva crescere, e si vedeva che aveva una passione per il mondo dello spettacolo. In quegli anni io lavoravo a TeleMilano, poi con Bruno Lauzi, con Vittorio Buttafava, e tutto avvenne in modo molto rapido, quasi naturale”.
Tra le esperienze televisive più forti c’è stata anche “Chi l’ha visto?”. Perché esitò così tanto prima di accettare?
“Avevo paura. Mi dicevo: io sono un’attrice, do vita all’immaginario, che cosa c’entro con un programma così? Temevo di non essere nel posto giusto, di dover diventare manipolabile, di non poter dire liberamente ciò che pensavo. Poi però mi convinsi, e fu un’esperienza straordinaria, che mi cambiò molto”.
Che cosa le ha lasciato Chi l’ha visto? più di ogni altra cosa?
“Mi ha messa di fronte all’ingiustizia, al dolore, alla fragilità della mente umana. Ricordo una madre scomparsa che venne ritrovata a Milano, seduta su un’aiuola a raccogliere fiori: erano i primi segnali di Alzheimer. Quel caso mi colpì profondamente, anche perché poi qualcosa di simile sarebbe accaduto a mia madre. Ma in generale quel programma mi ha fatto entrare nelle case delle persone non più come personaggio, ma come donna. È stato un contatto umano forte”.
Il cinema per lei è stato anche il luogo degli incontri straordinari. Quali sono stati i più decisivi?
“Da Belmondo a Laura Antonelli, da Vittorio Mezzogiorno a Ettore Scola, da Chabrol a Corbucci. Mi dispiace soltanto non aver mai incontrato Sophia Loren. Sono stati incontri molto diversi, ma tutti preziosi. Era un tempo in cui si lavorava con grande serietà, ma anche con molta gioia, molta umanità, molta condivisione”.
E il set più indimenticabile?
“Direi due. Quello con Claude Chabrol a Berlino, nel 1989, per Dr. M, perché mentre giravamo cadeva il Muro: vivere quel momento storico in prima persona fu qualcosa di irripetibile. Lui diceva “incredibile” alla fine di ogni mia scena e mi ero montata la testa, poi mi accorsi che lo diceva anche in quelle degli altri attori. E poi il set con Ettore Scola, Vittorio Gassman e tutti gli altri, perché lì si respirava davvero il senso del lavoro corale. Eravamo tutti nella stessa barca, tutti al servizio del film, senza divismi, senza protagonismi. Quello per me è il cinema”.
Il bilancio esistenziale oggi?
“Un bilancio pieno. Ho avuto una vita ricchissima, libera, avventurosa, faticosa, a volte dolorosa, ma piena. Certo, resta il dispiacere di non aver avuto un figlio, resta la domanda su chi mi terrà la mano un giorno, ma nello stesso tempo sento di aver vissuto intensamente. Ho amato, ho viaggiato, ho lavorato, sono caduta, mi sono rialzata, ho accolto persone, ho fatto battaglie, ho costruito me stessa. E oggi posso dire che sì, è stata davvero vita”.