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 2026  marzo 23 Lunedì calendario

Iran, l’inquinamento prodotto dalla guerra

Mentre le bombe piovono su giacimenti di gas, raffinerie di petrolio, e impianti per l’arricchimento dell’uranio come quello di Natanz, dopo quelli per le vite umane e i costi dell’energia, esplodono anche i timori per gli effetti che il conflitto del Golfo ha e avrà sull’ambiente. Nelle ultime ore una nuova nube nera si è addensata su Teheran, con i residenti della capitale iraniana che soffrono di mal di testa, irritazione agli occhi e alla pelle, difficoltà respiratorie.
“Tutte le guerre moderne hanno impatti sulla salute degli esseri umani e degli ecosistemi. Ferite che spesso sono guaribili solo nel lungo termine, ma possono anche essere irreparabili”, spiega Matteo Guidotti, chimico del Cnr di Milano, tra i massimi esperti europei di conseguenze dei conflitti armati sull’ambiente. Già dopo la pioggia nera caduta su Teheran nei giorni scorsi, molti esperti avevano avvertito che l’inquinamento provocato dall’esplosione delle bombe e dei loro bersagli (impianti industriali, per la produzione di armi e per la raffinazione del petrolio) si diffonderà e durerà per decenni. Con gravi effetti sulla salute di chi vive in quelle aree. “L’attacco israeliano che ha colpito i depositi di petrolio alla periferia di Teheran è stato finora il più grave episodio di inquinamento verificatosi in questa guerra”, aveva detto pochi giorni fa Doug Weir, a capo del Conflict and Environment Observatory (Ceobs), organizzazione no-profit con sede nel Regno Unito che si propone di sensibilizzare l’opinione pubblica sulle conseguenze ambientali e umanitarie della guerra. Ma secondo la ong, si sono già verificati oltre 230 incidenti che hanno comportato un qualche rischio ambientale a seguito delle ostilità in corso nel Golfo.
Tra i probabili contaminanti figurano carburanti, oli, metalli pesanti, composti energetici e PFAS, mentre gli incendi possono rilasciare diossine e furani (composti nocivi e potenzialmente cancerogeni). “Molte delle più grandi installazioni militari iraniane”, avvertono però gli esperti di Ceobs, “si trovano in aree rurali o sotterranee, il che complica la valutazione dei danni. Questo potenzialmente anche riduce i rischi di esposizione umana, ma altri siti in Iran, Libano e nel Golfo Persico si trovano vicino alle città, aumentando i rischi di esposizione della popolazione agli inquinanti generati dal conflitto”.
A preoccupare sono soprattutto le installazioni missilistiche iraniane colpite: alcuni propellenti liquidi usati dall’esercito di Teheran contengono sostanze altamente tossiche, come la dimetilidrazina asimmetrica. “Tra i siti colpiti figurano le note basi militari di Tabriz e Zanjan, nell’Iran nord-occidentale, nonché il complesso di produzione missilistica di Khojir, a est di Teheran. Da ciascuna struttura erano visibili ampie colonne di fumo e le immagini satellitari mostrano tunnel crollati in vari punti di accesso a Tabriz”, si legge nel report di Ceobs.
Se l’aria del Golfo rischia di diventare irrespirabile, non stanno messe meglio le acque. È solo immaginabile l’impatto che avrà sugli habitat marini il proposito degli Stati Uniti di annientare la flotta iraniana: potrebbero aver già danneggiato o affondato più di 43 navi e attaccato infrastrutture portuali militari in diverse località intorno a Bandar Abbas e Konarak.
I rischi si estendono oltre la regione: “La fregata iraniana Dena è stata silurata vicino alla costa dello Sri Lanka”, ricordano da Ceobs, e “la conseguente chiazza di petrolio lunga 20 chilometri del paese asiatico”.
“Spesso occorrono decenni per valutare i danni: i nostri colleghi polacchi e tedeschi, per esempio, si stanno occupando dell’impatto sui fondali del Mar Baltico di tutto il munizionamento mandato a fondo dopo la Seconda Guerra Mondiale”, racconta Guidotti. “Sarà uno dei capitoli di un volume a più mani sull’effetto a lungo termine dei conflitti armati, pubblicato Royal Society of Chemistry britannica”.
Ma nello Stretto di Hormuz c’è un via vai di petroliere, oltre che di navi militari: “Abbiamo già assistito ad almeno 12 attacchi a navi mercantili nei porti o nel Golfo Persico”, avvertono da Ceobs. “Con l’aumentare del numero di attacchi, crescono anche i rischi di un grave incidente ambientale”.
Passando all’acqua dolce, ci sono timori per le contaminazioni delle falde acquifere. “È già successo in Ucraina”, ricorda Guidotti. “La distruzione da parte russa della diga di Nova Kachovka ha causato l’allagamento di campi e zone minerarie: quelle quelle acque sono andate a inquinare falde acquifere, che probabilmente necessiteranno di anni, se non di decenni, per essere per essere risanate”.
Nei Paesi del Golfo gioca un ruolo cruciale la desalinizzazione: circa 450 impianti di desalinizzazione forniscono acqua potabile a circa 100 milioni di persone nei Paesi dell’area. “Il 7 ottobre l’Iran ha accusato gli Stati Uniti di aver attaccato un impianto di desalinizzazione sull’isola di Qeshm, compromettendo l’approvvigionamento idrico di 30 villaggi”, riferisce Ceobs. “Il giorno successivo il Bahrein ha accusato l’Iran di aver danneggiato un impianto con un attacco di droni”. Bombe che non finiscono solo per assetare i civili, ma che causano anche gravi danni ambientali: le sostanze chimiche utilizzate nel processo di desalinizzazione includono ipoclorito di sodio, cloruro ferrico e acido solforico.
Sulle possibili contaminazioni radioattive derivanti da attacchi ai siti nucleari iraniani si era espresso il direttore della Agenzia internazionale per l’energia atomica Rafael Grossi, per poi rassicurare l’opinione pubblica dalle colonne di Repubblica: “Al momento non c’è alcun segnale che la radioattività sia al di sopra della norma”. Il pericolo non è scongiurato, ma è di certo inferiore a quello corso tre anni fa con la centrale di Zaporija, in Ucraina: “Nel peggiore degli scenari ci saremmo potuti trovare di fronte a una nuova Chernobyl”, conferma Guidotti. “Perché il sito era importante e c’è stata una fase in cui era alta la probabilità di impatti. Ora, fortunatamente, l’allarme pare rientrato. Ma per i siti nucleari, in Iran come altrove, è sempre difficile valutare il rischio, proprio perché dipende dall’eventuale danno arrecato e dalla probabilità che tale danno si verifichi”.
E questi sono solo i possibili effetti locali, quelli che pagheranno soprattutto coloro che vivono nell’area. “Una decina di anni fa sono stati studiati i ghiacci ad altissima quota dell’Himalaya indiano: nelle nevi compattate depositatesi nei primi anni Novanta del secolo scorso si sono trovate tracce di fuliggine e polveri emesse durante gli incendi dei pozzi di petrolio nella prima Guerra del Golfo”, spiega Guidotti. “Non si tratta solo di ‘sporcare’ il Tetto del mondo: un ghiaccio più scuro assorbe più calore dal Sole e si scioglie ancora prima”.
Ma a livello globale preoccupano anche le emissioni di gas serra: la macchina militare è altamente energivora: “È stato calcolato che il solo esercito americano in tempo di pace consuma per il suo mantenimento quanto una media nazione africana”, osserva il ricercatore del Cnr. Figurarsi durante un conflitto. E poi c’è il dopo-guerra, con la ricostruzione di città rase al suolo. Ma ancor prima lo smaltimento sostenibile delle macerie, si pensi solo a Gaza, con costi economici e ambientali enormi.
Il Climate&Community Institute ha calcolato che nei primi 14 giorni di attacchi all’Iran da parte di Usa e Israele sono state emesse 5 milioni di tonnellate di CO2. E gli edifici distrutti rappresentano la voce più consistente: l’analisi stima che le emissioni totali di questo settore ammontino a 2,4 milioni di tonnellate di CO2 equivalente (tCO2e). Mentre il carburante è la seconda voce più rilevante, con i bombardieri pesanti statunitensi provenienti anche dall’ovest dell’Inghilterra per effettuare raid sull’Iran. L’analisi stima che tra 150 e 270 milioni di litri di carburante siano stati consumati da aerei, navi di supporto e veicoli nei primi 14 giorni, producendo un’emissione totale di 529.000 tCO2e.“Negli incontri pubblici ogni tanto qualcuno ci fa notare che con tante persone che muoiono sotto le bombe, noi ci preoccupiamo delle anatre nelle zone umide dell’Ucraina…”, chiosa Guidotti. “La vita umana è al primo posto, ma occorre riflettere sul fatto che una volta finita la guerra, si spera nel più breve tempo possibile, là dove si è combattuto ci saranno bambini, donne e uomini che dovranno, respirare quell’aria, bere quell’acqua, coltivare quei terreni e nutrirsi di ciò che producono. Non è solo una questione da ecologisti”.