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 2026  marzo 23 Lunedì calendario

Intervista a Elena Sofia Ricci

Il debutto a teatro con Le false confidenze di Marivaux e il premio alla carriera audiovisiva al Bi&st abbracciano l’eclettismo di Elena Sofia Ricci, felice, tesa e ironica come sempre. “Si va in scena dal 14 aprile al 3 maggio, è la mia prima volta sul palco dell’Argentina (una produzione Teatro di Roma, assieme a Marche Teatro e Stabile di Catania, ndr). Con Arturo Cirillo c’è grande sintonia: con i registi napoletani ho sempre avuto un rapporto molto speciale: noi toscani siamo piuttosto sarcastici, i napoletani caustici, due sfumature che si incontrano bene”.
E non tornava sul palco con una commedia da molto tempo.
“Da più di quarant’anni. Qui interpreto Araminte: una vedova di ceto elevato, ricca, grazie anche alla dipartita del, non si sa quanto, adorato marito. Nel testo non si parla mai del povero defunto, e alle prove ci divertiamo molto su questo dettaglio. Araminte si trova coinvolta in una trama orchestrata per far confessare, anche a sé stessa, un sentimento che non vorrebbe ammettere e che non avrebbe mai voluto provare per un giovane di ben altro ceto sociale! È qualcosa di rivoluzionario che Marivaux, nel Settecento, scriva di un giovane che si innamora di una donna più grande e più ricca e soprattutto che sia ricambiato. Ancora oggi queste situazioni vengono guardate con un’aria un po’ critica. Anch’io, in passato, mi sono detta: “Mamma mia, questa donna con un ragazzo più giovane…”. Poi però la vita mi ha sottoposta a tante di quelle prove che ho smesso di giudicare. Ricordo che in una delle prime interviste dissi che per me era inconcepibile la maternità a quarant’anni, poi ho avuto Maria a 43. Ecco, la vita ti sorprende, ti smonta le certezze. Così nel tempo ho imparato a diventare più indulgente, anche con me stessa”.
Una frase di Marivaux che sente sua?
“Ho spiato nel cuore tutti i posti in cui si può nascondere l’amore quando teme di farsi vedere. Le mie commedie hanno lo scopo di obbligarlo a uscire da uno di questi posti”.
Lei è figlia d’arte. Che infanzia ha avuto?
“Assai particolare. Sono cresciuta a Firenze fino a sette anni, più con mia nonna che con mia mamma – mia madre si era separata poco dopo la mia nascita da mio padre e così si trasferì a Roma perché le capitò un’occasione straordinaria: diventò la prima scenografa donna del cinema italiano. Guadagnava pochissimo e non poteva permettersi di portarmi con sé. Così rimasi a Firenze con mia nonna Angela, che per prima capì che il mio posto era il palcoscenico. Mi iscrissero a danza perché avevo i piedi un po’ storti, e così mi innamorai di questa arte. Cominciai presto a esibirmi, costringendo i miei cugini a fare spettacolini a casa. Mia nonna purtroppo se ne andò molto giovane, quando io avevo quattordici anni. E il nome che ho scelto per Suor Angela nella serie Che Dio ci aiuti è proprio in suo omaggio”.
Come ha influenzato quell’infanzia il suo modo di essere madre?
“Ero ossessionata dall’idea di costruire la famiglia che non avevo avuto. Ho messo moltissima ansia nel progetto familiare, mentre nella carriera ho messo più leggerezza, forse per questo la carriera mi è riuscita meglio. Ho però avuto due figlie meravigliose, e sarò grata per tutta la vita ai loro padri, perché sono figlie di due grandi amori.
Ma non è stato facile per due figlie femmine avere una madre ingombrante come me. Ho passato anni quasi a scusarmi di essere diventata famosa, di occupare così tanto spazio. E questo non credo abbia fatto bene a nessuno”.
Ha anche raccontato di aver ritrovato suo padre a trent’anni.
“Ero stata programmata per odiarlo e l’ho fatto a lungo. Poi, a trent’anni, dopo una serie di insuccessi sentimentali, ho iniziato il mio percorso di psicoterapia e ho capito che forse mio padre non era il mostro che mi era stato raccontato, ma semplicemente un uomo, anche fragile, come tutti. Qualche anno prima era anche arrivata l’esperienza con Ugo Tognazzi in Ultimo minuto di Pupi Avati. Nel film era un padre assente, una figura che mi riguardava da vicino. Sul set era un papà anche per me e malato di cucina, come è noto. Arrivavano i cestini e lui aveva sempre qualcosa da ridire, perché ovviamente non erano cucinati da lui. Con Alberto Sordi, sul set di Luigi Magni, invece ricordo soprattutto la sua generosità: a Ferrara ci portava a cena quasi tutte le sere. Ma soprattutto ricordo la sua disciplina: lo vidi appisolarsi un giorno, per pochi minuti, appoggiato al muro, immobile, in modo da non sgualcire il costume ottocentesco. Una lezione silenziosa indimenticabile. Magni era simpaticissimo, raccontava barzellette insieme a Gigi Proietti, e quando Proietti non c’era faceva entrambe le parti lui. Era una presenza trascinante. Ho amato anche molto Carlo Verdone: con lui sei sul set con un regista, un attore e un medico, ha un rimedio per tutto e a lui devo il mio primo David di Donatello”.
Nel suo percorso arrivano poi Özpetek e Sorrentino.
“Mi hanno regalato personaggi incredibili in un momento in cui ero molto, “troppo”, popolare in televisione e loro non mi hanno snobbata. Mi dispiace che Loro di Sorrentino non sia facilmente visibile in Italia. È un film bellissimo! Si può acquistare online nella versione internazionale, ma in Italia non si può vedere, e questo è un peccato. La scena finale in cucina tra Silvio e Veronica, quando l’ho vista con il pubblico, faceva piangere la gente – perché improvvisamente non si vedevano più loro due… si vedeva una qualsiasi coppia al capolinea di un matrimonio. È una scena dolorosa e universale”.
Sta per tornare “I Cesaroni”. Che ricordo ha di quell’esperienza?
“Ho un ricordo bellissimo. Però in generale, dopo un certo numero di anni, ho la necessità di lasciare tutte le serie, perché ho bisogno di fare altro – è stato così anche per Che Dio ci aiuti. Però I Cesaroni sono stati una parte importante e felice della mia vita. Trovo che il ritorno sia una scelta coraggiosa, perché magari la gente non si rende conto di una cosa: forse vorrebbe ritrovare quelli di vent’anni fa, e noi non siamo più quelli. Alcuni non ci sono più, e mi piace ricordare Antonello Fassari, che è stato un compagno di lavoro meraviglioso. I ragazzini sono diventati uomini, tutti siamo cresciuti, sono arrivati i capelli bianchi. La sfida deve essere proprio questa, forse”.
Come si sente oggi?
“Mi sento, per certi versi, una ragazza. Ho ripreso a ballare, sono più scattante di prima, ho un’energia che non ricordavo… e soprattutto ho una voglia enorme di fare, di vivere, di creare. Una nuova giovinezza, diversa, che non pensavo di poter avere. Nel mio orizzonte c’è soprattutto una cosa: applaudire le mie ragazze per le donne che stanno diventando. Emma sta già facendo cose molto interessanti e belle, Maria sta sorprendendo anche me. Non vedo l’ora di mettermi in platea e diventare spettatrice del loro cammino. Questa, per me, è la cosa più bella”.