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 2026  marzo 23 Lunedì calendario

Intervista a Matteo Cambi

«Ero come Pinocchio nel Paese dei balocchi. Ma non c’era nessun Lucignolo che mi avesse portato là. Ho fatto tutto da solo». Vertiginosa ascesa, fragorosa caduta e non sempre stabile resurrezione di Matteo Cambi: ventenne o poco più esplose con la margherita di Guru, bruciò come una meteora nella vita smeralda di fine anni ’90 – flirt seriali e serialmente paparazzati, bottiglie di Krug offerte a dozzine nel privé del Billionaire, cocaina a colazione – per poi schiantarsi contro la realtà e il codice penale. Arresto, prigione, comunità di recupero, quattro anni per bancarotta fraudolenta. Una serie su Sky Crime e Now, domenica 29 e lunedì 30, racconta quella favola buia ma non senza speranze.
E oggi, Cambi, chi è diventato quel Pinocchio? Come guarda l’uomo di 49 anni a quel ragazzo che dal 1999 all’arresto del 2008 passò dal sogno all’incubo?
«Oggi ringrazio innanzitutto di essere qui, con mia moglie, due figlie e una gran voglia di vivere. Sono pacificato, ma i miei sentimenti dipendono dal momento: a volte penso che potrei avere ancora un gruppo da 200 milioni o molto di più, e invece ho perso tutto; altre volte rifletto sul fatto che, se anche fossi arrivato a quei livelli, mi sarei comunque speso tutto in jet privati e cocaina».
Nella serie Bobo Vieri e Paolo Maldini con le sue magliette, le feste al Billionaire, il villone di Lele Mora con tronisti assortiti, le Flavie Vento e le Raffaelle Zardo... Anni ’90 in purezza. Un’epoca finita?
«Sì, anni che non torneranno più perché quella era un po’ un’Italia da favola e purtroppo le favole poi finiscono. Erano anni in cui tutti sognavamo: io giravo in Ferrari, ma i miei rappresentanti giravano con il quattromila a benzina, si compravano la casa in Sardegna...».
Lei la visse tutta, la favola, prima di svegliarsi bruscamente. Quando fu il momento in cui si disse: “Adesso ce l’ho fatta davvero”?
«Fu un momento preciso, l’incontro con Flavio Briatore. Quando mi propose di sponsorizzare la Renault in Formula 1 con Guru, quando Fernando Alonso vinse la prima gara e poi due titoli mondiali in tre anni, quando il fatturato della Spagna balzò in otto mesi da zero a venti milioni e tutto il gruppo faceva oltre cinquanta milioni. Ecco, allora capii che il mio sogno si era realizzato al di là di ogni aspettativa».
Briatore era il suo “guru”?
«Sì, in qualche modo. Con lui non avevo solo un rapporto d’affari, ma una frequentazione intensa, a casa sua, sulla sua barca, cercando di imparare ogni cosa, da come organizzava la giornata a come si muovevano i suoi assistenti».
L’orologio Cartier sfilato dal polso e regalato all’amico. O il grido “Cambusa” che al Billionaire significava che era arrivato Cambi e pagava tutto lui. Generoso, o assetato di approvazione?
«Penso di essere un generoso di natura. Ma certo, da ventenne ero anche accecato dal desiderio di essere accettato da persone che in alcuni casi avevano il doppio dei miei anni. E se da una parte le sponsorizzazioni erano investimenti proficui, dall’altra a un certo punto il gioco mi ha preso la mano
. Mi piaceva essere popolare, andare sulle copertine delle riviste di gossip».
Droga anche quella?
«Una dipendenza, sì. Pensi che quando ero in carcere, subito dopo l’arresto, pensavo che non tutto il male veniva per nuocere, che magari all’uscita ci sarebbero stati i fotografi ad aspettarmi».
Gli intervistati, non solo Briatore, ma anche Mora o Gianluca Vacchi, disquisiscono pensosi come professori della Business School di Harvard sui problemi caratteriali e gli errori manageriali di Cambi...
«Ognuno sostiene che ci sia stata una causa precisa per quel che è successo. Io penso che siano state tante cause insieme: l’azienda perdeva margini di profitto, le spese erano eccessive, i debiti crescevano. E io, a causa della dipendenza, avevo smesso di prendere decisioni strategiche».
Ecco, le spese. Lei aveva fatto un buco di 62 milioni nei conti dell’azienda e 100 milioni di debiti. Ci spiega come ci si riesce?
«Beh, prima di tutto lo stipendio che mi ero dato: trecentomila euro netti al mese, oltre tre milioni l’anno, che per l’azienda diventavano oltre sette di costo. E poi gli spostamenti sempre in elicottero, le case, partire con il mio jet per andare a Los Angeles a comprare una cintura con i teschi da 15mila dollari che dovevo assolutamente avere. Ma, mano a mano che la dipendenza dalla cocaina aumentava, cresceva anche la sensazione di non essere mai a mio agio: in Sardegna prendevo uno yacht da 50 metri; però con quello era difficile entrare nelle cale e allora ne affittavo un altro da 24 metri. E poi, siccome non volevo dormire in barca, prendevo quattro stanze all’Hotel Cala di Volpe».

Poi il crack, l’arresto, il patteggiamento.
«Mi è crollato tutto addosso e ho visto anche quello che prima non volevo vedere. Mi ricordo ancora, come se fosse ieri la cella, il colore degli sgabelli, il rumore delle porte. Ma ci tengo a dire che ho risarcito tanto: ho perso l’azienda, la libertà e anche i beni di famiglia. Insieme a mia madre e a suo marito abbiamo venduto tutto per rimborsare i debitori, penso all’80%».
Lei dice che oggi Guru potrebbe valere centinaia di milioni. Perché?
«Quando a metà anni 2000 il fondo L Capital del gruppo Lvmh mi propose di comprare il 40% a 80 milioni, valorizzava l’intera società 200 milioni. E se si pensa a un percorso di crescita, oggi magari poteva valere anche un miliardo».

I guai con la giustizia alle spalle, quelli con la cocaina più difficili da superare. Nel 2016 è all’Isola dei Famosi, ma se ne va subito...
«Stavo ancora male, in quegli anni avevo ricadute che ogni volta erano più difficili da superare. Dopo il Covid e una grave malattia di mia moglie che per fortuna si è risolta, ho deciso che avrei guardato solo avanti e ho smesso davvero. E nel guardare avanti c’è anche la decisione di interrompere la collaborazione con Guru. Quel marchio è il mio bambino, me lo sono tatuato sul petto, ma ho tagliato il filo che ci legava».
Come vive oggi?
«Faccio il consulente, specie su temi di welfare aziendale. E vado a letto presto la sera, di solito alle nove, nove e mezza. Non sono diventato un monaco, ma ho capito che questa vita mi dà serenità».
Niente Lucignoli per lei, dice. Nemmeno un Mangiafuoco a cui dare una parte della colpa?
«No, sono un autodidatta da imprenditore e anche in questo caso ho fatto tutto da solo. Ma se riguardo quei video, le feste e il mio sorriso, penso che alla fine Guru era davvero un bel progetto».